giovedì 8 marzo 2012

Italia 150–un paio di libri

Se n’è andato da pochissimo l’anno che ha visto ricordare agli italiani che sono passati ben 150 anni da quel 1861 che coronò i sogni di almeno due generazioni.

Non ho scritto mai nulla in proposito anche se ammetto che mi sarebbe piaciuto ma ho sempre temuto di trovarmi ad affrontare argomenti troppo impegnativi e di cadere nella retorica più stupida: rischio questo notevole visto che ogni qual volta si citano argomenti del genere si viene sommersi da uno strano revisionismo che da una ventina d’anni vede Garibaldi un fesso qualunque, Cavour e Mazzini burocrati politicanti e i Borboni molto meglio dei Savoia…e da qui al Mussolini buono e partigiani cattivi il passo è stato brevissimo.

Voglio dare invece il mio contributo segnalato due bei libri che ho recentemente finito.

Il primo, “Viva l’Italia” di Aldo Cazzullo, con una splendida introduzione del grande Francesco De Gregori (e non certo per la sua bellissima omonima canzone) in poche pagine e col linguaggio diretto e sintetico del noto giornalista ci racconta di Risorgimento e Resistenza e credetemi, ne scoprirete di belle mettendo finalmente in chiara luce da quale parte deve stare la ragione: a cominciare dal commento sulla santificazione di Pio IX avvenuta nel 2000 e voluta da Wojtila, da una chiarissima disamina delle buffonate d’annunziane e da un lungo elenco di alcuni dei fatti più tragici che hanno visto il vero volto dei nazisti occupanti e dei loro collaboratori fascisti che erano la maggioranza politica e militare del dopo 8 settembre. E se qualcuno si sta chiedendo cosa c’entri la Resistenza col 1861 consiglio decisamente di…non leggerlo.

Nel secondo, “Roma occupata 1943-1944” (Anthony Majanlahti e Amedeo Osti Guerrazzi) più complesso ma estremamente interessante (ho appena scoperto che è disponibile su Google Books) racconta di un aspetto considerato minore e soprattutto dimenticato di Roma in quel periodo. Immaginata spesso come esente da fatti ed eventi legati alla Resistenza, ricordata quasi esclusivamente per il rastrellamento di via Rasella ed il tragico eccidio delle Fosse Ardeatine o per le scene del film “Roma città aperta”. E invece scoprirete storie (e immagini, itinerari come fosse una guida) inattese, un ruolo fondamentale del CLN che aveva sede a Roma, azioni di disturbo, sabotaggi, la collaborazione fondamentale del Vaticano e dei preti nella città delle mille chiese. E tanto altro ancora.

Mio padre, bambino a Roma ed attento come solo i bambini di quegli anni potevano essere, è rimasto entusiasmato dalla sua lettura che gli ha rammentato alcune cose che sentiva dire nei brusii dei discorsi degli adulti ed altre scoperte ex novo.

Questioni di pulpito…

Poveri parlamentari offesi nell’esercizio delle loro funzioni. Offesi così gravemente che in una cinquantina di loro (tutti del centro destra e quasi tutti ex AN) hanno chiesto la mozione di sfiducia e le dimissioni immediate…

In breve sembra che il ministro Andrea Riccardi ieri abbia usato termini come “schifo” od a questi assimilabili riferendosi alla strumentalizzazione che c’è dietro al rifiuto di Alfano a partecipare ad un vertice con Monti insieme a Casini e Bersani o forse riferendosi più in generale alla politica attuale, politica?

Sembra, ripeto. Nessuna prova certa, parole riportate dai cronisti che erano vicini al ministro e lo avrebbero sentito. Ma anche ci fossero le prove?

Da che pulpito avviene questa richiesta? Da parte di gente che ha assistito connivente e plaudente, inneggiando con atteggiamenti da stadio, a comportamenti di loro blasonati colleghi degni della peggior bettola. Parliamo delle caciotte ostentate a Palazzo Madama? Delle bottiglie di spumante aperte? Della parole usate spesso e volentieri da membri della Lega anche in qualità e veste di ministri della Repubblica ovvero ministri di tutti gli italiani?

Appena pochi giorni fa un Bossi più rauco del solito gridava che la Padania spazzerà via Monti con toni sempre sopra le righe e che poi tali restano, nella miglior tradizione buffona e cialtrona dei leghisti. E questo è nulla.

E allora? Riccardi ha detto gli fa schifo un certo atteggiamento dei (cosiddetti) politici di questi ultimi 20 anni?

Anche a me, conati, continui…

mercoledì 7 marzo 2012

Cooperanti

Come molti mi auguro che le voci che hanno circolato nei giorni scorsi sulla liberazione di Rossella Urru(*) possano essere presto confermate pur considerando la precarietà delle informazioni: l’assoluta mancanza di dati certi su quale possa essere il gruppo che la tiene in ostaggio e l’atroce dubbio vista l’assenza di richieste da mesi, che possa essere finita tragicamente.

Ma contemporaneamente spero vivamente che si risolva presto la brutta storia su cui il resto della comunità europea a livello politico e diplomatico tace vergognosamente: quella dell’arresto ingiustificato dei due militari del Battaglione San Marco (in gergo marò, italianizzazione di marines).

Come la Urru anche questi ragazzi erano cooperanti. Cooperavano col compito di proteggere il trasporto civile dagli assalti dei moderni pirati. Sono professionisti seri che non si mettono a fare il tiro a segno su inermi pescatori ed il loro arresto è ingiustificato in quanto avvenuto a seguito di fatti occorsi in acque internazionali e su una nave italiana, quindi su territorio italiano. Conosco personalmente la preparazione dei militari di quel tipo e sono certo che la posizione indiana sia del tutto condannabile.

Il fatto che non siano stati messi in una delle luride galere dell’India non è una giustificazione al loro arresto.

India: a mio giudizio sarà anche un paese avanzatissimo che ha fatto balzi da gigante negli ultimi anni ma rimane sempre un crogiuolo di miseria e sperequazioni sociali vergognose dove regnano intatte corruzione e malgoverno.

(*) la citazione di questa persona è dovuta in quanto attuale ma ricordo che ci sono oltre lei altri 8 nostri concittadini nelle mani di rapitori vari.

Aggiornamento del 8 marzo 2012. A seguito di un blitz delle forze speciali inglesi di cui ovviamente nessuno aveva messo al corrente le nostre autorità l’ingegnere italiano Franco Lamolinara è stato ucciso dai rapitori. (qui un breve resoconto). E questa cosa fa il paio con il concetto di considerazione che abbiamo all’estero. Cosa tristemente nota ma aggravata da quasi vent’anni di berlusconismo.

Quel ramo del lago di Como…

227° anniversario della nascita di Alessandro ManzoniLa pagina principale di Google oggi mi ricorda che 227 anni fa nasceva Alessandro Manzoni. Estiqaatsi commenterebbe il grande capo.

In realtà questo anniversario mi ricorda anche la grande presa di posizione che feci confronti suoi e de “I promessi sposi” il giorno del mio orale per l’esame di maturità nel paleolitico 1976! Di fronte ad una esterrefatta commissione ed ad una non meno perplessa insegnante di lettere -nonché membro interno del mio V scientifico- osai dire, con termini meno espliciti ovviamente, che il Manzoni (mi) aveva rotto ampiamente le balle, soprattutto il suo romanzo “I promessi sposi” Ma quale fulgido esempio d’uso della nostra bella lingua e di sublime capacità narratoria…

Perché?

A parte la lettura ed il commento in I o II liceo (non ricordo con esattezza) ed il suo riproporsi come l’abbacchio pure in V, da capo e con altri commenti di altro autore Manzoni non ha mai retto il confronto con i suoi contemporanei colleghi europei di cui a quell’età avevo già letto quasi tutto grazie alla collezione di grandi romanzi dell’800 che i miei avevano in casa! E così cercai di argomentare che a fronte di romanzi contemporanei, cito i primi che mi vengono in mente, come “La certosa di Parma” (Stendhal), “I miserabili” (Hugo), “Delitto e castigo” (Dostoevskij) e “Il circolo Pickwick” (Dickens) che cosa offriva la nostra letteratura? “I promessi sposi”, “I promessi sposi”, “I promessi sposi”…

E quegli autori scrivevano quando erano molto più giovani rispetto al quarantenne Manzoni della prima edizione del suo romanzo (1827), riveduta e corretta 13 anni dopo!

Non vado oltre negli anni citando sempre ad esempio Dumas o Tolstoj perché non sarebbe corretto: come mettere sullo stesso piano quanto scrivevano Gadda o Pirandello con quanto scrivono oggi la Mazzantini o Faletti (parallelo cronologico e non qualitativo ovviamente). Insomma qualche dozzina d’anni in più od in meno su scala secolare è un bel lasso di tempo.

In realtà una ragione potrebbe derivare dal nostro essere come sempre italiani e da come lo eravamo allora; neanche ancora uniti ma con i nostri antenati in pieno fermento risorgimentale. Momenti, quelli tra il 1820 ed il 1870 così carichi di eventi e movimenti realmente di popolo che andrebbero perennemente ricordati e di cui invece nessuno ha più memoria: anzi spesso sono assolutamente ignorati e denigrati in questo revisionismo salottiero, ipocrita e bastian contrario che da decenni ci affligge.

Gli italiani non sono mai stati dei grandi lettori, lo provano ancora oggi le cifre delle vendite rispetto ai nostri concittadini europei e pur concordando sul fatto che lettori si nasce devo ammettere che lo si può anche diventare. Ma per essere lettori occorre ovviamente saper leggere ed allora l’analfabetismo era un dato di fatto rispetto agli altri paesi europei nello stesso periodo dove un libro dato alle stampe aveva altissime probabilità di essere diffuso anche tra i ceti meno abbienti del proletariato. In Italia tutto il contrario.

E quindi c’era scarso stimolo a scrivere da parte di persone dotate della giusta vena proprio perché ben misero sarebbe stato il cosiddetto successo editoriale.

A meno che…

A meno che non si trattasse di scrivere libretti d’opera, drammi, melodrammi, opere buffe…e le relative partiture musicali. E allora nello stesso periodo, anno più anno meno, a fronte di un solo Manzoni abbiamo avuto Verdi, Rossini, Puccini, Donizetti, Leoncavallo, Mascagni e dozzine di opere intramontabili a cominciare dal primo animato dallo stesso spirito risorgimentale e di unità nazionale.

L’italiano non sa leggere e non sa scrivere? E allora canta.

Ma questa è un’altra storia, un’altra arte.

sabato 11 febbraio 2012

Evasore

Posso anche capire che possa spingere ad evadere illustrare l’evasore tipo come un riccone alla naomo: circondato da donne bellissime, macchine sportive, a prendere il sole su yacht con bandiera panamense od in ville in Costa Smeralda da 100.000 € d’affitto a settimana.

Ma se avesse davvero quest’aspetto credo che il fenomeno dell’evasione si esaurirebbe in maniera naturale. Questo tipo ricorda più un disoccupato senza soldi per lamette e schiuma da barba o tutt’al più un latitante!

 

In realtà sappiamo bene tutti quale sia il vero volto dell’evasione.

Italiani e greci: una faccia una razza?

Non credo proprio.

La ricetta economica in vista per i greci contiene moltissime cose che sembrano prese pari pari dalle due manovre economiche fatte da Mario Monti: così scrivono e dispongono i tre ispettori UE che stanno di fatto commissariando la Grecia proprio come se gli enti federali europei (non proprio così federali solo sulla carta) trattino uno dei paese dell’Unione al pari di quanto un commissario governativo possa trattare un’azienda pubblica priva del necessario management.

Da una parte in questo vedo una doppia anche se amara consolazione. La prima è che la medicina Monti è amara ma sta facendo bene e la seconda che questo nostro bistrattato paese non è così pulciaro come la maggioranza dei miei concittadini pensa visto che il resto dell’Europa bene guarda a noi ed a quel che facciamo con preoccupazione: giù noi giù tutti insomma. E anche se questo ha indirettamente portato alla caduta di un governo legittimamente eletto con una legittima legge elettorale ben venga questo golpe. E la seconda che la cura Monti è esportata tout court in Grecia.

Le misure che dovrebbero essere a brevissimo approvate ed adottate dal parlamento greco sono dure quanto le nostre ma avranno un costo ed un impatto sociale maggiore: ma sono inevitabili.

A quanto pare una delle prime differenze distintive tra noi e gli antenati della nostra italica cultura è data dalla nostrana pressoché totale assenza di ore di sciopero di fronte ai paventati ed in seguito attuati tagli alla spesa ed aumento delle imposte, direttamente ed indirettamente pagati dai soliti noti. Insomma in Grecia protestano più o meno apertamente e con maggiore o minore rabbia da mesi ormai. Qui da noi, a parte l’alzata di testa unitaria (miracolo!) dei tre sindacati storici di fronte alla minaccia di toccare il famoso articolo 18 e qualche manipolo isolato di indignati della domenica non s’è visto nulla.

Uno stato che fallisce non è come il fallimento mirato del negozietto che deve trovare la scusa per liquidare tutta la merce(*): uno stato che fallisce significa che non ci sono più i soldi per impiegati pubblici, comprese forze dell’ordine e forze armate, insegnanti, impiegati ed operai, che non può più pagare i fornitori e quindi men che mai chi rifornisce le mense, i farmaci negli ospedali, le bollette energetiche e via discorrendo. Qui c’è un’interessante disamina su cosa significhi per uno Stato fallire.

La Grecia rischia il fallimento, la Grecia e l’Italia spesso così associate insieme come pesantissime zavorre che porteranno a fondo l’Europa intera eppure così completamente diverse.

La cura è la stessa ma Italia e Grecia non hanno la stessa faccia.

L’Italia sarebbe potuta andare avanti per anni senza accorgersene nello stato di limbo in cui Berlusconi ed il berlusconismo ci avevano infognato; così come questa crisi economica di inizio di nuovo millennio non viene sentita se non debolmente nelle classi medie, affatto in quelle benestanti e molto invece in quelle meno abbienti. Tanto da giustificare la demagogia dei ristoranti e cinema sempre pieni, voli aerei sempre in overbooking e villaggi vacanze sempre stracolmi

E che la situazione economica e la ricchezza nazionale siano incompatibili tra questi due storici ed antichissime paesi lo si misura per esempio da alcuni indicatori economici quali quelli relativi al turismo. Una vacanza negli splendidi mari ellenici, a parità di altre condizioni, costa decine di volte meno che non in Sardegna od in Sicilia.

Ma attenzione. Italiani e greci sono comunque ancora molto più vicini in questo momento di quanto la propaganda governativa voglia far apparire in questo momento. Monti sta facendo bene ma non è la panacea di tutti i mali e l’entusiasmo con cui se ne parla ora in Francia e Germania e nel conclave di Obama (in realtà sui giornali americani c’è scritto molto poco) è solo fumo.

E quelle lezioni di Sirtaki che abbiamo preso sarà comunque bene tenerle a mente ancora per un bel pezzo…Hoppa!

(*) i miei concittadini ben conoscono il perenne fallimento del famoso MAS, Magazzini allo Statuto, nella omonima via dalle parti di Termini

domenica 22 gennaio 2012

Vedi Napoli e poi muori

Sono tornato a Napoli per lavoro di recente, e dovrò tornarci ancora.

Non ce l’ho con Napoli in sé ed ho alcuni amici napoletani; direi che ce l’ho con tutto ciò che rappresenta e che ha a che fare con la totale assenza di senso della collettività, del bene comune. E forse Napoli è solo uno specchio esasperato ed ingigantito della nostra coscienza nazionale, di quel che sta accadendo in questi giorni con le reazioni di fronte alle ipotesi di liberalizzazione, sensazioni riportate poco fa. Proprio come esasperate ed ingigantite sono le grida ed i pianti di disperazione delle donne napoletane ai cortei funebri.

Oltre alla solita kabul distinta da quella vera solo perché le strade hanno un po’ d’asfalto ma le stesse buche (non da mortaio fortunatamente per i napoletani) devo dire che c’è un po’ meno spazzatura concentrata ma tantissima rimane quella endemica, autoctona direi. Insomma i mezzi e gli addetti della Asia passano e puliscono ma nulla possono contro il partenopeo medio che dissemina in modalità imprevedibile. Ricordo a margine che il presidente della Asia (Raphael Rossi) nonostante il gran bel lavoro e la sua rettitudine è passato come si dice “ad altro incarico” per la tristissima vicenda di questi giorni.

Per il resto la città è la solita fetenzia ed altre volte ne ho scritto tentando di descrivere aspetti che solo vivendoli appaiono; proprio una fetenzia come dicono da quelle parti e come sempre a fronte di una minoranza di napoletani responsabili, tra cui tutti i professionisti con cui mi onoro di collaborare, il resto della città è seppellita sotto quella che ormai non è più endemica e tipicamente partenopea rassegnazione a secoli di vessazioni e soprusi ma è connivenza e menefreghismo, utilitarismo e settarismo. E non sto parlando delle periferie degradate da decenni ma anche del centro; il termine degrado inoltre mal si addice a certe realtà perché implica un processo di decadimento nel tempo mentre da quelle parti e per la maggioranza delle zone a cui mi riferisco sono nate già degradate.

Nelle parole di un collega napoletano trovo la semplice spiegazione, quasi lapalissiana, ma talmente banale da sembrare assurda pur non violando il principio di semplicità. Napoli è e così resterà perché soltanto in questo modo la maggioranza incivile e menefreghista dei suoi abitanti potrà continuare a fare il proprio comodo. Come potrebbero agire indisturbati napoletani di quella risma trapiantati a Berlino? Se la città fosse ordinata e regolata, se la maggioranza facesse il proprio dovere civico la minoranza salterebbe all’occhio e sarebbe individuabile e circoscrivibile facilmente.

Insomma l’antico chiagn ‘e fotte ancora una volta impera. Lasciamo che Napoli sia quel che è perché solo così potranno continuare a far passare inosservate le malefatte d’ogni tipo, perché nella media dell’accettazione collettiva.

A seguire una carrellata rapidissima di immagini dello stato di degrado di un ufficio pubblico, alla faccia della 626 (se fosse ordinato e regolamentato potrebbero mai permettersi la moka in archivio?) e di un edificio di centralissima strada in perfetto stile “campano non finito” con antenna parabolica ma foratino in piena vista.