domenica 27 aprile 2014

Infinitesimi

In termini cosmici la mia esistenza non ha senso: o meglio l'unico senso della mia esistenza è il fatto stesso che io esisto. Lo scopo della mia vita? "Lo scopo è vivere". Una tautologia che vale sempre la pena di tenere a mente.

Quindi, dal punto di vista del cosmo, la mia esistenza non ha un senso né uno scopo né alcuna necessità (non c'è da vergognarsene - varrebbe lo stesso anche per Dio, se Dio esistesse). Io sono qualcosa di accidentale, di contingente. Avrei potuto benissimo non esistere.

"Benissimo" quanto? Facciamo un piccolo calcolo. Appartengo alla razza umana e perciò possiedo un’entità genetica precisa. Il genoma umano consiste di circa trentamila geni attivi. Ognuno di essi ha almeno due varianti, o “alleli”. Quindi, il numero di identità geneticamente distinte che il genoma può codificare è pari ad almeno 2 elevalo alla trentamilesima – a spanne, 1 seguito da diecimila zero. E’ il numero degli individui potenziali permesso dalla struttura del DNA.

E quanti individui potenziali sono esistiti davvero? Secondo le stime, da quando esiste la nostra specie, sono nati circa 40 miliardi di esseri umani. Arrotondiamo a 100, per prudenza. Questo significa che la frazione di esseri umani geneticamente possibili venuti al mondo è meno di 0,00000…000001 (inserire circa 9.979 zeri al posto del puntini). La stragrande maggioranza degli umani geneticamente possibili è fatta di spettri non ancora nati(1). Ecco a quale fantastica lotteria ho dovuto vincere – e voi con me – perché la mia candelina si accendesse. Se non è il massimo della contingenza, poco ci manca.

(…)

Non riesco a non sentirmi meravigliato di esistere – e che l’universo sia riuscito a produrre i pensieri che ribollono adesso nel flusso della mia coscienza.

Tuttavia lo sconcerto che provo pensando alla mia improbabile esistenza ha un curioso contrappunto: la difficoltà di immaginare la mia pura non-esistenza. Perché è così difficile immaginare un mondo senza me, un mondo in cui non ho mai fatto la mia comparsa? In donfo so di essere un dettaglio tutt’altro che necessario della realtà.

(…)

Lo so: la sensazione che la “qualcosità” del reale dipenda dalla mia esistenza è un’illusione egocentrica. Ma non perde il suo notevole fascino neanche se la considero tale. Come posso restarne immune? Forse tenendo bene a mente che il mondo se l’è cavata benissimo senza di me per secoli e secoli, prima del mio improbabile e improvviso risveglio dalla notte dell’incoscienza, e che continuerà a cavarsela senza intoppi anche dopo il mio prossimo ed inevitabile momento in cui a quella notte farò ritorno.

(…)

Se la mia nascita è accidentale, la mia morte è una necessità.

Estratto da Jim Holt “Perché il mondo esiste?”



(1) NdR: e che non avranno mai modo di nascere.

domenica 23 marzo 2014

A forza di calci…

Oggi un essere umano vive in due mondi. Il proprio e quello globale. Un essere umano immigrato vive in tre mondi perché ai primi due occorre aggiungere quello del paese d’origine. E sia gli uni che gli altri vivono spesso in nazioni talmente varie che non è difficile trovare qualcosa come 90 lingue diverse nelle scuole elementari di Londra ed almeno una trentina se non di più in quelle di Roma o di Milano.

La multiculturalità va riconosciuta al pari dell’accettazione dell’immigrazione, volenti o nolenti, poiché maggiore è il divario tra le terre in cui si gode di pace e ricchezza inimmaginabili e quelle povere, tanto più vasti sono i flussi di esseri umani che passano dalle une alle altre e la globalizzazione rende noto dappertutto che esistono paesi le cui strade, si diceva un tempo, sono lastricate d’oro.

Ma questo nuovo pianeta così complesso, globalizzato e multidimensionale, che si muove e si combina di continuo, reca con sé la speranza di una fraternizzazione umana, da cui la nostra epoca xenofoba pare così lontana?

Come sapete sull’argomento sono abbastanza fiducioso e pur non amando il calcio particolarmente ho trovato molto interessanti e più che condivisibili le considerazioni di Eric Hobsbawm in “La fine della cultura” che raccoglie una serie di interventi in proposito.

Lo storico inglese afferma di non avere la risposta alla domanda ma pur non potendo ovviamente prevederlo trova proprio nella storia un valido aiuto, se non a predire il futuro, a riconoscere ciò che è storicamente nuovo nel presente – e dunque a gettare luce sull’avvenire.

Esiste dunque speranza di fraternizzazione? Hobsbawn crede che la risposta si possa trovare nel mondo del calcio e vi riporto le sue parole integralmente (1).

Il più globale tra gli sport è al tempo stesso il più nazionale. Per la maggioranza degli esseri umani, oggi si tratta di undici giovanotti su un campo di football che incarnano «la nazione», lo Stato, il «nostro popolo», molto più di quanto non avvenga per i politici, le costituzioni e lo spiegamento di forze militari. Chiaramente, le nazionali sono composte da cittadini dei rispettivi Paesi. Ma tutti sappiamo che questi sportivi miliardari appaiono in un contesto nazionale soltanto per alcuni giorni all’anno. Nella loro principale occupazione, sono mercenari transnazionali, pagati profumatamente, che giocano quasi tutti all’estero. Le squadre di club acclamate da un pubblico nazionale sono un miscuglio eterogeneo di moltissime razze e nazioni, in altre parole di campioni provenienti da tutto il mondo. I club di maggior prestigio a volte schierano a malapena più di due o tre giocatori «indigeni». E questo è logico, anche per i tifosi razzisti, che a loro volta vogliono una squadra vincente, sebbene non sia di razza (2)”

Beata la terra che, come la Francia” prosegue Hobsbawn “si è aperta all’immigrazione e non contesta l’etnicità dei suoi concittadini. Beata la terra che è fiera di poter scegliere per la sua nazionale tra africani ed afrocaraibici, berberi, celti e figli di immigrati iberici e di europei dell’Est. Beata, non solo perché questo le ha permesso di vincere il Campionato del mondo, ma perché oggi i francesi –non gli intellettuali ed i principali oppositori del razzismo, ma le masse, che dopotutto hanno inventato e ancora incarnano la parola «sciovinismo»- hanno dichiarato che il loro miglior calciatore, figlio di musulmani immigrati dall’Algeria, Zinedine Zidane, è il «più grande francese». Questo non è certo distante dal vecchio ideale della fratellanza tra le nazioni, ma è invece ben lontano dal punto di vista dei delinquenti neonazisti in Germania e da quello del governatore della Carinzia. E se le persone non vanno giudicate per il colore della pelle, la lingua, la religione e cose del genere, bensì per il loro talento ed i risultati che ottengono, allora c’è motivo di sperare, E c’è motivo di sperare, poiché il corso della storia va nella direzione di Zidane e non in quella di Jörg Haider(3)”

 

(1) i riferimenti alla Francia dipendono dal fatto che questo intervento è del 2000.
(2) in Italia siamo riusciti a farci riconoscere anche su questo con cori razzisti indirizzati persino a membri della squadra che si va a tifare
(3) lo xenofobo nazionalista governatore della Carinzia prima citato.

sabato 8 marzo 2014

Meritocrazia un cazzo!

tesidilaureaLa meritocrazia. Questa sconosciuta.

In Italia vige ancora una legge del 1933 (!) che impedisce a chiunque stia frequentando corsi post laurea (dottorati, master, scuole di specializzazione) di accedere ad altri corsi di formazione che consentano di conseguire titoli quali abilitazioni all’insegnamento o specializzazioni in ambito scolastico. Una deroga del 2009 ammette la concomitanza solo per corsi post laurea da meno di 1500 ore e per meno di 60 crediti...in pratica nessuno!

Questa deroga poi è abbastanza ridicola ed il pensiero va subito al sospetto che si volle certo favorire qualcuno od il di lui figliolo!

Posso rendermi conto che l’impegno che la concomitanza di tali impegni di studio e frequenza possa creare non pochi problemi a chi vi accede; ma visto che non esiste nessuna legge per cui è vietato iscriversi a due corsi di laurea contemporaneamente non si capisce proprio perché questa legge sia tuttora in vigore! I concetti sono analoghi.

Sarà un problema del singolo sentirsi in grado di sostenere entrambi gli impegni o no? Oppure un problema delle università decidere che un dottorando che frequenta o produce poco a causa di altri impegni non sia degno od in grado di proseguire?

Faccio presente che i corsi da frequentare a titolo esclusivo ed incompatibili con altro non è che siccome sono erogati gratuitamente dallo Stato allora dovremmo concedere qualcosa in cambio...Macchè! Sono a pagamento (da 2500 ad oltre 4000 €) e vi si accede con una dura selezione basata su tre prove specialistiche! Lo stesso dicasi per i master o per i dottorati che, salvo pochi raccom…ops, fortunati e laddove sia prevista una borsa di studio, sono altrettanto cari e dispendiosi!

Ed i corsi di specializzazione d’indirizzo scolastico sono spesso sostenuti con ulteriori aggravi e fatiche da parte di gente che sta già lavorando come supplente o come professore di ruolo che aspira a fare qualcosa di diverso, di più gratificante.

Quindi visto che, ed addirittura di recente molti quotidiani gongolavano nel raccontare che non vale la pena studiare, una laurea non basta, un dottorato non basta, anni di sacrifici da parte degli studenti e delle loro famiglie non servono ad una beneamata, almeno che si consenta ad ogni studente di ammazzarsi di studio e di specializzazioni come meglio crede visto che lo paga, in ogni senso, di tasca propria e su base volontaria!

E soprattutto visto che un lavoro stanno provando a comprarselo!!! E cioè dato che non si trova gratuitamente e come cosa dovuta da parte di qualsiasi Stato che sia0 degno di questo nome!

Se non diamo loro neanche la possibilità di distinguersi per meriti di studio e per gli impegni e le fatiche concrete è inutile stare a blaterare di…meritocrazia!

Una nota di merito fuori tema all’ex ministro Profumo, quello del governo Monti, l’unico che nonostante la brevità del suo incarico sembrava avesse finalmente capito qualcosa sul da farsi. Lo stesso che ha indotto un corso per conseguire l’abilitazione (il famigerato TFA su cui ho scritto diverse volte) e conseguente concorso.

Profumo aveva proposto con ddl l’abolizione della legge del 1933 ma poi è arrivata la Carrozza ed ha sputtanato tutto. Niente più concorsi (alla faccia dei 12.000 abilitati) e niente più ddl. Sappiamo quanto è durata, per fortuna.

L’attuale ministro? La Giannini? Non lo so, è arrivata ora e non voglio sparare a zero, anche se sparerei sulla croce rossa. Ma sono abbastanza sicuro che sarà un’altra inutile persona Dopo tutto la previsione è facile: la statistica aiuta. Il 95% dei ministri dell’Istruzione del passato hanno solo fatto casino e danni, in cima all’elenco la Gelmini e la Moratti. E non state a fare i sofisti pensando che anche gli altri ministri di altri dicasteri hanno fatto lo stesso!

Personalmente poi questa roba del dottorato (appartengo ad altra generazione) la ritengo un’altra minchiata importata di sana pianta dagli Stati Uniti (dove i corsi universitari hanno tutt’altro tenore e durata!). A quanto pare oggi aver conseguito la laurea non basta, se non hai un dottorato non sei nessuno. Che clamorosa imbecillità fatta per continuare a spillare soldi alle malcapitate famiglie degli studenti e continuare ad alimentare un flusso di denaro utile a sostentare una maggioranza di imboscati e raccomandati (e questo è lo stesso motivo per cui qualche furbetto un paio di decenni fa si inventò che i corsi di laurea fino ad allora quadriennali dovettero diventare quinquennali, o le lauree 3+2 e 4+1…)

A questo link una delle tante fonti che parlano anche di recente di questa legge regia se non fascista.

PS) E diciamola tutta che si tratta del solito interesse privato in atto pubblico. Me la prendo così tanto perché una persona vittima di questo ennesimo non senso tutto nostrano è proprio mia figlia, che dopo esser stata presa in giro col TFA dovrà rinunciare al dottorato per specializzarsi sul sostegno! E come lei a migliaia!

domenica 23 febbraio 2014

Infiniti noi

Perché noi qui, infiniti noi
siamo il tempo innocente
che nasce dal silenzio del mondo
intorno a noi.
(I Pooh, 1973)

 

 

 

Se l'universo fosse infinito? Avremmo il paradosso della replicazione infinita.

Immaginate di vivere in un universo dove nulla è originale. Nessuna idea è mai nuova. Non c'è nessuna originalità, nessuna novità. Nulla è mai stato fatto per la prima volta è nulla sarà mai fatto per l' ultima volta. Nulla è unico. Ognuno non soltanto ha un sosia ma ne ha un numero illimitato.

Questa insolita situazione si verifica se l'universo è infinito quanto a estensione spaziale (cioè a volume) e se la probabilità che la vita si sviluppi non è uguale a zero. Si verifica a causa del modo singolare in cui infinito differisce radicalmente da qualsiasi grande numero finito, per quanto grande è esso sia.

In un universo di estensione infinita tutto ciò che ha una probabilità non nulla di accadere deve accadere infinite volte.

Così in ogni istante - per esempio, in questo momento - deve esserci un numero infinito di copie identiche di ciascuno di noi che stanno facendo esattamente ciò che ognuno di noi sta facendo ora. Ci sono anche numeri infiniti di copie identiche di ciascuno di noi che stanno facendo qualcosa di diverso da quello che stiamo facendo noi in questo momento. In realtà si potrebbe trovare un numero infinito di copie di ciascuno di noi che in questo momento stanno facendo qualsiasi cosa ci fosse possibile fare con una probabilità non nulla in questo momento.

Il paradosso della replicazione spaziale, a parte il comprensibile disagio psicologico che crea, ha conseguenze di ogni tipo anche strane.

Una delle conseguenze logiche del risultato dell’evoluzione della vita è che questa ha probabilità non nulla visto che siamo qui a parlarne; quindi in un universo infinito deve esistere un numero infinito di civiltà in vita con al loro interno copie di noi stessi di tutte le possibili età. Quando moriremo ci sarà sempre altrove un numero infinito di copie di noi stessi, che avranno tutti i medesimi ricordi e le esperienze delle nostre vite passate, ma che continueranno a vivere nel futuro. Insomma così vista la questione è come se ognuno di noi «vive» per sempre.

I teologi, primo fra tutti Agostino, hanno confutato questo argomento sostenendo che la vita deve esistere solo sulla Terra e non altrove perché se la crocifissione di Cristo ha avuto una probabilità non nulla di accadere – e stando a quanto sostengono è accaduta – allora in un universo infinitamente grande essa è accaduta infinite volte altrove: in questo modo essa perde il significato che le si attribuisce.

E’ inoltre dimostrabile che se incontrassimo uno dei nostri cloni non sarebbe come rivedere se stessi nello specchio del tempo perché è più probabile che pur avendo avuto passati identici di fronte a nuove situazione si prenderebbero decisioni diverse, proprio come farebbero gemelli identici con i futuri di ognuno dei cloni con più probabilità di divergere che di rimanere simili.

La cosa curiosa di questa «teoria» è che essa stessa non sarebbe originale. E’ già stata proposta infinite altre volte.

Come se ne esce? Qualche ipotesi c’è. La scappatoia meno elegante ma più semplice è ammettere che l’universo sia finito oppure ricorrere alla finitezza della velocità della luce che come noto ha un limite ben preciso. Il fatto che la velocità della luce abbia un limite pari a circa 300.000 km/s fa sì che l’universo che possiamo osservare abbia delle dimensioni circoscritte. La conseguenza è che a conti fatti (che vi risparmio) la distanza alla quale potremmo incontrare un primo sosia, mio o vostro, è pari a circa 10N metri dove N=1027, un numero enorme!

C’è un altro modo per evitare il paradosso della replicazione infinita ovvero ammettere che la probabilità dell’evoluzione della vita nell’universo sia nulla.

In tal caso il numero delle copie di ognuno di noi sarebbe pari a 0 x ∞ che può essere uguale a qualsiasi numero finito, perché se dividiamo 1 per 0 otteniamo infinito, se dividiamo 2 per 0 otteniamo ancora infinito e così via. Quindi potrebbe esserci soltanto un nostro sosia altrove, ma potrebbero benissimo essercene un milione di miliardi!

Ma affermare a priori che la vita compaia pur avendo una probabilità nulla di realizzarsi in modo naturale equivale a dire che essa ha un’origine miracolosa o soprannaturale. Quindi il paradosso della replicazione infinita è scongiurato ammettendo che la vita sulla Terra sia pre-programmata per evolversi. Personalmente questo introduce per me ben altri paradossi.

Se fosse infinito nel tempo, anche solo nel tempo e non nello spazio, le cose non starebbero certo meglio. Con un tempo infinito a disposizione qualsiasi cosa abbia una probabilità finita di accadere sarà accaduta infinite altre volte nella storia passata. Nessuna idea può essere nuova ed universi di questo tipo hanno una caratteristica sorprendente.

Se c’è una probabilità finita che la vita intelligente si sviluppi (e c’è visto che, ancora, siamo qui a parlarne) questa deve essere infinitamente comune e con il passare del tempo dovrebbe esserci un enorme incremento della frequenza di esseri viventi tale che in un universo infinitamente vecchio dovremmo vedere extra terrestri ovunque ma visto che non li vediamo ecco un altro paradosso anche se non è escluso che ET sia talmente piccolo, nanoscopico, da non poter essere visto nella maniera che intendiamo comunemente.

Ultimo paradosso. Con implicazioni etiche e morali.

In un universo infinito ne consegue che la quantità di bene o di male, intesa come azioni che li producano, è altrettanto infinita. Quindi nulla che possiamo fare (o non fare) può aumentarla: infinito più qualcosa è sempre ancora infinito. In un universo infinito gli imperativi etici che spingono a fare il bene non hanno senso alcuno; perché dovremmo agire per il bene se in questo momento ci sono infinite copie di noi stessi che stanno facendo esattamente il contrario scegliendo alternative moralmente riprovevoli? Ecco che quindi più che imperativi etici che spingono a fare il bene occorrerebbe che gli stessi imperativi spingano a fare azioni giuste analizzate individualmente.

Ma ciò non toglie che un universo infinito porta con sé una serie di conseguenze che definire bizzarre è solo un inizio pur ammettendo che la finitezza della velocità della luce restringe il nostro orizzonte ad un punto tale che possiamo teoricamente preoccuparci ed occuparci soltanto delle nostre azioni visto che le probabilità di avere un contatto, od un impatto se volete, diretto con un nostro sosia sono pressoché nulle, ma non nulle.

Non c’è una soluzione semplice per i problemi etici posti da un universo infinito. Forse c’è qualcosa di sbagliato nella nostra concezione geocentrica dell’etica.

Vi affascina o vi inquieta?

domenica 9 febbraio 2014

Se puoi pensarlo puoi farlo?

imageGiorni fa un'amica ha condiviso su Facebook questa mitica frase “Se puoi sognarlo puoi farlo o roba del genere ed approfondendo  ho scoperto che è uno dei tanti aforismi attribuito con certezza a Walt Disney che, come noto, di fantasia ne aveva a iosa ed a cui vanno soprattutto attribuite le responsabilità di aver antropomorfizzato animali d’ogni genere (ma la cosa non fa male, almeno finché si è bambini!).

In realtà questa frase mi ha fatto venire in mente alcune considerazioni lette in un paio di libri di John Barrow (“I numeri dell’universo” e “L’infinito”).

 

E’ la presenza della coscienza che si è evoluta negli esseri umani tanto da consentire loro di pensare ed addirittura di pensare a quello che potrebbero pensare che permette che i presagi dell'infinito (ovvero anche poter pensare di fare qualsiasi cosa) si possano insinuare in noi.

Il libero arbitrio è una cosa strana.

Sembra che siamo in grado di pensare quello che vogliamo. Non c'è alcun limite definito a ciò che possiamo pensare ed alle fantasie della nostra mente. Non saranno memorabili, non saranno utili ma sembra che siano sempre leggermente diverse. Nuove esperienze, nuovi contesti e nuove interazioni generano uno spettro continuo di differenti idee e rappresentazioni del mondo. Questa, secondo me, è una solita ragione per pensare che vi siano possibilità illimitate -una riserva infinita di possibilità- in cui immergerci. Ma, appunto, la parola chiave è ancora una volta pensare, e pensare non equivale a fare e quindi questo pensare che vi siano possibilità illimitate è sbagliato.

Infatti ed abbastanza naturalmente, nonostante le opinioni contrarie, esiste invece un numero finito di pensieri che possiamo avere. E' un numero immenso -probabilmente il numero più grande che abbiate mai visto- ma non di meno finito.

Conteggiando il numero delle configurazioni neurali che il cervello umano può ospitare, si è stimato che sia in grado di rappresentare circa 1070.000.000.000.000 «pensieri» (1 seguito da 70.000 miliardi di zeri!!!

Si chiama “Numero di Holderness” e ve lo spiego bene nella nota sotto. Per confronto tenete presente che ci sono soltanto 1080 atomi (1 seguito da 80 zeri) circa nell’intero universo visibile.

Il cervello umano è piuttosto piccolo, contiene soltanto (…) 1027 atomi circa, ma la sensazione che abbiamo di poter pensare senza limiti deriva non tanto da questo numero, quanto dall’immensità del numero delle connessioni che possono stabilirsi tra i gruppi di atomi che compongono la rete neurale del cervello.

Questo è quello che si intende per complessità ed è proprio la complessità della nostra mente che dà origine a quella sensazione di essere al centro di sconfinate immensità.

Ma non c’è sorpresa in questo. Se la nostra mente fosse significativamente più semplici, saremmo troppo semplici per conoscerla!

E comunque estremamente complesso non significa infinito.

Non ci credete? Iniziate a contare!

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Numero di Holderness – Il nostro cervello contiene circa 10 miliardi di neuroni, da ciascuno dei quali di dipartono dei tentacoli, o assoni, che lo connettono a circa 1000 altri. Sono le connessioni neuronali alla base del pensiero, cosciente o meno (pensiero incosciente? state respirando ora o no? il vostro cuore batte? state digerendo?). Il cervello può fare molte cose contemporaneamente e quindi possiamo pensarlo come un certo numero –diciamo 1000- di piccoli gruppi di neuroni. Se ciascun neurone effettua 1000 connessioni con 10 milioni di altri nello stesso gruppo, allora il numero dei modi diversi in cui potrebbe formare connessioni nello stesso gruppo di neuroni è 107 x 107 x 107 … x 1000 volte e questo fa 107000  possibili configurazioni di collegamento. Ma questo vale per un solo neurone del gruppo. Il numero totale per 107 neuroni è 107000  moltiplicato per sé stesso 107 volte. Ovvero 1070.000.000.000. Se a questo punto i circa 1000 gruppi di neuroni possono operare in modo indipendente l’uno dall’altro, allora ciascuno di essi contribuisce al totale con 1070.000.000.000 possibili connessioni facendolo salire fino al numero di Holderness, 1070.000.000.000.000.

Quanto è grande 1 miliardo? Ovvero solo 109. Provate a pensare di dover contare da 1 ad 1.000.000.000 al ritmo di una cifra al secondo. In un anno non bisestile ci sono 31536000 secondi. Il che ci porta al risultato che occorrono poco meno di 32 anni per arrivare al traguardo….Ma non ce la fareste comunque perché solo per pronunciare 927.465.812 (novecentoventisettemilioniquattrocentosessantacinquemilaottocentododici…) velocemente ci vogliono da 3 a 5 secondi!!!

lunedì 27 gennaio 2014

27 gennaio

P1100969La brutalità, sui campi di battaglia od in ambiti collaterali alle guerre, non è stata monopolio dei tedeschi. La guerra è brutale. Ci sono testimonianze di episodi di brutalità e crudeltà gratuite che interessano tutti i tempi e tutti gli eserciti ma sulla base dei dati di fatto ci sono differenze sostanziali da non trascurare.

Di stermini ce ne sono stati e se è per questo anche più cruenti e numerosi di quello relativo ma niente fu mai così concentrato nel tempo e nello spazio come quello effettuato dalla Germania nazista con meticolosa sistematicità ed iniziato fin dai primi anni trenta con la deportazione sistematica di "diversi" (omosessuali, zingari, malati di mente, bambini handicappati fisici o mentali sottratti ai genitori illusi che venissero affidati alle cure di specialisti) e finito con la tristemente famosa "soluzione finale".

Non è lecito separare la politica interna dei tedeschi durante la seconda guerra mondiale da quella estera e concludere che i campi di sterminio ed i centri di tortura erano aberrazioni che niente avevano a che fare con la Wehrmacht, l’esercito regolare, col regime e con i milioni di persone che, con evidente entusiasmo, approvarono e sostennero l’impresa dall'inizio alla fine.

Preso atto che di solito in guerra tutte le parti possono commettere delle atrocità (e ne commettono) resta pur sempre vero che i tedeschi furono dei pionieri veri e propri nel campo dello sterminio su scala industriale; furono i primi a costruire stabilimenti appositamente a quello scopo, a deportare in massa uomini, donne e bambini e trasformarli, almeno in certi campi, non solo in ossa e cenere, ma in prodotti secondari utilizzabili (sapone, pelle, oro reclamizzato per protesi dentarie ecc).

La principale differenza tra la Germania nazista e gli altri paesi consistette nell'accuratezza burocratica e nella mancanza di ipocrisia della prima; invece di voltare la testa dall'altra parte, i tedeschi presero atto della loro disumanità e la sistematizzarono, provocando così l’orrore e l’unanime condanna del mondo intero.

La conseguenza primaria non fu tuttavia morale bensì pratica. La semplice forza della paura che ispiravano spinse paesi naturalmente ostili tra loro, la Russia e le altre democrazie, ad unirsi in una formidabile alleanza per contrastarli; così invece di combattere su di un solo fronte, come avevano voluto, si trovarono a combattere su tre. E persero. Per fortuna.

domenica 12 gennaio 2014

Il teorema dell’aborigeno

TEOREMA ABORIGENO

La distanza genera credulità, che quanto più un evento è lontano nello spazio tanto più ciecamente gli uomini tendono a prendere per buona qualsiasi cosa si racconti su di esso.

Questo aspetto, legato allo spazio, per estensione è facilmente riportabile anche a distanze nel tempo o nel divario conoscitivo tra un individuo e l’altro o più genericamente tra l’individuo e la conoscenza come antitesi all’ignoranza stessa.

Distanze queste molto spesso ancora più insormontabili che non quelle geografiche: un ignorante può senza dubbio riuscire ad organizzarsi per un viaggio transoceanico a visitare popoli della Melanesia ma sempre ignorante resta. Si pensi, ancora a semplice esempio, alle leggende ed alle mitologie, religioni comprese, tramandate per secoli e millenni a cui ancora la maggioranza crede od alla profonda ignoranza per cui ancora così tanti credono alle intercessioni di santi, patroni, maghi e guaritori o, per associazione di idee passando dal patrono al patronum ed i suoi clientes di romana memoria alla ingenuità con cui la maggioranza si beve le cazzate dei politici.

Il fatto fondamentale sembra essere che i mezzi di comunicazione non hanno affatto annullato lo spazio, nel senso di consentire al genere umano di riflettere in modo razionale su avvenimenti lontani: anzi, è vero il contrario.

Da quasi un secolo grazie a radio, televisione e stampa e da qualche decennio grazie da Internet oggi ci si fanno idee assurdamente errate su popoli, tradizioni, usanze e governi di cui un tempo si ignorava del tutto l'esistenza e dilagano incompetenza, ignoranza di ritorno e supponenza nel saper tutto di tutto soltanto perché lo si è letto in Internet creando un popolo di esperti; letto su Internet velocemente e spesso soffermandosi sulle figure proprio come i ragazzini pigri (e futuri ignoranti) guardano solo le figure dei fumetti che leggevano.

Insomma. Corrado Guzzanti tanti anni fa indirettamente aveva colto il senso completo di questo dato fondamentale col suo, da me ribattezzato or ora, teorema dell’aborigeno. E passando dal particolare al generale come ogni buon teorema che voglia esser parte d’una teoria, direi che il senso finale è questo: la maggioranza è aborigena e la conoscenza non avrà mai nulla da dir loro affinché possano assorbirne anche una minima parte.

Corrado Guzzanti–Aborigeno, anni 90