domenica 14 ottobre 2012

Ama il prossimo tuo

Ieri in Nigeria c’è stata l’ennesima strage le cui origini, neanche tanto profonde, sono di stampo religioso. Cristiani contro musulmani e viceversa, copti contri sciti, salafiti contro sciti, ortodossi contro cattolici, cattolici contro protestanti e chi più ne ha più ne metta come si dice. Ed ho citato soltanto parte delle tre religioni più diffuse al mondo: cristiana, ebrea e musulmana. E non può non venirmi in mente quanto Richard Dawkins ripete e riassume da anni.

Tutte le cosiddette sacre scritture di queste tre religioni dalla comune origine non fanno altro che ripetere pressoché continuamente parole che spingono al settarismo, all’isolamento, al razzismo, all’individualismo delle proprie culture ed all’universalità del proprio credo. Niente di meglio per fomentare un principio di esclusione di base che può essere sempre preso come giustificativo di azioni che altrimenti non avrebbero ragione d’esistere o che potrebbero essere risolte in altro modo.

La religione è un potente incentivo alla divisione ed anche se guerre o faide tra gruppi e sette religiose non riguardano quasi mai conflitti teologici la religione è comunque un’etichetta che si affibbia a qualcuno e che crea un ciclo di inimicizia e vendetta tra un gruppo e l’altro, da generazioni, etichetta che non è necessariamente peggiore di altre come il colore della pelle, la lingua o la squadra di calcio preferita, ma che spesso è disponibile in mancanza di altre etichette.

Un ortodosso serbo-croato medio nei primi anni ‘90 non ha quasi capito nulla di quanto stava per travolgere l’ex Jugoslavia ma l’etichetta musulmano del vicino di casa bosniaco, i cui figli fino al giorno prima frequentavano le stesse scuole, è bastata a scatenare odi razziali e religiosi con pulizie etniche dello stesso stampo di quelle che sono esaltata nella bibbia nei confronti dei non ebrei. Così come un protestante ed un cattolico nord irlandese sono entrambi bianchi, parlano la stessa lingua, apprezzano le stesse cose ma sembrano appartenere a specie diverse tanto è profonda la spaccatura storica che li separa con etichette tramandate di generazione in generazione e genitori, nonni e bisnonni che hanno frequentato scuole cattoliche da una parte e scuole protestanti dall’altra. Isolati e segregati da un’etichetta ideologica.

E’ innegabile che anche senza religione l’umanità tende ad essere fedele al proprio gruppo ed ostile a gruppi esterni e ci sono altri motivi di divisione ma la religione esaspera i contrasti con l’etichettatura fin da piccoli dei propri figli (come direbbe Richard Dawkins non ci sono bambini cattolici, ma bambini figli di genitori cattolici), con scuole in cui si effettua segregazione tra confessioni e non ultimo, un vero e proprio tabù nei confronti dei matrimoni interreligiosi visti anche peggio che quelli tra omosessuali!

Senza generalizzare così come spesso i religiosi hanno compiuto azioni lodevoli molto più spesso non religiosi hanno fatto anche di meglio. Non è la religione che definisce lo spirito l’etica e la morale del tempo che cambiano con questo continuamente. Qualunque sia la causa il fenomeno palese del progresso dei valori umanitari (i filosofi morali lo definiscono Zeitgeist, spirito del tempo) non è certamente perché abbiamo bisogno di dio per decidere cosa sia bene o male. Sono disposto a rispettare l’uomo che indossa un determinato abito ma non l’abito in quanto etichetta di valore assoluto perché le etichette dividono.

Qualche giorno fa un frate ha preso a bastonate una mendicante che sostava quotidianamente di fronte ad una chiesa ed oggi il papa alla consueta cerimonia dell’Angelus domenicale, ha tirato fuori la famosa parabola evangelica del ricco, dell’ago e del cammello (qui il testo).

L’esponente massimo, capo supremo e addirittura, ovviamente a loro detta, rappresentante di dio in terra della comunità religiosa più opulenta e ricca del mondo, comunità che campa dopo aver accumulato a sbafo per secoli ricche decime, che non paga tasse e si permette di interferire ogni momento e per ogni cosa in affari che non la riguardano fa la morale ai ricchi. Da che pulpito.

Che c’entra quest’ultima cosa? Non saprei ma so che c’entra…

sabato 13 ottobre 2012

Alla UE il Nobel per la pace

Quando ho letto ed approfondito la notizia dell’assegnazione all’Unione Europea sono rimasto dapprima sorpreso per la singolarità della cosa in sé ma poi, in un certo senso, colpito positivamente.

Dopo tutto anche il sottoscritto, se anche adesso è qui a scriverne, a poter seppur virtualmente, comunicare quanto penso e sento a chiunque ed ovunque nel mondo voglia e possa leggerlo lo devo anche a questo. A questa volontà di unione, partita nel lontanissimo 1957 col Trattato di Roma e che si è espansa raggiungendo quel che è, quel che siamo. Un’unione a cui ambiscono di far parte ancora in molti, persino il Marocco!

Quasi 70 anni, dal 1945, trascorsi senza guerra sul territorio europeo, dal Portogallo alla Russia e dall’Islanda a Cipro.

Lo devo alla pace duratura e continua che permette di dedicarsi ad altro senza preoccupazioni future.

E basta fare un viaggio in macchina per l’Europa, come da diversi anni mi capita di fare, per respirare e toccare con mano le piacevoli sensazioni che si provano attraversando i confini da un paese all’altro.

E già. Ha ben detto Prodi, sintetico ed essenziale come sempre: “Dalla fine dell'Impero romano mai una generazione senza ragazzi morti in guerra. L'UE ci ha dato 60 anni di pace. Vi pare poco?

Buffo pensare che il premio sia stato assegnato dalla Norvegia, paese fondatore ed artefice del Premio Nobel ma che è fuori dell’UE e che non ha in agenda nessuna intenzione di entrarvi.

Vi ricordate di quanto candidarono Silvio Berlusconi al Nobel per la Pace? Qualcuno lo avrà dimenticato altri neanche l’avranno saputo ma poco più di tre anni fa era nato persino un comitato ufficiale per farlo, con tanto di canzone promozionale! Vuoi mettere?

Cattedre o cattedrali?

Proprio quando il ministro (tecnico e temporaneo) Profumo sembrava aver dato una smossa positiva allo stallo che da decenni e da tanti ministri bloccava in una sorta di vicolo cieco qualsiasi iniziativa ecco che dietro l’angolo il fantasma dell’imbecillità era pronto a saltar fuori.

E così dopo aver sbloccato il concorsone atteso da decenni, dopo aver abbozzato l’idea di azzerare in qualche modo il precariato esaurendo rapidamente anche ultra quarantenni precari da decenni e decretando che, eureka!, d’ora in poi si diventa insegnante solo per concorso (ma va? e cosa lo ha impedito finora?) magari preceduto da un periodo formativo di tirocinio (TFA) adesso se ne escono (generalizzo) con una minchiata stratosferica.

Portare le ore che si passano in classe, di effettiva docenza, da 18 a 24.

Questa cosa è stata proposta a più riprese nel tempo un po’ da tutti, da destra, sinistra, centro e da tutte le scilipotiche varianti recenti.

Sarebbe inutile per me convincere un non insegnate che 18 ore di insegnamento, soprattutto in certe classi, soprattutto per certi programmi e soprattutto in certe scuole o sedi, sono più che sufficienti a stancare una mente ed un corpo con livelli di dispendio energetico paragonabili a più di 40 ore terziario generico. Ma così è.

Altrettanto inutile convincere un non insegnante che a fianco a quelle 18 ore spese in cattedra ce ne sono minimo altrettante spese in riunioni, consigli, preparazione delle lezioni, aggiornamenti, correzione dei compiti (avete mai corretto 25 compiti di matematica del V scientifico? O 25 versioni di greco? O 25 compiti di elettronica di un V ITIS?). Ma così è.

Signori è faticoso. Assai(*). Provare per credere, metodo Aiazzone. La mia testimonianza conta molto poco ma i miei due centesimi li metto lo stesso: l’ho fatto per quasi 10 anni e mi stanco molto meno adesso.

Ma la minchiata più grande sta nel bilancio di chi resta e di chi dovrebbe entrare. Aumentare le ore di cattedra a 24 taglierebbe altre decine di migliaia di posti di lavoro così come anni fa una stramaledetta riforma tagliò via intere materie dai curricula di studio senza curarsi delle persone che c’erano dietro.

Tanto per fare un esempio se per fare una cattedra completa di scienze o di fisica al liceo occorrono almeno 8 classi portando a 24 ore le dovute dal docente di classi ce ne vorrebbero 12…e quindi meno necessità di insegnanti!

Qualcuno due conti se l’è fatti e il risultato è che se consideriamo che con l'aumento delle ore lavorative si perderanno circa 25/30.000 cattedre e i posti previsti per le immissioni in ruolo per i prossimi due anni sono esattamente 25.000 di conseguenza si va a zero. Non verranno immessi in ruolo neppure i docenti iscritti nelle graduatorie! Non è imbecillità questa?

E allora? Dobbiamo regolarizzare i precari aventi diritto e tagliamo sui posti disponibili?

La cosa ancora più imbecille è che, nonostante centinaia di migliaia di insegnati hanno il contratto bloccato da anni, non hanno percepito neanche gli scatti dovuti, hanno visto loro erodere lo stipendio da addizionali comunali e regionali varie (e sennò er poro Fiorito il SUV come se lo comprava?) è stato detto: “Più ore di cattedra in cambio di più ferie”. 45 giorni si dice, anziché 30.

Ma come? Non s’era vietato ai dipendenti pubblici di monetizzare le ferie non godute? Ora che le monetizza il governo a proprio vantaggio va bene? E’ quasi ridicolo se non fosse tragico.

E poi le ferie gli insegnanti possono fruirle solo d’estate, in periodi di sospensione della didattica.

Ironizzando: ma se lo sanno tutti che gli insegnanti per tre mesi non fanno una minchia…ma che ci fanno di questi altri 15 giorni visto che l’estate è già tutta presa?!?

Qui da noi ogni volta che si parla di cattedre sembra proprio che si debbano affrontare le stesse difficoltà che nel medioevo avevano per tirar su cattedrali. Loro, almeno, ci riuscivano.

(*) diamo per scontato che si faccia il proprio dovere.

giovedì 11 ottobre 2012

Accade a Roma Tre – Lingue e Mediazione Linguistico Culturale

imageVi sembra plausibile che studenti universitari che, entro la scadenza del corrente anno accademico, laureandi pressoché certi di conseguire il titolo o che comunque avranno completato brillantemente il corso di studi triennale entro i termini non possano accedere automaticamente al biennio della Laurea Magistrale? No vero?

E vi sembra invece plausibile che studenti dell’ultimo anno della triennale, con ancora magari 4 o 5 esami da sostenere, possano accedere alla preiscrizione alla Laurea Magistrale automaticamente? Un altro no, vero?

Oppure che il corso di Laurea Magistrale di Roma Tre per il prossimo anno accademico sarà frequentato da soli studenti provenienti da “la Sapienza” e neanche uno di Roma Tre? Che ve lo dico a fare.

E invece questo è esattamente quanto accade a Roma Tre, Facoltà di Lettere e Filosofia, Corso di Laurea in Lingue e Mediazione Linguistico-Culturale e Corso di Laurea Magistrale in Lingue Moderne per la Comunicazione Internazionale; e questo assurdo papocchio cavilloso e burocratico accade per un regolamento d’ammissione pubblicato soltanto a giugno 2012, in coda al termine delle sessioni d’esame estivo.

Questo il regolamento, disponibile qui oppure sul sito della Facoltà, qui.

Ebbene cosa prevede in sintesi questo regolamento?

A parte ovviamente coloro i quali sono già in possesso di Laurea Triennale -conseguita come minimo lo scorso anno accademico- che sono ammessi di diritto e senza problemi tutti i laureandi del corrente a.a. e che hanno tempo per laurearsi fino a marzo 2013 senza andare fuori corso devono invece avere una serie di requisiti piuttosto anomali e conseguiti inoltre entro il 31 luglio 2012: non è affatto chiaro perché e la cosa sa di un abuso e forse anche di un illecito. A parte che il regolamento è stato pubblicato a ridosso della scadenza, a parte che nemmeno i professori ne erano a conoscenza quel che accade è che praticamente tutti i laureandi in Lingue e Mediazione Linguistico Culturale di Roma Tre non potranno accedere alla Magistrale!

Perché entro il 31 luglio 2012 avrebbero dovuto conseguire almeno 54 crediti formativi (CFU) di cui 30 nella prima lingua europea o nella extraeuropea e minimo 24 per la seconda lingua. Requisito da soddisfare tassativamente, recita, entro il 31 luglio.

Ora non voglio sottilizzare sul fatto che una determinata professoressa ha falcidiato quasi tutti gli studenti che a giugno hanno fatto una delle tantissime prove di un esame d’inglese, l’ultimo del piano di studio rimandandoli alla sessione di settembre ed impedendo loro di rifarlo a luglio (fuori termine regolamento ma, si dice, i professori non dovevano essere tenuti a conoscerlo!); ma perché mai un laureando che magari entro settembre, ottobre o vuoi anche novembre completi tutti gli esami, qualunque essi siano, di lingue o meno, non può essere pre-iscritto alla Magistrale mentre uno che ha, per puro caso, fatto tutti gli esame di lingue entro il 31 luglio e magari deve ancora fare 4 o 5 esami di linguistica, di storia o quel che sia, può essere pre-iscritto?

Forse che questo strano ed anomalo capestro serve in qualche modo a creare le condizioni di numero chiuso dichiarato ma non applicabile tagliando fuori a priori decine di studenti? Lo stesso regolamento infatti riporta che il numero di studenti sostenibile è pari a 100 e questo ovviamente non significa che è chiuso a 100 ma solo che se poi ce ne saranno 150 o 200 gli eccedenti non stiano a lamentarsi dei disagi dovuti alla mancata sostenibilità.

Accadono poi altre cose molto buffe. Degli aspiranti studenti che vorrebbero completare l’iter iscrivendosi alla Magistrale la stragrande maggioranza è per lingue più note e diffuse come quelle europee mentre pochissimi aspirano a fare la magistrale in cinese o magari in arabo. Nonostante questo il taglio del capestro del 31 luglio è stato applicato indiscriminatamente senza stare a guardare che magari gli studenti specializzandi in cinese erano…soltanto tre!!!

Insomma il risultato e l’amara conclusione è che a tantissimi studenti che, arrivati in fondo al primo percorso formativo universitario, con queste stranezze moderne dei 3+2, viene di fatto impedito un continuum temporale con il 4° o 5° anno e anziché apprezzare la loro volontà a proseguire e specializzarsi (la specializzazione Magistrale apre le porte a tante altre possibilità precluse dalla triennale) mettendoli nelle condizioni di dover parcheggiare un anno per iscriversi il prossimo forti della laurea che allora avranno conseguito. Sapete invece cosa accadrebbe ai più? Si demoralizzerebbero, si metterebbero a cercar lavoro, per non gravare sulle finanze familiari, si stancherebbero di attendere a vuoto un anno e sicuramente mollerebbero.

Accade a Roma Tre.

Che amarezza. Ma forse una maggior amarezza è che nonostante i tentativi da parte di qualcuno di organizzare una sorta di class action ed abrogare questo regolamento la stragrande maggioranza dei colpiti si sono tirati indietro trincerandosi dietro le scuse più trite e tristi…

giovedì 20 settembre 2012

Rubbaveno tutti

E’ un deja vu. Correva l’anno 1993, 29 aprile, e Craxi alla Camera con ostentata freddezza mentiva sapendo di mentire nel disperato tentativo di difendere se stesso, il partito ed addirittura lo Stato tutto dall’accusa di illeciti, di ruberie e di saccheggio continuato ed aggravato del denaro pubblico. Ed oggi, come se il compiere un reato in branco ne diminuisse la gravità, un Taormina giustifica ed al massimo condanna l’esser appartenuti ad un sistema marcio, non il singolo la cui coscienza non ha impedito lo scempio dell’etica e del rispetto.

E’ un deja vu. Allora il PSI massacrato convocava gli stati generali(*) ad acclamare a gran voce la questione morale, la pulizia, la cacciata delle mele marce, dei ladri. E gli altri, finti innocenti, stavano a guardare tremanti in attesa del loro turno di cui erano certi sarebbe arrivati. E oggi il PdL si stringe a coorte a difenderne l’integrità morale anziché pretendere trasparenza e chiarezza mentre contemporaneamente riempie di fuffa le teste di questi nostri ingenui concittadini.

Ma almeno qualcuno allora si indignò abbastanza da andare ad aspettarlo fuori del famoso hotel Raphael a tirargli monetine ed insultarlo. E parecchi altri si indignarono organizzando manifestazioni e sit-in di protesta davanti alla camera. Poca roba, ma meglio di niente.

Allora qualcuno si dimise, alla chetichella, si defilò nell’ombra, molti altri sparirono con la cassa restando impuniti. Oggi pochissime voci isolate, nessuna reazione popolare, nessuna manifestazione, nessun lancio di uova marce; e sono sicuro che qualcuno nell’ombra aspetta la prossima occasione per infilare gruppi deviati in qualche corteo a scatenare violenze che giustifichino lo status quo.

Oggi gli impuniti restano tali e tali sono come dicono le nonnette romane 'anvedi st’impunito! Né si vergognano al punto di avere decine di seggi parlamentari occupati da anni da persone condannate per reati di varia natura. E nessuno fa nulla di concreto.

Ma ha ragione da vendere il mio amico Jestercap che sul suo blog prende spunto da poche ed incisive parole di Michele Serra per mettere in evidenza come ancora una volta Fiorito non è causa di sé stesso ma effetto di una connivenza tutta italiana con situazioni che nascono e fioriscono (…) dalla e con l’ignoranza: l’ignoranza, l’incompetenza e l’ignavia dantesca della stragrande maggioranza dei nostri concittadini che non hanno mai letto un libro, che l’unica cultura che ricevono è quella televisiva e che persino chi legge almeno un quotidiano ogni tanto ignora che quell’informazione è controllata e manipolata tanto da relegarci parecchio in fondo nella classifica del grado di libertà di stampa.

Un paese di ignoranti, stupidi e furbetti pronti ad approfittare di un qualsiasi vantaggio personale a scapito di chiunque sia fuori della cerchia di amici e parenti in milioni di microcosmi egoisti ed isolati che pretendono di chiamare società. La gran parte degli italiani esattamente com’era fascista la (gran parte(gran parte(gran parte(…)))) fino all’aprile del 1945 salvo sparire nel nulla fin dal mese successivo.

E tutto a breve sarà di nuovo dimenticato…beata ignoranza diceva qualcuno sapendo che così avrebbe aumentato il controllo.

Oggi è il 20 settembre. 142 anni fa i Bersaglieri entravano a Roma e inserivano l’ultimo tassello mancante alla volontà di unire l’Italia partita così tanto tempo prima. “Ah Garibaldi che hai fatto!” diceva Totò…ed oggi come allora c’era poco da ridere.

(*) l’ho sentito dire oggi da una giornalista de LA7. Ho subito pensato a quel lontanissimo 1789 ed a quello che successe poco dopo…Magari!

giovedì 13 settembre 2012

Chi va piano va sano e va lontano…

chi va forte va alla morte…dicevano le nonne e più velocemente del dovuto aggiungo io!

Tornando a Roma su un velocissimo treno da Milano(*) riflettevo su questo e proprio su quanto avevo letto appena il giorno prima.

Che io sia un pigro è cosa nota e ne avevo anche scritto tempo fa ed anche se il concetto di pigrizia in questo caso deve essere contestualizzato mi consola molto sapere che proprio in questi ultimi mesi si sta diffondendo una corrente di pensiero che, esattamente come il mio, osteggia questo fenomeno tutto moderno chiamato brevemente, scusate il gioco di parole, brevismo. E proprio mentre ne discorrevo con un amico un paio di settimane fa domenica un bell’articolo di Stefano Bartezzaghi nella pagine interne de “la Repubblica” ne evidenziava gli aspetti salienti.

Tutta questa stramaledetta fretta del far prima, del correre affannosamente ad accaparrarsi prima di ogni altro il nuovo modello del telefonino supertecnologico così come l’opportunità di fare una vendita fregando qualcun altro. La fretta nel prendere decisioni che meriterebbero una riflessione più ponderata, e quindi più tempo e la fretta di vivere! Personalmente se messo di fronte alla fretta in genere reagisco esattamente al contrario, quasi a difendermi, riducendo i ritmi di pensiero e di azione. Insomma, la fretta la accetto (o la subisco) solo in casi di reale necessità: un incendio, una corsa al pronto soccorso…roba del genere insomma!

E la fretta o meglio il brevismo appunto che ha reso qualsiasi cosa della vita talmente rapida che si è ormai perso di vista il lungo periodo se non addirittura il medio. Sembra debba esistere soltanto un adesso e subito!

Il brevismo è quindi il nesso che tiene insieme l’isteria dei mercati finanziari e quella degli automobilisti al semaforo rosso, la smania dei bambini capricciosi e la noncuranza con cui i ristrutturatori aziendali sottodimensionano ogni risorsa (tranne il loro stipendio) per poi battezzare la loro opera "ottimizzazione". Il brevismo fa a meno della cultura che non è un elogio della lentezza ma perché solo tramite la lentezza viene acquisita. Disporre di molta memoria significa a questo mondo sapere di avere molta esperienza. Per i brevisti invece significa fare più cose col computer di questa generazione che non con quello della generazione precedente. Per avere molta cultura occorre avere molto tempo innanzi tutto e soprattutto molta calma affinché possa sedimentare e restare permanentemente a disposizione all’occorrenza.

Esito, evidenza e verifica immediati!  

Insomma tanto per citare ancora la saggezza delle nonne presto e bene non si conviene. E invece questo mondo è fatto ormai di tweet più che di notizie, che passando come meteore senza lasciare segno alcuno. La fretta è una cattiva consigliera ho sempre sentito dire. E allora perché tanta stramaledetta fretta in ogni settore della vita? 

Questo mondo brevista è fatto anche e soprattutto di una logica del profitto tale per cui vige l’imperativo che qualsiasi cosa può essere fatta più velocemente e soprattutto deve costare meno…e da qui la deriva neocolonialista dell’imprenditoria all’estero con manodopera velocissima e schiavizzata che però produrrà sì in fretta ma anche peggio abbattendo il profitto complessivo che invece voleva essere altissimo! Velocemente non significa di fretta così come quantità non è qualità.

Con buona pace di Keynes che diceva che «Nel lungo periodo siamo tutti morti» e che costringe gli operatori di borsa ad ignorare concetti come attesa e calma visto che, purtroppo e da brevisti qual sono, sono in grado di tenere sotto controllo istante per istante l’andamento di titoli e future (futuro di che poi?!?) … Conseguenza diretta? Il continuo monitoraggio dell'andamento dei propri investimenti, reso possibile dalla tecnologia, mette in allarme gli investitori! In una parola esattamente il contrario dell’obiettivo ricercato.

Insomma, per quanto mi riguarda, sempre…con calma e per favore!

(*) per inciso quei treni, da sempre, mi danno stranamente la nausea…io che ho ho volato a bassa quota sui C119 e sui C130 dell’esercito!!!

sabato 8 settembre 2012

Ambasciata di Cina

P1100784Leggendo un interessante post sul blog di Jestercap72 mi sono ricordato di quanto ho visto lo scorso agosto a Budapest.

Dalle parti del bel viale che si diparte dalla Piazza degli Eroi è pieno di ambasciate che occupano le belle palazzine d’epoca della zona. E c’è anche l’ambasciata della Repubblica Popolare Cinese e non è certo da meno.

Ma la cosa che più mi ha colpito ed incuriosito e spero che dalle foto si possa notare, è l’ostentazione della potenza militare e guerresca che è stata appositamente voluta apponendo a lato del cancello d’ingresso questi due tabelloni. Avessero messo anche, che so, foto della Cina con qualsiasi altro soggetto…macché. Solo ed esclusivamente foto militari…astronauti compresi!

Messaggio subliminale?

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