domenica 23 febbraio 2014

Infiniti noi

Perché noi qui, infiniti noi
siamo il tempo innocente
che nasce dal silenzio del mondo
intorno a noi.
(I Pooh, 1973)

 

 

 

Se l'universo fosse infinito? Avremmo il paradosso della replicazione infinita.

Immaginate di vivere in un universo dove nulla è originale. Nessuna idea è mai nuova. Non c'è nessuna originalità, nessuna novità. Nulla è mai stato fatto per la prima volta è nulla sarà mai fatto per l' ultima volta. Nulla è unico. Ognuno non soltanto ha un sosia ma ne ha un numero illimitato.

Questa insolita situazione si verifica se l'universo è infinito quanto a estensione spaziale (cioè a volume) e se la probabilità che la vita si sviluppi non è uguale a zero. Si verifica a causa del modo singolare in cui infinito differisce radicalmente da qualsiasi grande numero finito, per quanto grande è esso sia.

In un universo di estensione infinita tutto ciò che ha una probabilità non nulla di accadere deve accadere infinite volte.

Così in ogni istante - per esempio, in questo momento - deve esserci un numero infinito di copie identiche di ciascuno di noi che stanno facendo esattamente ciò che ognuno di noi sta facendo ora. Ci sono anche numeri infiniti di copie identiche di ciascuno di noi che stanno facendo qualcosa di diverso da quello che stiamo facendo noi in questo momento. In realtà si potrebbe trovare un numero infinito di copie di ciascuno di noi che in questo momento stanno facendo qualsiasi cosa ci fosse possibile fare con una probabilità non nulla in questo momento.

Il paradosso della replicazione spaziale, a parte il comprensibile disagio psicologico che crea, ha conseguenze di ogni tipo anche strane.

Una delle conseguenze logiche del risultato dell’evoluzione della vita è che questa ha probabilità non nulla visto che siamo qui a parlarne; quindi in un universo infinito deve esistere un numero infinito di civiltà in vita con al loro interno copie di noi stessi di tutte le possibili età. Quando moriremo ci sarà sempre altrove un numero infinito di copie di noi stessi, che avranno tutti i medesimi ricordi e le esperienze delle nostre vite passate, ma che continueranno a vivere nel futuro. Insomma così vista la questione è come se ognuno di noi «vive» per sempre.

I teologi, primo fra tutti Agostino, hanno confutato questo argomento sostenendo che la vita deve esistere solo sulla Terra e non altrove perché se la crocifissione di Cristo ha avuto una probabilità non nulla di accadere – e stando a quanto sostengono è accaduta – allora in un universo infinitamente grande essa è accaduta infinite volte altrove: in questo modo essa perde il significato che le si attribuisce.

E’ inoltre dimostrabile che se incontrassimo uno dei nostri cloni non sarebbe come rivedere se stessi nello specchio del tempo perché è più probabile che pur avendo avuto passati identici di fronte a nuove situazione si prenderebbero decisioni diverse, proprio come farebbero gemelli identici con i futuri di ognuno dei cloni con più probabilità di divergere che di rimanere simili.

La cosa curiosa di questa «teoria» è che essa stessa non sarebbe originale. E’ già stata proposta infinite altre volte.

Come se ne esce? Qualche ipotesi c’è. La scappatoia meno elegante ma più semplice è ammettere che l’universo sia finito oppure ricorrere alla finitezza della velocità della luce che come noto ha un limite ben preciso. Il fatto che la velocità della luce abbia un limite pari a circa 300.000 km/s fa sì che l’universo che possiamo osservare abbia delle dimensioni circoscritte. La conseguenza è che a conti fatti (che vi risparmio) la distanza alla quale potremmo incontrare un primo sosia, mio o vostro, è pari a circa 10N metri dove N=1027, un numero enorme!

C’è un altro modo per evitare il paradosso della replicazione infinita ovvero ammettere che la probabilità dell’evoluzione della vita nell’universo sia nulla.

In tal caso il numero delle copie di ognuno di noi sarebbe pari a 0 x ∞ che può essere uguale a qualsiasi numero finito, perché se dividiamo 1 per 0 otteniamo infinito, se dividiamo 2 per 0 otteniamo ancora infinito e così via. Quindi potrebbe esserci soltanto un nostro sosia altrove, ma potrebbero benissimo essercene un milione di miliardi!

Ma affermare a priori che la vita compaia pur avendo una probabilità nulla di realizzarsi in modo naturale equivale a dire che essa ha un’origine miracolosa o soprannaturale. Quindi il paradosso della replicazione infinita è scongiurato ammettendo che la vita sulla Terra sia pre-programmata per evolversi. Personalmente questo introduce per me ben altri paradossi.

Se fosse infinito nel tempo, anche solo nel tempo e non nello spazio, le cose non starebbero certo meglio. Con un tempo infinito a disposizione qualsiasi cosa abbia una probabilità finita di accadere sarà accaduta infinite altre volte nella storia passata. Nessuna idea può essere nuova ed universi di questo tipo hanno una caratteristica sorprendente.

Se c’è una probabilità finita che la vita intelligente si sviluppi (e c’è visto che, ancora, siamo qui a parlarne) questa deve essere infinitamente comune e con il passare del tempo dovrebbe esserci un enorme incremento della frequenza di esseri viventi tale che in un universo infinitamente vecchio dovremmo vedere extra terrestri ovunque ma visto che non li vediamo ecco un altro paradosso anche se non è escluso che ET sia talmente piccolo, nanoscopico, da non poter essere visto nella maniera che intendiamo comunemente.

Ultimo paradosso. Con implicazioni etiche e morali.

In un universo infinito ne consegue che la quantità di bene o di male, intesa come azioni che li producano, è altrettanto infinita. Quindi nulla che possiamo fare (o non fare) può aumentarla: infinito più qualcosa è sempre ancora infinito. In un universo infinito gli imperativi etici che spingono a fare il bene non hanno senso alcuno; perché dovremmo agire per il bene se in questo momento ci sono infinite copie di noi stessi che stanno facendo esattamente il contrario scegliendo alternative moralmente riprovevoli? Ecco che quindi più che imperativi etici che spingono a fare il bene occorrerebbe che gli stessi imperativi spingano a fare azioni giuste analizzate individualmente.

Ma ciò non toglie che un universo infinito porta con sé una serie di conseguenze che definire bizzarre è solo un inizio pur ammettendo che la finitezza della velocità della luce restringe il nostro orizzonte ad un punto tale che possiamo teoricamente preoccuparci ed occuparci soltanto delle nostre azioni visto che le probabilità di avere un contatto, od un impatto se volete, diretto con un nostro sosia sono pressoché nulle, ma non nulle.

Non c’è una soluzione semplice per i problemi etici posti da un universo infinito. Forse c’è qualcosa di sbagliato nella nostra concezione geocentrica dell’etica.

Vi affascina o vi inquieta?

domenica 9 febbraio 2014

Se puoi pensarlo puoi farlo?

imageGiorni fa un'amica ha condiviso su Facebook questa mitica frase “Se puoi sognarlo puoi farlo o roba del genere ed approfondendo  ho scoperto che è uno dei tanti aforismi attribuito con certezza a Walt Disney che, come noto, di fantasia ne aveva a iosa ed a cui vanno soprattutto attribuite le responsabilità di aver antropomorfizzato animali d’ogni genere (ma la cosa non fa male, almeno finché si è bambini!).

In realtà questa frase mi ha fatto venire in mente alcune considerazioni lette in un paio di libri di John Barrow (“I numeri dell’universo” e “L’infinito”).

 

E’ la presenza della coscienza che si è evoluta negli esseri umani tanto da consentire loro di pensare ed addirittura di pensare a quello che potrebbero pensare che permette che i presagi dell'infinito (ovvero anche poter pensare di fare qualsiasi cosa) si possano insinuare in noi.

Il libero arbitrio è una cosa strana.

Sembra che siamo in grado di pensare quello che vogliamo. Non c'è alcun limite definito a ciò che possiamo pensare ed alle fantasie della nostra mente. Non saranno memorabili, non saranno utili ma sembra che siano sempre leggermente diverse. Nuove esperienze, nuovi contesti e nuove interazioni generano uno spettro continuo di differenti idee e rappresentazioni del mondo. Questa, secondo me, è una solita ragione per pensare che vi siano possibilità illimitate -una riserva infinita di possibilità- in cui immergerci. Ma, appunto, la parola chiave è ancora una volta pensare, e pensare non equivale a fare e quindi questo pensare che vi siano possibilità illimitate è sbagliato.

Infatti ed abbastanza naturalmente, nonostante le opinioni contrarie, esiste invece un numero finito di pensieri che possiamo avere. E' un numero immenso -probabilmente il numero più grande che abbiate mai visto- ma non di meno finito.

Conteggiando il numero delle configurazioni neurali che il cervello umano può ospitare, si è stimato che sia in grado di rappresentare circa 1070.000.000.000.000 «pensieri» (1 seguito da 70.000 miliardi di zeri!!!

Si chiama “Numero di Holderness” e ve lo spiego bene nella nota sotto. Per confronto tenete presente che ci sono soltanto 1080 atomi (1 seguito da 80 zeri) circa nell’intero universo visibile.

Il cervello umano è piuttosto piccolo, contiene soltanto (…) 1027 atomi circa, ma la sensazione che abbiamo di poter pensare senza limiti deriva non tanto da questo numero, quanto dall’immensità del numero delle connessioni che possono stabilirsi tra i gruppi di atomi che compongono la rete neurale del cervello.

Questo è quello che si intende per complessità ed è proprio la complessità della nostra mente che dà origine a quella sensazione di essere al centro di sconfinate immensità.

Ma non c’è sorpresa in questo. Se la nostra mente fosse significativamente più semplici, saremmo troppo semplici per conoscerla!

E comunque estremamente complesso non significa infinito.

Non ci credete? Iniziate a contare!

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Numero di Holderness – Il nostro cervello contiene circa 10 miliardi di neuroni, da ciascuno dei quali di dipartono dei tentacoli, o assoni, che lo connettono a circa 1000 altri. Sono le connessioni neuronali alla base del pensiero, cosciente o meno (pensiero incosciente? state respirando ora o no? il vostro cuore batte? state digerendo?). Il cervello può fare molte cose contemporaneamente e quindi possiamo pensarlo come un certo numero –diciamo 1000- di piccoli gruppi di neuroni. Se ciascun neurone effettua 1000 connessioni con 10 milioni di altri nello stesso gruppo, allora il numero dei modi diversi in cui potrebbe formare connessioni nello stesso gruppo di neuroni è 107 x 107 x 107 … x 1000 volte e questo fa 107000  possibili configurazioni di collegamento. Ma questo vale per un solo neurone del gruppo. Il numero totale per 107 neuroni è 107000  moltiplicato per sé stesso 107 volte. Ovvero 1070.000.000.000. Se a questo punto i circa 1000 gruppi di neuroni possono operare in modo indipendente l’uno dall’altro, allora ciascuno di essi contribuisce al totale con 1070.000.000.000 possibili connessioni facendolo salire fino al numero di Holderness, 1070.000.000.000.000.

Quanto è grande 1 miliardo? Ovvero solo 109. Provate a pensare di dover contare da 1 ad 1.000.000.000 al ritmo di una cifra al secondo. In un anno non bisestile ci sono 31536000 secondi. Il che ci porta al risultato che occorrono poco meno di 32 anni per arrivare al traguardo….Ma non ce la fareste comunque perché solo per pronunciare 927.465.812 (novecentoventisettemilioniquattrocentosessantacinquemilaottocentododici…) velocemente ci vogliono da 3 a 5 secondi!!!

lunedì 27 gennaio 2014

27 gennaio

P1100969La brutalità, sui campi di battaglia od in ambiti collaterali alle guerre, non è stata monopolio dei tedeschi. La guerra è brutale. Ci sono testimonianze di episodi di brutalità e crudeltà gratuite che interessano tutti i tempi e tutti gli eserciti ma sulla base dei dati di fatto ci sono differenze sostanziali da non trascurare.

Di stermini ce ne sono stati e se è per questo anche più cruenti e numerosi di quello relativo ma niente fu mai così concentrato nel tempo e nello spazio come quello effettuato dalla Germania nazista con meticolosa sistematicità ed iniziato fin dai primi anni trenta con la deportazione sistematica di "diversi" (omosessuali, zingari, malati di mente, bambini handicappati fisici o mentali sottratti ai genitori illusi che venissero affidati alle cure di specialisti) e finito con la tristemente famosa "soluzione finale".

Non è lecito separare la politica interna dei tedeschi durante la seconda guerra mondiale da quella estera e concludere che i campi di sterminio ed i centri di tortura erano aberrazioni che niente avevano a che fare con la Wehrmacht, l’esercito regolare, col regime e con i milioni di persone che, con evidente entusiasmo, approvarono e sostennero l’impresa dall'inizio alla fine.

Preso atto che di solito in guerra tutte le parti possono commettere delle atrocità (e ne commettono) resta pur sempre vero che i tedeschi furono dei pionieri veri e propri nel campo dello sterminio su scala industriale; furono i primi a costruire stabilimenti appositamente a quello scopo, a deportare in massa uomini, donne e bambini e trasformarli, almeno in certi campi, non solo in ossa e cenere, ma in prodotti secondari utilizzabili (sapone, pelle, oro reclamizzato per protesi dentarie ecc).

La principale differenza tra la Germania nazista e gli altri paesi consistette nell'accuratezza burocratica e nella mancanza di ipocrisia della prima; invece di voltare la testa dall'altra parte, i tedeschi presero atto della loro disumanità e la sistematizzarono, provocando così l’orrore e l’unanime condanna del mondo intero.

La conseguenza primaria non fu tuttavia morale bensì pratica. La semplice forza della paura che ispiravano spinse paesi naturalmente ostili tra loro, la Russia e le altre democrazie, ad unirsi in una formidabile alleanza per contrastarli; così invece di combattere su di un solo fronte, come avevano voluto, si trovarono a combattere su tre. E persero. Per fortuna.

domenica 12 gennaio 2014

Il teorema dell’aborigeno

TEOREMA ABORIGENO

La distanza genera credulità, che quanto più un evento è lontano nello spazio tanto più ciecamente gli uomini tendono a prendere per buona qualsiasi cosa si racconti su di esso.

Questo aspetto, legato allo spazio, per estensione è facilmente riportabile anche a distanze nel tempo o nel divario conoscitivo tra un individuo e l’altro o più genericamente tra l’individuo e la conoscenza come antitesi all’ignoranza stessa.

Distanze queste molto spesso ancora più insormontabili che non quelle geografiche: un ignorante può senza dubbio riuscire ad organizzarsi per un viaggio transoceanico a visitare popoli della Melanesia ma sempre ignorante resta. Si pensi, ancora a semplice esempio, alle leggende ed alle mitologie, religioni comprese, tramandate per secoli e millenni a cui ancora la maggioranza crede od alla profonda ignoranza per cui ancora così tanti credono alle intercessioni di santi, patroni, maghi e guaritori o, per associazione di idee passando dal patrono al patronum ed i suoi clientes di romana memoria alla ingenuità con cui la maggioranza si beve le cazzate dei politici.

Il fatto fondamentale sembra essere che i mezzi di comunicazione non hanno affatto annullato lo spazio, nel senso di consentire al genere umano di riflettere in modo razionale su avvenimenti lontani: anzi, è vero il contrario.

Da quasi un secolo grazie a radio, televisione e stampa e da qualche decennio grazie da Internet oggi ci si fanno idee assurdamente errate su popoli, tradizioni, usanze e governi di cui un tempo si ignorava del tutto l'esistenza e dilagano incompetenza, ignoranza di ritorno e supponenza nel saper tutto di tutto soltanto perché lo si è letto in Internet creando un popolo di esperti; letto su Internet velocemente e spesso soffermandosi sulle figure proprio come i ragazzini pigri (e futuri ignoranti) guardano solo le figure dei fumetti che leggevano.

Insomma. Corrado Guzzanti tanti anni fa indirettamente aveva colto il senso completo di questo dato fondamentale col suo, da me ribattezzato or ora, teorema dell’aborigeno. E passando dal particolare al generale come ogni buon teorema che voglia esser parte d’una teoria, direi che il senso finale è questo: la maggioranza è aborigena e la conoscenza non avrà mai nulla da dir loro affinché possano assorbirne anche una minima parte.

Corrado Guzzanti–Aborigeno, anni 90

Una botta di culo…

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Premessa storica.

Dopo il terremoto dell’Irpina del 23 novembre 1980 per rilanciare 20 zone industriali tra Campania e Basilicata vennero stanziati 7.762 miliardi di lire (circa 8 miliardi di € del 2010). Il costo finale fu dodici volte superiore al previsto in provincia di Avellino e diciassette volte in provincia di Salerno. Secondo la relazione finale della Corte dei Conti, i costi per le infrastrutture crebbero fino a punte «di circa 27 volte rispetto a quelli previsti nelle convenzioni originarie». Il 48,5% delle concessioni industriali (146 casi) venne revocato. La Corte dei Conti accusa «la superficialità degli accertamenti e l'assenza di idonee verifiche», approvate senza «adeguatamente ponderare situazioni imprenditoriali già fragili e già originariamente minate per scarsa professionalità o nelle quali la sopravvalutazione dell'investimento, in relazione alle capacità imprenditoriali, ha portato al fallimento dell'iniziativa». Nel 2000, 76 aziende risultavano già fallite, ma solo una piccola parte dei contributi (il 21% nella provincia di Salerno) era stato recuperato. Io stesso ho visto decine di vecchie stalle abbandonate, spesso a decine di km dalla zona sismica, trasformate in lussuose ville grazie ai fondi ricevuti.

Molte altre volte (qui, qui e ancora qui ad esempio), fin dall’inizio della vicenda, ho parlato del terremoto de L’Aquila 6 aprile 2009 e l’ho fatto anche per parlare di sismologia, di geologia, di rischio e di prevenzione nel nostro paese. Paese in cui, nonostante l’ingresso nell’era moderna, nessun governante ha mai capito veramente cosa voglia dire vivere e produrre in una delle zone tra le più sismiche nel mondo e con un territorio in cui le zone veramente prive di sismicità si contano in punta di dita.

E la città abruzzese presa, non solo per la sua bellezza così adagiata sotto il gigantesco massiccio del Gran Sasso, ad esempio della miopia, dell’inettitudine, dell’incompetenza e della macroscopica imbecillità di chi potrebbe manovrare le giuste leve per fare davvero prevenzione visto che, lo ribadisco, la previsione non è percorribile; anche lo fosse comporterebbe comunque piani ben coordinati di gestione dell’emergenza, come nel caso delle zone vulcaniche (Vesuvio ed Etna tra i tanti) che, ancora una volta in Italia, sono inesistenti.

E così oltre all’assoluta mancanza di competenze e dopo aver assistito anno dopo anno alla morte della città, dove tutto è fermo fin dal 6 aprile 2009, dove nulla è stato fatto, e basta passare per i 2 km scarsi di via XX settembre per rendersi conto della stasi, ancora una volta assistiamo a quanto già visto in altre occasioni, a quei terribili e nauseanti deja vu del malaffare, della speculazione a danno degli innocenti, degli onesti e di chi ha perso da qualcosa a tutto.

E dopo aver scoperto nel 2010 che un paio di sciacalli alle 3.32 di quella notte ridevano, le proteste degli aquilani e le manganellate date loro per aver osato protestare, sembrava aver toccato il fondo. Ma al peggio non c’è mai fine si dice e così a distanza di quasi 4 anni si scopre che nulla è cambiato rispetto agli stessi metodi che in tanti altri disastri nazionali sono stati la normalità. La corruzione fatta sistema dopo aver definito il terremoto un colpo di culo, un’occasione d’oro per mettere le mani sui milioni di euro che sarebbero arrivati.

Mani sulle gare d’appalto per lavori di ricostruzione mai iniziati, tangenti su milioni di euro versati per innalzare recinzioni di plastica e sulla carta chiamarle cantieri, sulla costruzione delle famose unità abitative ultra moderne fatte realizzare da Berlusconi e dalle sue imprese in tempi record senza però avvisare gli occupanti che passata l’emergenza avrebbero dovuto comprarsele! E pur se l’emergenza non sembra aver fine le richieste di soldi sono già arrivate costringendo centinaia di famiglie a tornare nei container o ad arrangiarsi in proprio.

Eppure sembrerebbe che molto sia stato già fatto ed io stesso su queste pagine ho messo in evidenza come non tutto è ripristinabile esattamente com’era, che non tutti i campanili od i palazzi storici devono necessariamente avere finanziamenti se non alla fine, se proprio avanzano soldi: ci sono insomma priorità evidenti. Ma in tutto questo quanto altro ancora si sarebbe potuto fare senza il malaffare sistematico?

Inutile fare gli esempi noti del Giappone che dopo il terremoto di Kobe del 1995 scoprì che c’era stato malaffare e corruzione nella costruzione dei manufatti che non sarebbero dovuti crollare e mise in galera centinaia di amministratori pubblici ed imprenditori privati; ed a nulla servirebbe ricordare ancora una volta lo stesso paese che nel giro di pochi mesi rimise in sesto tutte le infrastrutture dopo il devastante tsunami del 2011.

Dal terremoto dell’Irpina sono passati poco più di 30 anni, nel frattempo sono cadute repubbliche e cambiate intere classi dirigenti e scuole di pensiero. Ma in questi casi ancora una volta il risultato sembra il medesimo a ricordarci che non sono criminalità e malaffare a creare cattivi amministratori ma è la cattiva amministrazione che attira come mosche il miele criminali e delinquenti. Nulla è cambiato ed anzi è peggiorato: si è passati dai pochi grandi burattinai che hanno fatto soldi a danno della maggioranza spartendosi ricche torte di denaro pubblico tra pochi eletti all’interno della casta ad un sistema generalizzato e diffuso dove anche l’ultimo degli uscieri comunali vuole averne parte, dove, per dirla alla Fiorito, rubbaveno tutti.

Effetto di una connivenza tutta italiana con situazioni che nascono e fioriscono dalla e con l’ignoranza: l’ignoranza, l’incompetenza e l’ignavia dantesca della stragrande maggioranza dei nostri concittadini che non hanno mai letto un libro, che l’unica cultura che ricevono è quella televisiva e che persino chi legge almeno un quotidiano ogni tanto ignora che quell’informazione è controllata e manipolata tanto da relegarci parecchio in fondo nella classifica del grado di libertà di stampa.

Un paese di ignoranti, stupidi e furbetti pronti ad approfittare di un qualsiasi vantaggio personale a scapito di chiunque sia fuori della cerchia di amici e parenti in milioni di microcosmi egoisti ed isolati che pretendono di chiamare società. La gran parte degli italiani esattamente com’era fascista la (gran parte(gran parte(gran parte(…)))) fino all’aprile del 1945 salvo sparire nel nulla fin dal mese successivo.

E tutto a breve sarà di nuovo dimenticato…beata ignoranza diceva qualcuno sapendo che così avrebbe aumentato il controllo.

E L’Aquila? L’Aquila in tutto ciò è solo un numero di morti, in questo caso piccolo, ed un numero, parecchio più grande, che indica cittadini noti solo alla statistica dei censimenti.

domenica 15 dicembre 2013

Allons enfants de la Patrie

La lettura di un lungo ed articolato post su Mentecritica, insieme a quanto recentemente ed ottimamente riportato qui mi hanno portato a fare delle considerazioni che si allacciano a quanto molte altre volte ho avuto modo di accennare su queste pagine. Devo dire che ho fatto abbastanza fatica a leggere lunghi ed articolati racconti dei cosiddetti “rivoluzionari”, fatica dovuta al fatto che spesso i contenuti diventano piuttosto banali e densi di inutile qualunquismo. Forse qualcuno è condivisibile ma in linea puramente teorica e…chiacchierona.

Non ci sarà nessuna rivoluzione. Né pacifica né violenta. Le rivoluzioni necessitano di tempo, spesso decenni, per maturare e gli eventi che le generano nascono sempre da menti illuminate che concorrono a diffondere l'idea di cambiamento. Cambiamento: la parola chiave. Ovvio che il rivoluzionario vero, popolano e ignorante per lo più, non ha la più pallida idea di quelle idee ma di una cosa è sicuro assaltando il palazzo d'Inverno o la Bastiglia: vuole che le cose cambino!

Quello che vedo intorno a me è che, improvvisamente -dov'erano 2 od anche 5 anni fa quando le condizioni erano le medesime?- appare dal nulla un gruppuscolo (esagero? 200.000 persone?) che sbraita e strilla chiedendo indietro quello che ha perso, ovvero la possibilità di consumare. Altro che rivoluzione anticapitalista, altro che rivoluzione contro l'euro assassino come lo definisce Salvini.

Questa che vedo qui intorno è solo la classica "rivoltina" di popolo incazzato a cui è stato tolto il pane o che si trova il prezzo della farina aumentato oltremodo: si scagliano una tantum contro il malcapitato fornaio di turno, ottengono promesse e sconti, ristabiliscono il com'era e tornano tutti a casa felici e contenti soprattutto se nel casino sono riusciti a mettersi in tasca qualche pagnotta a gratis.

Dopo tutto una delle stesse manifestanti ascoltata in TV giorni fa ha detto: ”sono tutti bravi a fare la rivoluzione da Facebook ma quando si tratta di venire a prendere freddo come me se ne restano a casa…”

Mi viene in mente una scena del film “Il marchese del grillo” –peccato non averla trovata su YouTube- che racconta i giorni della Repubblica Romana. La scena in cui Alberto Sordi che impersona un nobile della cerchia clericale e papalina è in carrozza con un giovane ufficiale francese membro dell’esercito inviato da Napoleone III a salvare il Papa. Nella corsa in carrozza cantano a squarcia gola "La Marsigliese” e Sordi afferma, amaro e sarcastico, “Senti che potenza, che forza ‘sta musica! Co’ questa sì che ce fai le rivoluzzioni! Noi c’avemo ‘viva er papa’…ma ‘ndo c’annamo co’ st’inno? Ar Divino Amore ar massimo c’annamo…”. O era “In nome del popolo sovrano”?

Ma quale rivoluzione! Ma tutto sommato è un bene perché le rivoluzioni, da sempre, vengono strumentalizzate, proseguono con epurazioni e sfoltimenti il più delle volte estremamente cruenti e non guardano in faccia nessuno. Altrimenti che rivoluzioni sarebbero?

 

Colonna sonora di “In nome del popolo sovrano”.

Non vorrei concludere con amarezza ma non posso fare a meno di pensare a quando Ennio Flaiano, negli anni '70, affermava che gli italiani sono irrimediabilmente fatti per la dittatura.

sabato 14 dicembre 2013

Abilitazioni diversamente abilitanti

Scusate il gioco di parole con i diversamente abili, aka handicappati, ma in questo momento del politically correct non me ne può fregare di meno visto che la cosa interessa proprio la formazione di quelle persone che dovranno occuparsi proprio del sostegno necessario ad evitare le discriminazioni che fino a non molto tempo fa tenevano i ragazzi fuori dalla scuola!

Chiuso il capitolo TFA per consentire a 12.000 persone in Italia di conseguire l’agognata abilitazione, figlia compresa,  al termine di una rigorosa selezione e di un corso costati tempo e denaro salvo poi rivelarsi pressoché inutili vista la miopia dell’attuale ministro Carrozza. Vista la carenza di insegnanti (si parla di migliaia di cattedre necessarie) in grado di esercitare il sostegno ad alunni od alunne con disabilità di vario tipo è stato aperto non molto tempo fa quello del cosiddetto Corso di specializzazione per il sostegno. Una specie di TFA comunque.

E allora sotto con le varie università che si propongono come sedi per i test e quindi formative: della serie intanto iniziamo ad incassare dai 100 ai 200 € per ogni candidato solo per essere ammessi alla preselezione con i soliti quiz a risposta multipla, spesso sbagliati nella formulazione delle domande. Poi come d’uso, scritti ed orali.

E tra gli atenei anche università non statali che sono state regolarmente autorizzate dal MIUR a mettere a disposizione un certo numero di posti in base alle esigenze regionali.

Il buongiorno si vede dal mattino si dice. E questo è il mattino dei risultati della LUSPIO (oggi UNINT), una delle private di cui sopra che ha messo a disposizione un certo numero di posti inserendo, contrariamente alle aspettative, altre sedi e c’è da chiedersi come mai tutte al meridione.

Direi che basta osservare i quadri dei risultati per rendersi conto che qualcosa stona. Prendiamo ad esempio i risultati di Roma per la secondaria superiore.

354 partecipanti, 6 ammessi. 1,7%

Confrontiamoli con Palmi.

149 partecipanti, 72 ammessi. 48,3%

Palmi? Se dovessimo dar retta alla statistica davvero è cosa nota che il livello culturale medio è direttamente proporzionale alla latitudine ergo mi sarei aspettato una diversa distribuzione percentuale.

Che dire poi di quel roboante 77% di Reggio Calabria per la secondaria di primo grado? Ora non vorrei fare del qualunquismo ma mi ci state tirando a forza!

Insomma qui la statistica somiglia proprio ai tentativi di giustificare, statisticamente ça va sans dir, i risultati delle estrazioni della trasmissione televisiva “Affarituoi” che ha già subito una condanna in primo grado mi pare!

Lascio a voi ogni altra considerazione…numerologica!!!

E non mi si dica che sono di parte perché conosco molto bene uno dei canditati trombati. Avendo questi partecipato a Roma direi che fa parte di quei 348 mega ignoranti nonostante le sue due lauree con 110 e lode! Che ci vuoi fare…

NOTA. I risultati sono disponibili agli ammessi al gruppo chiuso di Facebook “Causa alla Luspio per il test…”

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