domenica 13 marzo 2011

Sol levante


Terribili giorni questi per il popolo giapponese che abbiamo subito visto ricacciare indietro le lacrime e con una compostezza che solo loro possono avere, rimboccarsi le maniche e guardare al domani con un commento più no comment di qualsiasi altro: "...ci sono stati morti, molti, che altro aggiungere" ha sancito categorico un anziano che girava tra il fango e le macerie di quel che era la sua città, il suo quartiere, la sua casa.

Per tutto il periodo di studi all'Università si citava spesso il Giappone, ancor più che la Califoria, come mirabile esempio della loro capacità di convivenza con la natura altamente sismica del territorio colonizzato da millenni; delle loro tecniche costruttive in cui professori raccontavano aneddoti di cene condite da tremori e scosse ma in ristoranti situati al trentesimo piano di grattacieli di Tokio o di Osaka costruiti per oscillare anche di diversi metri rispetto alla verticale e magari in grado di ricavare energia dagli enormi smorzatori posti alla loro base.

Poi arrivò il terremoto di Kobe nel 1995 e qualcosa colpì la nostra attenzione e cioè che il malgoverno e la corruzione potevano fare più vittime del sisma stesso quando le cosiddette norme antisismiche fossero violate se non peggio, come da noi in Italia, ignorate pressoché del tutto.

E come nel 1923 a Tokio o pochi anni prima a San Francisco dove fu più cruento l'incendio che non il sisma che colpì una città proprio all'ora di cena e con milioni di fornelli accesi in quelle fragili case di legno stavolta il maremoto, più noto come tsunami ha portato morte e devastazione ben oltre ogni limite atteso; e nipponica è la parola tsunami che significa "onda contro il porto".

Impreparati. E' l'attributo che si sente più spesso in queste ore citare anche dalle stesse fonti giapponesi.

Gli effetti sugli edifici(*), persino quelli in legno e soprattutto quelli vitali e pubblici come scuole ed uffici, hanno ampiamente dimostrato che non erano affatto impreparati. Ma se per caso si può essere impreparati ad un terremoto di magnitudo 9 (valore ufficiale di oggi alle 11, ora italiana) come prepararsi a qualcosa la cui potenza non era mai stata registrata prima ed i cui effetti mareografici sono assolutamente inimmaginabili ed incalcolabili?

Lo abbiamo visto tutti: i giapponesi restare calmi, reagire senza panico, adeguarsi alle istruzioni delle centinaia di esercitazioni che fanno fin dall'asilo ovunque ed indipendentemente dall'età; abbiamo visto i grattacieli oscillare e la gente continuare a restare all'interno delle proprie case e degli uffici, considerati sicuri da chi sente tremare la terra diverse volte al mese in quasi tutto il Giappone. E tutto questo nonostante la terra sia mancata sotto i loro piedi per 120 secondi, tanto è durata la prima scossa: un valore enorme ed i cui effetti psicologici sono imprevedibili!

Ma come potersi dire preparati allo tsunami che con onde di altezza variabile da 2 a 10 m (un palazzo di tre piani!) e con velocità iniziali variabili da 500 a 1000 km/h si è abbattuto su centinaia di km di costa spesso a pochissimi minuti dall'evento sismico? Le sirene hanno suonato, gli altoparlanti impartito istruzioni ma non abbastanza in tempo. Onde per cui 2 metri d'altezza già hanno effetti devastanti che si abbattono con pressioni di migliaia di tonnellate per metro quadro su coste spesso pianeggianti con conseguenze a cui non si può essere affatto preparati.

Provate ad immaginare cosa voglia dire andare domani a fare un giro tra Sperlonga e Santa Severa, o tra Cesenatico ed il Lido di Ravenna e non trovare più nulla per una decina di km all'interno se non fango e devastazione. Questa è buona parte della costa orientale giapponese oggi.

Scrivevo prima come questo terremoto abbia fatto registrare un valore di magnituto mai registrato finora. I valori della cosiddetta scala Richter non hanno ahimé un limite superiore perché partono da valori superiori allo zero come intensità sismiche minime misurabili dagli strumenti più sensibili e crescono ad incrementi esponenziali su base logaritmica: ovvero passare da magnituto 1 a 2 significa incrementare di 10 volte l'energia rilasciata, da 1 a 4 di 1000 volte e così via. Magnitudo 9, a conti fatti qualcosa come 30000 volte più forte dell'energia rilasciata dal nostro recente, ma non certo ultimo, terremoto nazionale nel 2009 in Abruzzo.

Ma il popolo del Sol Levante saprà sollevarsi ancora e soprattutto presto e bene, dignitosamente e silenziosamente riconoscente di tutto l'aiuto che ognuno di noi potrà dar loro, anche fossero gocce nell'Oceano; testimonianza che ormai, in questo nostro attuale ed unico mondo, non esiste più il concetto di lontano, di antipodi o di retaggi dei tempi in cui comunicare significava mandare una lettera dall'altra parte del mondo. Il Giappone è dietro l'angolo.

Molto tempo fa ho già scritto di come tutto quanto accade sia assolutamente indifferente alla nostra presenza, di come la Terra -e probabilmente milioni di altri pianeti- si modelli a fronte di equilibri tra inimmaginabili forze endogene ed esogene in attesa di essere vaporizzata dalla trasformazione in supernova del Sole.

Ed è fin troppo facile, inutile e sciocca retorica, ribadire come la situazione del nostro paese, anche se non grave come intensità (ma solo storicamente e statisticamente registrate!) lo è per lo stato delle proprie costruzioni "moderne" che persino in quelle zone a più alto rischio sismico, è del tutto inadeguato e terribilmente mortale.

E null'altro è possibile se non, come i giapponesi, come i californiani, adeguarsi fatalisticamente all'attesa del big one o di dozzine di altri eventi minori ma altrettanto devastanti che nulla hanno insegnato a chi avrebbe semplicemente adottare la logica di chi vive in un territorio a rischio come il nostro.



(*) non mi riferisco qui a quanto accaduto alla centrale nucleare di Fukushima e forse a qualcosa di cui si parla in queste ore su quella di Miyagi che non sembrano affatto relazionati direttamente all'evento sismico pur essendo ovviamente estremamente alta la pericolosità delle situazione.

venerdì 4 marzo 2011

Tripoli bel suol d'amore


La crisi creativa o meglio la mancanza di tempo e di voglia mi ha tenuto lontano da queste pagine per un mese. Nel frattempo, a parte le solite beghe nazional popolari che affollano i titoli di testa di telegiornali e giornali gli eventi salienti sono quelli che hanno riguardato e riguardano il nord Africa e, di rimbalzo, alcuni paesi più orientali...chissà, vista l'odierna notizia che la famiglia reale saudita sta valutando di concedere il voto alle donne che fosse la vigilia di una rivoluzione epocale. Poco ci credo.

Quel che più mi ha interessato e colpito è la situazione in Libia ma per motivi completamente diversi da quanto si potrebbe pensare.

La cosiddetta fantomatica comunità internazionale si è mossa, lasciamo stare con quali modi e soprattutto in quanto tempo, a baluardo della salvaguardia della libertà di autodeterminazione dei popoli.

Si parla di interventi militari, di embargo, no fly zone in stile Kossovo 1999, di aiuti umanitari, Nave San Marco è già in viaggio; Frattini per una volta fa il ministro degli Esteri e relaziona su argomenti internazionali e non sulle case monegasche di Fini; Ignazio nazionale gongola perché forse riuscirà a coronare il suo sogno di comandare un battaglione di cazzutissimi soldati nostrani di un qualche contingente ONU magari canticchiando, stavolta a ragion veduta Tripoli bel suol d'amore...

Ma in tutto questo rincorrersi di notizie e dichiarazioni mi sono chiesto: ma durante i 42 anni (è dal 1969!!!) di dittatura di Gheddafi, la comunità internazionale dove stava?



La cacciata degli italiani, i raid dei tempi di Reagan, i tentativi di affondare Lampedusa e Pantelleria da parte libica, i Mig dirottati e precipitati sulla Sila, le menzogne degli americani sulla strage di Ustica, la richiesta di risarcimento, concesso, i danni provocati dagli italiani durante la guerra, i pescherecci sequestrati e mitragliati, gli show nazionali dei caravan-serragli del colonnello dai capelli tinti grandissimo amico del vecchietto dai capelli incollati (e tinti): questi gli unici momenti in cui la cosiddetta comunità internazionale si è accorta della Libia? O peggio quando qualche barcone di disperati lascia le spiagge libiche per approdare in Italia?
Per decenni un'intera popolazione ha vissuto come al tempo dei Borboni nel Regno delle due Sicilie quando bastava uno sberleffo in un sonetto alla Pulcinella e ti sprofondavano nelle regie galere buttando a mare la chiave e nessuno ha mai fiatato. Anzi, tutt'altro.

Il nostro paese in prima persona, qualsiasi colore abbia avuto il governo del momento, ha latitato ed ha sempre vistosamente glissato sulla situazione medievale dei diritti della popolazione libica (molto peggiore dei vicini tunisini od algerini); prima vista soprattutto la ridottissima distanza che separava le nostre coste dalle batterie di missili libici, di autorevolissima fabbricazione sovietica e poi considerando i rapporti di strettissima dipendenza che abbiamo negli approvvigionamenti di petrolio e gas (un terzo del totale!): ragione quest'ultima decisamente più incisiva della prima.

Da qualche giorno invece la comunità internazionale è in fermento e pronta ad intervenire con proposte per ogni gusto e campo.

Tutti pronti ad invitare il dittatore ad andarsene in esilio...magari in una bella villa sul lago di Como con annesso giardino in cui piantare la tenda e con due bei cammelli da guardia!

Comunque vada ricordo le incisive parole di uno dei comandanti militari americani, intervistato in proposito su un ossibile intervento militare nei confronti delle milizie fedeli a Gheddafi: "a sword is a sword".

I libici tutti, diversamente governati e soprattutto autoderminanti, avrebbero potuto avere un reddito procapite paragonabile a quello dei kuwaitiani o dei cittadini degli Emirati Arabi, nonché di tutto rispetto come quello dei fratelli maggiori sauditi.

La mia modestissima opinione è che la volontà d'intervento, ora che c'è la scusa della chiamata popolare libica, è in primo luogo teso a tutelare gli enormi interessi petroliferi dei soliti paesi più ricchi del mondo nei confronti dei soliti morti di fame.

Finora hanno tollerato, e avrebbero continuato a farlo, silenziosi e complici che da quelle parti un fantoccio ridicolo, megalomane e decisamente e squilibrato; personaggio che ha arricchito se stesso ed i suoi accoliti in maniera scandalosa; ma adesso che il rischio è quello che un popolo incazzato e forse preda di facili strumentalizzazioni da parte di frange estremiste e ancor più reazionarie delle attuali

L'assoluta mancanza di unità nazionale e la frammentazione in tribù dei libici è una miscela esplosiva molto lontanamente assimilabile alla discordia ed all'atavico odio secolare delle etnie balcaniche che solo la coercizione di Tito aveva tenuto insieme; ma il parallelo crolla sapendo che nel caso del conflitto nella ex Jugoslavia gli interessi non erano affatto economici (fu una vera guerra tra poveri!) ma in modo assurdo ed anacronistico nazionalistici ed etnici.

Ad eccesione forse del solo Marocco, troppo vicino all'Europa e non solo geograficamente, in Libia e nel nord Africa gli interessi veri sono economici e di rilevanza continentale e la sempre più cosiddetta comunità internazionale non vuole correre il rischio che impianti, raffinerie, oleodotti e gasdotti, finiscano in fiamme travolti come quelli iracheni con danni incalcolabili.

La reazione dei libici di buon senso e di esasperata condizione è legittima ed auspicabile ma finirà temo in un nulla di fatto.

domenica 6 febbraio 2011

In moto in Appennino Centrale


In moto in Appennino Centrale

Anche su questo blog non nascondo la mia passione motociclistica e nel profilo basta un click sulla mia foto in moto per passare ad un microsito dove conservo e tengo traccia delle mie scorribande.

Da parecchio tempo pensavo di fare invece una sorta di stradario ad hoc per neofiti e non. Per tutti quelli che come me, da Roma ma non solo, volessero percorrere qualcuna di quelle strade che con l'esperienza e magari spesso ripetendo i percorsi a distanza di tempo, ritengo siano tra le più godibili, e non soltanto motociclisticamente parlando, dell'Appennino laziale, abruzzese, umbro e marchigiano: quelle strade a portata di uscita da farsi in giornata.

Molti itinerari, cartina alla mano, sono tra l'altro percorribili quasi l'uno dopo l'altro nella stessa uscita scegliendo con cura le stagioni più adatte soprattutto per le diverse ore di luce più che per il clima.

D'estate, con tante ore di luce, e soprattutto in solitaria (senza offesa per i miei compagni d'uscita è solo da soli che si riesce a fare tanti km) sono uscito alla mattina e rientrato a tarda sera dopo aver macinato 6 o 700 km! Va detto tuttavia che dalla zona di Roma dove risiedo occorre farsi tra andata e ritorno almeno un centinaio di km tra GRA ed altre strade prima di avvicinarsi allo start vero e proprio!

La pagina è solo un abbozzo e tempo permettendo cercherò di arricchirla senza appesantirla con le informazioni essenziali per un motociclista che come me ama non solo la moto per la carica di adrenalina che il mezzo può dare in diverse condizioni ma anche e forse soprattutto ama l'andare in moto ed il godere del paesaggio circostante.

Non sono quindi uno di quei motociclisti della domenica che pur capaci si limitano sempre all'uscita breve e tiratissima a cannone su strade note e malfrequentate quali i Colli di Montebove, la Tiburtina tra Tivoli ed Arsoli o la trafficatissima Manziana-Tolfa! Mettendo a repentaglio non solo la loro incolumità ma anche quella delle zavorrine che si portano appollaiate come passeri su un pizzo di ramo o peggio, di altri motociclisti che pennellano la loro curva e si vedono sfrecciare a mezzo metro bolidi di pirati assatanati che scambiano la strada per la pista.

Se avete indicazioni e suggerimenti di strade potete mandarmi un link da Google Maps del percorso e le vostre indicazioni.

Buona strada e come sempre testa e prudenza!


domenica 23 gennaio 2011

Memoria

Come si può descrivere quanto accade nel cuore di un uomo che ha dovuto lasciare la mano della moglie, il suo ultimo, rapido sguardo al viso amato? Come si pò vivere se una memoria spietata ti riporta alla mente l'istante di un congedo silenzioso quando per qualche frazione di secondo i tuoi occhi si sono chiusi per nascondere la gioia spicciola di aver salvato la pelle?
Come soffocare il ricordo di una moglie che ti mette in mano un involto con la fede, qualche zolletta di zucchero e un pezzo di pane duro? Come si può vivere vedendo che il bagliore si è acceso di nuovo, nel cielo, e sapendo che forse ad ardere sono le mani che avevi baciato, gli occhi che avevano gioito nel vederti, i capelli che sapevi riconoscere alche al buio, dall'odore, i tuoi figli, tua moglie, tua madre? Come si fa a chiedere un posto vicino alla stufa, nella baraccam a mettere la gamella sotto il mestolo che ti versa un litro di brodaglia grigiam o a riattaccare la suola allo scarpone? E come si può sollevare il piccone, respirare o bere con le grida dei tuoi figlie, i gemiti di tua madre nelle orecchie...

Certi aggeggi elettrici fanno calcoli di matematica, ricordano eventi storici, giocano a scacchi e traducono libri da una lingua all'altra. Risolvono quesiti matematici meglio dell'uomo e hanno una memoria impeccabile.
C'è un limite al progresso che crea macchine a immagine e somiglianza dell'essere umano? Evidentemente no.
Possiamo immaginarcele, le macchine dei secoli e dei millenni a venire. Ascolteranno la musica, apprezzeranno la pittura, sapranno dipingere quadri e comporre melodie e versi.
C'è un limite alla loro perfezione? Terranno testa all'uomo o faranno meglio di lui?
La macchina quale copia dell'uomo necessiterà di componenti eletrroniche, masse e spazi sempre più grandi.
Un ricordo d'infanzia... lacrime di felicità... l'amarezza di un distacco... la pietà per un cucciolo malato... la diffidenza... l'amore materno... l'idea della morte... la tristezza... l'amicizia... l'amore per i deboli... una speranza improvvisa... un'intuizione felice... il cordoglio... un'allegria immotivata... un improvviso turbamento.
La macchina potrà riprodurre tutto! Ma per contenere una macchina che cresce di peso e dimensioni man mano che impara a riprodurre le peculiarità della mente e del cuore dell'uomo non basterebbe tutto lo spazio di questa terra.
Il nazismo ha sterminato decine di milioni di persone.



Vasilij Grossman, "Vita e destino"

lunedì 20 dicembre 2010

Polizia idraulica fluviale

E dopo che da qualche anno la Polizia Provinciale si fa vedere sempre più frequentemente sulle strade ora ecco anche la Polizia Idraulica Fluviale...
A quanto pare l'unico ed acclarato scopo è della Polizia Provinciale è quello di piazzare autovelox imboscati su tratti di strade statali su cui impongono un dazio di passaggio per deroga ed in deroga ad almeno una trentina di decreti, leggi, decretini e leggine statali, regionali e, che ve lo dico a fare, provinciali. Neanche fossimo nel 1400 quasi 1500 (da vedere)!
Quando stamattina davanti a me è comparsa, molto lontano da qualsiasi fiume tra l'altro, questa Panda del 99, ovviamente 4x4, con la roboante scritta "Poliza Idraulica Fluviale" e tanto di peretta blu la domanda è sorta spontanea: "Metteranno dei panteganavelox lungo gli argini del Tevere?"
Ovviamente della serie 1. creiamo un ente, 2. assumiamo gli amici, 3. buttiamo i soldi che tanto qualche fesso che paga c'è sempre
Per informazioni ufficali sulla Polizia Idraulica qui

domenica 19 dicembre 2010

Preventivamente

Piazza del Popolo noi cantavamo
ed eravamo una sola cosa ...
poi tutt'a un tratto gente che piange
gente che spinge
gente che va in terra ...
mi trovo a correre come un dannato
non ho più fiato non so dove andare ...
non so dove andare ... non so dove andare ...

(Claudio Baglioni. 1972)
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A metà strada tra quanto avvenuto il 14 dicembre scorso e quanto avverrà mercoledì prossimo ho deciso di dire anch'io la mia. Finora ho taciuto per evitare di cadere nella provocazione facile ma se il diritto democratico di dire stronzate ce l'ha Gasparri -ahimé da sempre e su qualsiasi argomento- voglio avvalermene anch'io, almeno sui fatti recenti di Roma.

Premetto innanzi tutto che non reputo improbabile che una pur minima parte dei cosiddetti violenti della manifestazione del 14 dicembre scorso siano infiltrati messi lì a bella posta da oscuri figuri paragovernativi così come Kossiga ai tempi mandava poliziotti ad estrarre P38 per dar la scusa ad altri poliziotti ed altri di sparare su manifestanti pacifici o quanto meno caricare cortei chiassosi e, credetemi, negli anni 70 come si dice, io c'ero.

Tolta questa minima parte la maggioranza agisce compatta, organizzata, preparata (ci vuole tempo anche solo a disegnare gli scudi che riportano i titoli e gli autori dei più bei romanzi siano mai stati scritti) e soprattutto pronta a menare le mani: se vai ad una manifestazione con casco e passamontagna non stai certo preparandoti ad uscire in moto d'inverno e dopo tutto potrei testimoniare sia per aver portato con me un casco in un paio d'occasioni nei lontani anni di piombo sia perché spesso esco in moto d'inverno.

Detto questo quanto successo a Roma pochi giorni fa lo capisco e lo giustifico. Avete letto bene. Lo giustifico. Posso non condividerlo ma non posso non giustificarlo.

Con dei mezzi assolutamente inopportuni e coinvolgendo mezzi, oggetti e persone innocenti che costituiscono i cosiddetti danni collaterali quei ragazzi sono la punta dell'iceberg che rappresenta il disagio ed il malessere che vivono e vivranno per chissà quanti anni a venire, nell'incertezza e nel dubbio generati da una classe dirigente che per profitto ha trasformato la flessibilità in precarietà ed instabilità come costante.

A questi ragazzi è negato persino il sogno di un futuro rispetto a quelli della mia generazione che se non altro poteva almeno sognarlo un futuro a nostra misura. La loro azione è tesa anche a raccogliere adesioni tra gli esponenti moderati dei manifestanti, adesioni che non avranno perché da sempre queste frange sono minoritarie soprattutto in un paese come il nostro nel quale per accendere una reazione occorrono decenni di soprusi e vessazioni e, a quanto pare, i miei concittadini non ne hanno abbastanza e sono piuttosto assuefatti (e soddisfatti?) allo status quo.

A chi patteggia per le forze dell'ordine rammento che chi tirava loro di tutto, dalle sedie dei bar ai sampietrini, lo faceva contro l'unico simbolo dello stato che li ha spinti all'esasperazione: la divisa che in questo caso è vista come indossata da coloro i quali difendono gli esponenti di quel malgoverno che contestano violentemente. Così come per noi ragazzi degli anni '70 il "celerino" (nome derivato dal tristemente famoso reparto "Celere" della PS) era spesso messo in rima con "assassino" per questi del 14 dicembre scorso è concettualmente la stessa cosa. Il famoso bullone tirato in testa al Michele Placido/-poliziotto di “Romanzo popolare” non era per lui…

E voglio ricordare quale sia l'oggetto che ha risvegliato e scatenato un movimento studentesco che sembrava sopito o del tutto assente: il famigerato, deleterio e criminale DDL "Gelmini" sulla riforma della scuola e dell'università. Riforma avversata da chiunque abbia un minimo di caro vecchio buon senso e contestato trasversalmente da insegnanti e studenti di scuola ed università, da gestori, dirigenti, tecnici e ricercatori, da nord a sud. E sull'onda di questo movimento di protesta giunto al culmine proprio quando l'Italia ha scoperto che si può acclamare come schiacciante una vittoria anche vincendo con 314 punti contro 311.

Ed il DDL del più devastante ministro della PI che l'Italia abbia mai avuto (nessuno ha mai fatto bene ma neanche la Falcucci aveva fatto tanti danni) non è una scusa per far casino. E' esso stesso l'oggetto del contendere. Perché per i giovani, soprattutto per quelli più esasperati e delusi, rappresenta la negazione del sogno di cui parlavo prima. Quand'è infatti che i giovani iniziano a sognare la costruzione del loro futuro se non a scuola e ancor di più all'università nella facoltà che hanno scelto volontariamente a rappresentare le loro aspirazioni?

Ecco perché la protesta che degenera facilmente in manifestazione esasperata di ricerca di cambiamento con mezzi impropri ma che, ripeto, giustifico.

E penso a mercoledì prossimo quando il DDL sarà portato in Senato e contemporaneamente il movimento studentesco ha preparato una seconda manifestazione. E penso a Gasparri ed alla sua (ultima) stronzata. L'arresto preventivo.

E allora arrestate anche me visto che, almeno nelle intenzioni, potendo farei molti più danni e soprattutto non collaterali ma diretti, contro la classe dirigente che sta devastando questo nostro paese.

E come tante volte è stato scritto e detto, allora arrestateci tutti.

venerdì 10 dicembre 2010

Il pesce non è carne?

Premessa

Si è sposata in chiesa, in bianco virginale,
dopo aver convissuto sei anni col suo compagno
ed aver avuto almeno altri tre uomini prima di questo.
Ha guardato nausata e scocciata il barbone che gli ha chiesto l'elemosina...
Non va a messa praticamente mai...tranne quando praticamente obbligata dagli eventi (battesimi, matrimoni, funerali)
Se prega lo fa soltanto per invocare i suoi santi e le sue madonne a favorirgli questo o quell'altro evento molto terreno..
Sbeffeggia i musulmani che non mangiano carne di maiale o gli indiani che non mangiano le vacche...
Non conosce neanche il significato del digiuno della quaresima

Però la vigilia di Natale e di Quaresima non mangia carne…
…un pezzaccio di ginocchio per farci un brodo no, ma il salmone od il caviale sì…

A parte che il pesce oggi è spesso più caro della carne mentre fino al secolo scorso era considerato un cibo da poveri questa storia che si deve star leggeri, mangiare magro insomma, è tradizione ebraica, della vigilia del loro sabato (shabat) e non ha nulla a che fare con la dottrina cattolica: la chiesa infatti non ha mai dettato una regola in proposito!

E' insomma tradizione popolare e non dettata, tradizione tra l'altro diversa da regione a regione. Se proprio volessimo dirla tutta la chiesa nel Medioevo era arrivata a citare qualcosa come 150 giorni l'anno di magro, tra l'altro in quaresima appunto ma non alla vigilia di Natale.

Una tradizione popolare né più né meno che quella del panettone, dello zampone con le lenticchie o della pizza con le uova sode ed il salame a Pasqua. Una tradizione che fa schizzare alle stelle i prezzi già alti nelle pescherie che arrivano a rincarare fino al 30% in più persino il comunissimo pesce azzurro o le nauseanti e grasse trote d'allevamento.

E poi scusate ma quella del pesce non è forse carne irrorata di sangue proprio come quella degli altri animali? Il contributo proteico del pesce è pari a quello delle carni rosse. E si mangia carne per assumere essenzialmente proteine.

Lo penso da moltissimi anni e non posso che confermarlo. Natale è bello perché si sta in famiglia e con le persone che amiamo a noi vicine, è un momento che fa da collante e che interrompe quei distacchi dovuti a questa vita che ci fa dimenticare certi suoi aspetti importanti ma, per il resto, è forse la festività più ipocrita e fasulla che ci sia al mondo! Talmente mercanteggiata che si è diffusa persino in quei paesi che di cattolico non hanno proprio niente!

PS) non mangio pesce né nulla di ciò che nuoti, cammini di traverso od all'indietro o viva attaccata a scogli e fondali marini!