giovedì 8 gennaio 2015

Andy Luotto e l’arabo

I più giovani non lo ricorderanno ma sono qui anche per questo.

Andy Luotto–L’arabo

Correva l'anno 1985 e nelle mitiche trasmissioni di "Quelli della notte",  e che ci mandavano al lavoro ogni giorno con molto sonno arretrato, Andy Luotto, uno dei partecipanti, inventò questo divertente personaggio.

Erano tempi decisamente non sospetti anche se proprio all’inizio degli anni ‘80 aveva iniziato di nuovo ad inasprirsi l’eterno conflitto arabo-israeliano sfociato con la guerra fratricida in Libano ed uno dei primi interventi di truppe ONU in teatri internazionali, comprese le nostre.

Eppure già allora e dopo qualche apparizione l'attore fu minacciato e se non ricordo male anche percosso da un paio di energumeni che lo attesero sotto casa: le sue apparizioni furono interrotte su decisione comune da parte di Arbore e della redazione del programma.

E ciò perché si prendeva in giro bonariamente il mondo arabo non più di quanto qualche decennio prima aveva fatto Totò. Tutto qui. Mai una parola di troppo e tanto meno mai un accenno a qualcosa che avesse a che fare con l’islamismo ed il Corano. Già questo religioso rispetto a me dà personalmente fastidio perché non capisco perché si possa parlare e discutere di qualsiasi cosa ma se si tratta di temi di fede ci si debba astenere dal confronto, figuriamoci dallo sfottò.

Da ragazzino durante il periodo della cosiddetta austerity, non molti anni prima di Arbore e soci, quando si girava la domenica a targhe alterne per mancanza di petrolio, per un paio d’anni a Carnevale mi mascherai da arabo e giravo per Roma con gli amici con una lattina di olio vuota a cui avevo aggiunto un "petr" davanti per sfottere un po’ di qua ed un po’ di là e scimmiottando tanti allà-accà offrivo questo petrolio d’oliva ai pochi automobilisti. Oggi non potrei farlo neanche a Carnevale non tanto per l’età o perché abbiamo scoperto ricchi giacimenti nazionali quanto perché rischierei d’essere quanto meno picchiato da qualche ortodosso.

Se non sbaglio nel 2012 in Somalia fu assassinato un umorista conosciutissimo e molto amato in quel paese. Si prendeva gioco quasi quotidianamente delle milizie armate utilizzando principalmente la parodia con la quale attaccava i terroristi di non so più quale gruppo.

Gli umoristi nel mondo islamico esistono come sono sempre esistiti ovunque nel tempo e nello spazio e talora possono prendere di mira il regime, come avveniva in molti paesi del Maghreb, oppure i fedeli e le loro pratiche. Io stesso ho conosciuto parecchi musulmani in Bosnia che pur essendo parecchio annacquati da decenni di Tito ed il suo comunismo raccontavano barzellette su argomenti vari, compresa la bigotteria dei loro vecchi ma mai ne ho sentita una che riguardasse le scritture o, apriti cielo, Allah in persona.

Ciò nonostante non accade MAI che il loro bersaglio diventi il Corano ed il suo profeta.

E’ rarissima la critica del dogma musulmano figuriamoci la satira o persino un po’ di ironia.

Le tematiche "religiosamente scorrette" si trovano  quasi esclusivamente nelle performance dei musulmani europei, prevalentemente francesi e inglesi di seconda o terza generazione come minimo.

E non è la prima volta che far ridere prendendo in giro qualcuno nel mondo musulmano in Africa od in Medioriente fa spesso delle vittime. Anche se spesso ad provocare assassinii è la satira diretta contro la politica questi sono solo una parte di quelli che si sono avuti e, tristemente si avranno ancora, a causa di ciò che ritengono offensivo per motivi religiosi.

E nonostante la presenza di movimenti ortodossi le altre religioni occidentali strettamente imparentate con l’Islam per ciò che concerne miti, tradizioni e fonti “storiche”, ovvero cristianesimo ed ebraismo, hanno, almeno questo, superato il momento oscurantista che impediva a chiunque di scherzar coi santi e che ha generato fenomeni secolari quali l’Inquisizione o le radiazioni dalle comunità quali quella subita da Spinoza nella moderna, per l’epoca, Amsterdam del XVI secolo. L’Illuminismo ci ha salvato e troppo tempo dovrà ancora passare affinché i paesi musulmani si affranchino laicamente da queste tragedie che si chiamano religioni. Loro sono ancora al Medioevo e con tutto il rispetto per i fermenti culturali grandissimi che hanno animato persino quello Alto qui da noi!

Neanche gli imperatori romani più feroci osavano eliminare le critiche mosse loro eliminando gli autori satirici di allora, tanto che i loro testi sono giunti terribilmente freschi e moderni, fino a noi.

Posso cercare di capire, vorrei capire e sono pronto a farlo come ha scritto il mio amico Jestercap72 proprio oggi; posso arrivare a comprendere che se cresci in un campo profughi in Palestina e ti venga promessa vita eterna e vergini se morirai da martire sei disposto a fare stragi come quella di ieri a Parigi ma sono molto poco disposto a dialogare con chi ostenta, e non per tradizione e cultura od anche solo esteticamente, posizioni ortodosse e certamente intransigenti. E mai capirò o cercherò di capire chi spara ai poeti.

E concluderò dicendo che ancora una volta la radice prima di questi episodi è la religione.

Immaginiamo, con John Lennon, un mondo senza religione. Immaginiamo un mondo senza attentatori suicidi, senza 11 settembre o 7 gennaio, senza crociate, cacce alle streghe, spartizioni dell’India, guerre israelo-palestinesi, massacri serbo-croati-musulmani, persecuzioni di ebrei «deicidi», conflitti fratricidi come in Irlanda del Nord, telepredicatori impomatati che spillano soldi agli allocchi. Immaginiamo un mondo senza neocatecumeni o testimoni di Geova, senza talebani che distruggono statue millenarie, che decapitano «bestemmiatori» o che fustigano donne ree di aver mostrato un centimetro di pelle. E immaginiamo un mondo dove il testo della canzone di John Lennon non venga censurato, come a volte accade negli USA, proprio laddove dice «and no religion too».

Si può ridere di tutto. Era il credo delle vittime di “Charlie Hebdo”. Ed anche se da ieri non mi va per niente di riderci dedico loro questo mio contributo.

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sabato 13 dicembre 2014

Povero Keplero!

13-12-2014 20-32-32

I anno del liceo linguistico. Compito a casa di scienze (geografia generale pseudo scienze della Terra).

"Calcola la distanza media (in metri) di Marte dal Sole usando i dati riportati:
(usa T2 = K d^3)
–> elevato alla 3 scritto proprio così… ^3 … e quel T2? sarà forse invece, come l’espressione recita, T2?
T1 tempo di rivoluzione della Terra 365 d
...proprio così, d per days...forse perché è un linguistico? :-)     
T2 tempo di rivoluzione di Marte 780 d   
Distanza media della terra dal sole 1 UA
(sapranno cos'è?)
1,496 x 10 ^ 11 m" idem…^11

Nessuno come facilmente prevedibile [da me], ed ovviamente neanche mia nipote, ha saputo non pretendo risolverlo, ma capire da che parte cominciare! La professoressa, questa sprovveduta, avrà pensato bene di spiattellare ai ragazzini 14enni e con sicuramente una preparazione di matematica lacunosa, le tre leggi di Keplero e pretendere risultati: ed è la terza legge a cui fa riferimento quel "K" e quel "usa T2=K d^3).

Ora, ammesso che qualcuno sia arrivato al concetto di estrarre K –approssimato ovviamente- usando i dati forniti per la Terra si sarà ritrovato con un numero piccolissimo (10-19), sarà riuscito a gestirlo? E qualcuno avrà detto loro che i tempi devono essere trasformati in secondi? E ancora, una volta inserito a numeratore un numero seguito da 11 zeri ma anche fosse stato qualcosa elevato alla 11ma, ed a denominatore quello alla -19 sarà riuscito a capire che doveva estrarne la radice cubica? E come visto che le più sofisticate calcolatrici neanche ce l'hanno la cubica? Ma anche l’avessero a trovarla in casa una calcolatrice del genere! Io ho usato Excel per fare due conti, ma i ragazzini lo sanno che devono elevare alla 1/3 che è come estrarre radice cubica? Ma non credo sappiano neanche usarlo Excel per queste cose. Forse neanche sanno cos’è un foglio di calcolo!


Immagino lo studente modello che ci ha provato con tutte le sue forze sudare come Fantozzi al concorso per ragioniere!

E come sempre si prosegue col solito inutile nozionismo chiedendo ai ragazzini di applicare matematica a vuoto e sicuramente non sanno neanche farlo.
Anziché concentrarsi sul concetto, sulla meraviglia della storia di questa scoperta che ancora oggi consente di mandare sonde sulle comete, sul dato essenziale, facendo capire loro che vuol dire in termini concreti avere il sole a 150 milioni di km e soprattutto capire quanto sia grande rispetto a noi e quanto infinitesima rispetto all'universo stesso. Cosa significhi percorrere aree uguali in tempi uguali, la trascurabilità della massa del pianeta rispetto a quella della stella, le conseguenze dirette ed indirette! Questo devi far capire ad un ragazzino di 14 anni!

Troppo faticoso? Mostra loro un video sul sistema solare preso dalla rete, ce ne sono a dozzine, fatti benissimo, falli godere con gli occhi e gioire nel cuore per questo granello di sabbia cosmica e tu, professoressa, taci!

Per le distanze basta mettere su Google "distanza sole marte" e lasciare i calcoli sterili a quando saranno più grandi e forse, avranno capito davvero perché il mondo è matematico.

13-12-2014 20-20-17PS) il compito, qui a fianco, gliel'ho risolto io ma ho chiesto a mia nipote di non portarlo a scuola perché per quanto abbia passato un'ora e mezzo a spiegarle ogni concetto molte cose le sono sfuggite, tranne l'essenziale ovviamente. C’è infine un metodo più immediato e facile che applica la proprietà transitiva: se a/b=k e k=c/d allora a/b=c/d da cui ricavare qualsiasi termine noti gli altri 3.

PPS) il valore del periodo di rivoluzione fornito per Marte è errato: in realtà è di 687 giorni. Mi sono fidato senza controllare o forse la nipote ha capito male!

lunedì 20 ottobre 2014

Quando un’immagine VALEVA più di mille parole

 

Yashica_FX-3

Per quasi 40 anni ho fatto foto, ma soprattutto diapositive, anche molto belle a detta di chi le osservava, e per tutto quel lungo periodo con una magnifica Yashica FX3 rigorosamente "manuale". Partendo da zero, con il solo manuale di istruzioni a corredo della giapponese, molto ben fatto, che ti spiegava concetti come la profondità di campo o la sottoesposizione…
Una Yashica proprio come questa in foto, con la pelle in rosso cambiata dopo che quella originale si era screpolata!
E col tempo ho arricchito, con non poca spesa, il 50 mm a corredo della macchinetta con una serie di obiettivi faticosamente comprati nel corso degli anni. Un 80-200, 28-135 ritenuto pressoché universale vista l’ampia gamma di usi, un Fish Eye e persino una lente per macrofotografie.

E poi come tanti sono anch'io passato al digitale, per praticità soprattutto e con una piccola compatta visto che non mi sembrava il caso di portarmi ancora a tracolla un paio di chili di attrezzatura! Per carità, nulla da dire. Semplicissima, scatta e vai e quella che scelsi come prima già nel 2008 addirittura in grado di essere utilizzata in modalità di programmazione, quasi manuale. Quella attualmente in mio possesso, sempre compatta, con tante di quelle funzioni da farla sembrare più un complesso videogioco che non una macchinetta fotografica. Ma alla fine la uso sempre in automatico.

Peccato però che la proliferazione del digitale ha introdotto, secondo me, parecchi elementi di disturbo ed ha rovinato quella parte romantica se volete ma indiscutibilmente di valore: quella "poesia" che aleggiava intorno al concetto di fotografia e soprattutto del fotografare.

L’attesa.

Un tempo una volta completato un rullino, magari in tempi non vacanzieri dopo mesi dall'acquisto, si portava dal fotografo e si attendeva come minimo qualche giorno per avere i risultati stampati: e nel frattempo ci si chiedeva come saranno venute? E quella foto scattata quella sera al tramonto? Avrò calibrato bene la luce? E quell’altra del bimbo in corsa, avrò azzeccato i tempi corretti? E poi col tempo imparavo a fidarmi del mio istinto, a regolare tempo ed apertura a naso, magari con un minimo aiuto che veniva dall’esposimetro incorporato nella Yashica con i suoi + e – rossi ed il pallino verde di vai tranquillo e preoccupati di quel che vedi. Per non parlava dei piccoli miracoli che l’ottico di fiducia faceva nel correggerti magari qualche foto sotto o sovraesposta.

Il dettaglio.

Quanto tempo a volte passava tra l’inquadratura e lo scatto? La ricerca del particolare in quell’angolino di mondo isolato che era l’oculare del TTL; ed il trucco insegnatomi da un mio zio di tenere aperto anche l’altro occhio a correlare il mondo rigorosamente analogico con le informazioni inviate alla retina che stava invece guardando un mondo filtrato da un complesso sistema di lenti. E quante volte ho premuto l’otturatore a vuoto senza sentire il click dopo tanta preparazione…solo perché avevo dimenticato di ricaricare! E le foto notturne? Le pose lunghe? Che meraviglia attendere l’istante per quel click in differita con l’autoscatto dopo una lunga apertura. E raramente, ma molto raramente, si ripeteva lo scatto. Troppo costoso a volte fare fotografie per permettersi di sprecare una posa.

La sorpresa.

E dopo aver magari atteso a lungo arrivare a casa e mettersi a sfogliare le foto fresche di stampa, da solo od insieme ai tuoi cari. A volte almeno un centinaio di ritorno da una vacanza. Assaporarne con gli occhi i toni, i colori, i dettagli. Fare delle piccole critiche e ricordarsi di far meglio la prossima volta. Che peccato quel panorama, non avevo notato quella foschia! Fare attenzione a mantenerne l’ordine cronologico, scegliere le migliori (tutte!) da inserire in album di raccolta da conservare e catalogare.

Tutto questo è andato perduto come lacrime nella pioggia avrebbe detto ancora una volta “Roy Batty/Rutger Hauer”.

Il digitale ha portato la fotografia ovunque e dovunque. Ha volgarizzato la cosa in tutti quei sensi che porta con sé il termine relativo al diffondere a livello popolare qualcosa. Niente più attese, sorprese, attenzione ai dettagli: scatta e vai, guardala una volta nel display per assicurarsi che sia venuta, riguardala magari nel PC quando la scarichi e poi non la riguarderai forse se non un’altra volta se va bene. E quelle orribili bande nere ai lati delle pose in verticale? E che ne fa più di foto verticali? Che peccato.

E niente più album da sfogliare ma, lasciatemi dire, sterili raccolte che scorrono spesso tristemente sul display di un televisore che dev’essere enorme per catturare l’attenzione su dettagli inutili e perdere l’insieme. Quelle proiezioni poi che costringono all’attenzione quanto un tempo le odiose sale buie costringevano all’attenzione annoiati ospiti di altrettanto noiose proiezioni di diapositive! Un album invece e la sua capacità di poterlo sfogliare con attenzione vera o fingendola accontentando l’ospite di turno.

Certo il digitale è comodo, come negarlo? Io stesso ne sono un fruitore spesso compulsivo con centinaia di scatti per ogni vacanza tanto poi cancello e non cancelli mai nulla se non quelle in cui tua moglie grida d’esser venuta orribile e se non la cancelli saranno guai! E se così non fosse quanta fatica avrei fatto per inserire al volo questo paio di immagini in questo post?

Ed ora che la tecnologia che fino a qualche anno fa era considerata sofisticata per una compatta è a disposizione sugli smartphone non occorre più neanche andare a cercarsi un tipo di macchinetta particolare. Basta un telefono, è tutto lì.

 

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Ma se penso alla moda dei selfie, e soprattutto a certi selfie, allora mi scatta una molla fetente e parecchio bastarda che mi porta a pensare che quella della diffusione di massa di certe tecnologie è controproducente, con degli effetti collaterali fastidiosi…più o meno come il suffragio universale insomma!

E così l’antico adagio che recitava come un’immagine valesse più di mille parole ha perso completamente significato in questo mondo iperfotografato con immagini ripetitive e noiose fino alla nausea; purtroppo gli autori molto spesso oltre a tempestarci di inutili immagini ci aggiungono anche le mille parole, inutili e per lo più sbagliate in questo mondo che oltre tutto è un mondo parolaio con commenti a vanvera sulle già stupide immagini.

Aneddoto. Ricordo la prima volta che un amico mi chiese di fargli una foto con una delle prime “superautomatiche”: non erano ancora compatte ma già i display ad LCD e le prime impostazioni “auto” apparivano. Lo incontrai qualche settimana dopo e mi raccontò che di tutte le foto scattate con quel rullino l’unica mossa era quella che gli avevo fatto io!

domenica 28 settembre 2014

Teorie del caos. Il fallimento di un amico e Giulio Tremonti

157208-thumb-full-corrado_guzzanti_tremonti_spot_cPremetto che non sono tra quelli che urlavano di abolire Equitalia, che sbraitano di blitz demolitori nelle sedi dell’Agenzia delle Entrate o che inneggiano alla persecuzione e tanto meno che sciorinano le statistiche dei suicidi di imprenditori piccoli e grandi. Ma questa storia mi tocca da vicino, ed ha toccato persone a me care su cui, per quel che valga, garantisco personalmente la loro integrità morale e la loro onestà.

 

 

Difficile essere brevi, ci proverò ma spiegare come l’Agenzia delle Entrate ed Equitalia riescano a mettere in ginocchio chiunque non è semplicissimo.

Ovvio che alla fine giustificare un certo tipo di reazione politica e l’aver abbracciato con fanatismo un certo tipo di movimento politico è più che comprensibile

Da questo momento è il mio amico che racconta e le opinioni espresse sono le sue, condivisibili dal sottoscritto o meno che siano.

Nel 2007 fu avviata un’attività commerciale al pubblico ed in grande stile; frutto di grandi e sostanziosi investimenti derivati dalla vendita di case e seguiti da un trasferimento di un’intera famiglia.

Appena all’inizio nel 2008 arriva la prima visita fiscale, quando non ancora obbligati né agli studi di settore né alla presentazione del primo bilancio. In quell’occasione si voleva, indebitamente, affibbiare una multa di diverse migliaia di euro perché il padre di uno dei titolari, nell’ufficio privato di questi, stava giocando al computer e perché un altro titolare stava innaffiando le piante…attività illecita in quel tipo di struttura. La multa fu sospesa. Era una prima minaccia forse?

Nel 2009 arriva la seconda visita fiscale e nel frattempo erano passati anche persone dell’Ispettorato del Lavoro e la Guardia di Finanza un paio di volte.

Questa volta arriva il verbale. 45.000 €. Motivo? Oltre a quisquilie varie veniva contestato il credito IVA perché, affermavano senza uno straccio di prova, che le attività di investimento effettuato per l’acquisto di attrezzature e macchinari vari provenisse da fondi neri e da attività in nero. La realtà è che quei fondi venivano dalle vendite immobiliari suddette e tutte con assegni la cui tracciabilità era registrata e facilmente riscontrabile. La verbalizzazione dei reati fiscali era, se non fosse stata drammatica la conseguenza, una farsa ma come noto, in Italia, l’onere della prova di innocenza è a carico dell’accusato. Bene, si fa ricorso no?

Qui arriva il bello. Per fare ricorso occorre anticipare comunque 1/3 della sanzione e pagare l’avvocato tributarista che va, sempre, a tariffa fissa: 1/10 della sanzione. L’udienza in commissione tributaria? Nel 2015 nei casi migliori.

Peccato che nel frattempo arrivano altre tre cartelle esattoriali per gli anni 2008, 2009 e 2010 per un totale di 95.000 €, tutte legate alla prima che nonostante bloccata ed in attesa della sentenza dei giudici, si gonfia a dismisura. Ricorso? Idem come sopra: 1/3 di anticipo ed 1/10 all’avvocato e aspettare un tempo indefinito. Ma anche qualora vincessi non pensiate che ci sia restituzione del maltolto nell’immediato, li tengono in conto per “futuri controlli” e se tutto va bene rivedi qualcosa nel 2025. E nel frattempo come pago gli operai? E devi pagare l’avvocato le cui spese non saranno mai rimborsate.

Esiste il patteggiamento si dirà. Il sistema sa benissimo che anche se vinci un ricorso perdi soldi. Allora, seduti a tavolino, ci si accorda sempre per una cifra inferiore alla sanzione e vicina a quanto si andrebbe a pagare anticipandolo in caso di ricorso (il famoso 1/3 + 1/10 di cui sopra). Ma tanto se patteggi e magari rateizzi dopo un paio d’anni tornano alla carica.

Il sistema ed il patteggiamento favoriscono l’evasione e gli sta bene così. Gli evasori evadono sistematicamente 100 ed ogni tanto si accordano per pagarne 20. L’Agenzia delle Entrate si ritiene soddisfatta ed Equitalia incassa percentuali sul recupero del credito.

La spada di Damocle che ci pende sulla testa dal 2008 e che nonostante questo ci ha fatto andare avanti sempre col sorriso alla fine è caduta. Risultato finale comunque è stata la chiusura dell’attività. Tutti disoccupati, imprenditori, impiegati, operai e collaboratori. Nessun suicidio.

Riprendo e concludo.

Siccome l’attività era una Srl anche il sistema se la prenderà in quel posto e non beccherà un soldo. Macchinare ed attrezzature non sono sequestrati e sono vendibili nella speranza che qualcuno voglia e possa rilevare l’attività.

Cosa c’entra Tremonti in tutto questo? Molte delle norme applicate per sanzionare questo mio amico e costringerlo a chiudere dopo quasi 10 anni di attività riconosciuta ed apprezzata in tutta la zona risalgono a provvedimenti legislativi emanati quando occupava la poltrona del MEF a via XX settembre a Roma. Quando era ministro dei governi che sbandieravano “basta tasse” ad ogni elezione salvo poi fottere in maniera bipartizan sia i propri elettori che gli altri, ignavi compresi. Non che gli altri governi abbiano tentato di fare diversamente sia chiaro.

Che lavoro fa Tremonti? Mica fa il ministro. Fa il tributarista (lo ha persino insegnato all’università!) ed è a capo di una rete di studi legali quali quelli a cui si è rivolto il mio amico. E come campano questi studi? Fatto 2+2? Basta creare un meccanismo che faccia girare soldi per una certa categoria e prima o poi, appartenendo alla medesima, quei soldi arrivano.

Nel frattempo gli evasori veri prosperano tanto al massimo, qualche condono arriva prima o poi: uno per tutti lo scudo fiscale del 2009 inventato da Berlusconi e compagnia bella. Un bel 5% di ammenda, anonimato ed impunibilità.

C’entra, c’entra.

martedì 9 settembre 2014

Incompetenza consapevole

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So di non sapere. Questa era la massima competenza si Socrate, quasi 2500 anni fa.

In un determinato ambito o campo di azione essere incompetenti significa semplicemente essere mancanti di quanto occorre, in termini di conoscenze ed abilità, a praticare un compito od un tipo di attività, lavorativa o meno; gli anglosassoni tagliano corto definendo unskilled la persona che si trovi in questo stato tant’è che da qualche anno nella ricerca di lavoro continuamente appare il termine skill (capacità, perizia, abilità) sia da parte di chi offre che di chi cerca lavoro.

Nell’era di Internet e soprattutto con l’avvento dei forum, dei gruppi di discussione, dei social network (di tutto un po’, da LinkedIn a Google+ passando ovviamente da Facebook) sappiamo, spesso a spese della nostra salute mentale, che chiunque può diffondere la propria opinione in qualsiasi campo della conoscenza umana e con essa diffonde molto spesso la propria incompetenza con l’aggravante e la recidiva, come direbbe un magistrato, che l’incompetenza diventa ancor più rischiosa quando è inconsapevole ovvero credersi competente fa più danni che essere incompetenti.

Ci sono poi altri aspetti altrettanto negativi che si associano alla presunzione di competenza e sono quelli che comunemente etichettiamo con termini quali ignoranza, negligenza, supponenza e via discorrendo, tutti atteggiamenti che incontriamo spesso nella quotidianità e su Internet.

Ed è quasi sempre l’ignoranza che genera l’incompetenza saccente; ignoranza non assolutamente limitata all’aspetto culturale perché così come esistono analfabeti estremamente competenti in un determinato campo molto più spesso un ignorante culturale è anche un ignorante sociale.

Essere ignoranti, più o meno profondamente, è uno stato e con ciò ne deriva che certamente non è una colpa: lo si è per mancanza di mezzi ed opportunità per studiare o semplicemente mancanza di capacità, si può essere ignoranti in un ambito semplicemente perché ci si occupa d’altro ma ricordo che l’ignoranza diventa davvero pericolosa se applicata in ambito sociale, di gruppo, pubblico. E da quest’ultimo punto di vista l’ignoranza dilagante su Internet sta facendo parecchi danni.

download (1)Se chiediamo ad un ignorante con la presunzione di sapere di spiegarsi o, peggio, di spiegarci, un determinato fatto può imbattersi in errori madornali che il più delle volte, con aggravio di presunzione, vengono passati per opinioni personali su cui, come noto, sembra non si possa mai dissentire ed anche se non si tratta di opinioni quali quelli relative alla sfumatura di un colore, viziata dall’illuminazione o dalle condizioni della propria retina, ma di veri e propri errori di fatto inconfutabili. Ciò che vede l'ignorante può essere assolutamente lontano dalla realtà perché questa è già condizionata dalla percezione personale indipendentemente dal livello di competenza così come la percezione di quanto siamo e sappiamo è altrettanto soggettiva. Quante volte parlando ad un pubblico incompetente non ci si rende conto di questa cosa e si tende a sminuire le proprie competenze sopravvalutando il prossimo? Non è né facile né scontato essere coscienti con pienezza dei propri limiti e delle proprie conoscenze.

Quando poi l’incompetenza arriva da parte di persone che si ritengono invece competenti ma che siano palesemente impreparate la cosa è ulteriormente aggravata: su Internet per esempio moltissime persone sono in condizioni tali da bersi la prima bufala che passa solo perché non solo lo hanno letto su Internet ma chi lo ha scritto era un professore, dottore, esperto e via discorrendo.

Ed il male dilagante del fenomeno ha il suo specchio dei tempi. In quella fiera di ignoranza ed incompetenza che è ormai la quasi totalità dei programmi televisivi invitano a titolo di esperti od opinionisti persone fino a poco prima note per essere, a modo loro, competenti in tutt’altro: showgirl che intervengono in argomenti di geopolitica ed economia globale, attori che dicono la loro su tematiche scientifiche, giornalisti di nera che vengono trattati come criminologi di fama internazionale, e sono solo pochi esempi.

Purtroppo lo scontro tra opinioni –ricordo che quasi sempre una tra queste è invece un errore clamoroso- è talmente forte che è praticamente impossibile far cambiare parere a chi si dice già convinto ed allora meglio tagliare corto: ognuno la pensi come vuole ma l'importante è che la realtà che è una sola che deve guidare le scelte senza perdere tempo dietro strade che porterebbero solo all’assunto che tutte le domande sono lecite ma non è detto che ogni domanda debba avere risposta. Inoltre molto spesso è estremamente difficile, spesso impossibile, spiegare le proprie ragioni o dimostrare la realtà perché il substrato culturale dell’ignorante ed incompetente è insufficiente: privo completamente delle basi necessarie si trincera dietro un muro di mutismo talmente alto che la discussione con un incompetente è del tutto inutile non portando a nessun risultato ed anzi, spesso fa chiudere a riccio l'interlocutore che diventa sempre più chiuso ed incapace di osservare anche la semplice realtà.

$_35Provare a far osservare a chi si reca a Lourdes per motivi di salute che un viaggio nella località francese ha un tasso di efficacia nel guarire i malati dello 0.0000335% o, se può rendere meglio, un'inefficacia del 99.9999665% è assolutamente inutile così come dirgli che il tasso di guarigione spontanea, anche inspiegabile, in medicina è più alto di quello di tutti i siti dei miracoli al mondo messi insieme.

 

Ma allora perché si continuano a diffondere voci allarmistiche, infondate, scientificamente smentite che per molti sono verità scottanti e proibite? E le cui smentite sono spesso bollate come legate agli interessi di caste e lobbies di varia natura.

Perché se un incompetente diffonde una voce allarmante, questa farà il giro del mondo e resterà impressa nelle menti anche se dopo viene smentita. E credetemi che basta molto poco a far sì che perduri nel tempo e nell’opinione comune la falsa notizia piuttosto che quella vera. Le leggende metropolitane nascono in questo modo e la prova della loro tenacia è che resistono decenni, se non secoli in qualche caso, nonostante reiterate smentite.

In Corea del Sud, se provate ad acquistare un ventilatore troverete l'avvertenza di non dimenticare mai l'apparecchio in funzione durante il sonno: in quel paese è infatti diffusa l'opinione che dormire con il ventilatore acceso possa uccidere, già. In Corea del Sud lasciare il ventilatore acceso durante il sonno è considerato un atto particolarmente pericoloso(*).

Nulla di più falso eppure la leggenda si sparse, così velocemente che ancora oggi i ventilatori in vendita in Corea del sud hanno un timer che blocca il meccanismo dopo un certo numero di minuti e soprattutto si sottolinea l'avviso di non dormire mai con il ventilatore acceso. Per una serie di coincidenze furono rinvenute diverse persone decedute in casa con il ventilatore acceso in un ristretto periodo di tempo e ciò fu sufficiente per spargere la notizia fino al punto da far emanare un comunicato ufficiale da parte di un ente che avrebbe invece dovuto tutelare i consumatori da fesserie del genere.

Qualcuno, invece di riflettere sul fatto che durante la stagione estiva sono in molti (soprattutto anziani!) ad utilizzare un ventilatore e che trovare un anziano morto con un ventilatore acceso poteva essere un normale reperto, notò quella "strana" presenza: trovare consecutivamente più di tre morti con il ventilatore in funzione poteva significare che il ventilatore uccide. Non pensò affatto che molte di quelle povere persone erano appunto anziane, molte altre alcoliste e diverse in cattive condizioni di salute.

Un po' come dire che trovare tanti fazzolettini di carta a casa di chi è raffreddato, significhi che i fazzolettini causano il raffreddore. Chi può smentirlo, in fondo.

L'incompetenza unita alla capacità di discernere realtà da fantasia, i fatti dalle ipotesi può modificare il corso di una vita.

Ed ecco come la competenza, l'analisi seria dei fatti, l'obiettività e la mancanza di pregiudizi possono condizionare in senso positivo le nostre opinioni e persino la vita.

La competenza è per tutti, chiunque può diventare competente ma non è possibile improvvisare, un principiante non sarà mai competente ma resta un dilettante. Bisogna quindi scartare le informazioni false, inutili, non leali. Se voglio appassionarmi a qualcosa posso anche usare Internet come punto di partenza ma in seguito e soprattutto devo studiare (tanto) sui testi, frequentare corsi, ascoltare docenti, interagire con persone che condividono la mia stessa passione e sete di conoscenza. Altrimenti si resterà sempre nel dominio dei ciarlatani e degli incompetenti.

Va da sé che tutto ciò l’ho scritto da perfetto incompetente.

(*) La storia nacque da un comunicato stampa del Korea Consumer Protection Board, un ente governativo che si occupa di informare periodicamente i consumatori sui provvedimenti legali e commerciali legati ai prodotti di largo consumo: dai dati raccolti dall'agenzia era "evidente" che dormire con un ventilatore in funzione provocasse la morte per ipotermia e per aumento di anidride carbonica dovuta all'aumentata circolazione di ossigeno nell'ambiente nel quale era in funzione l'apparecchio. In realtà nessuno dei due meccanismi è plausibile e soprattutto non può essere collegato in maniera convincente al funzionamento di un ventilatore, non vi è oltretutto alcuna base scientifica che spieghi la "morte da ventilatore".

martedì 22 luglio 2014

Se il Piave mormorava la Marna ululava (La I guerra mondiale: un orrore-errore militare)

Napoleon_III_Otto_von_Bismarck_(Detail)La Germania di inizio secolo XX, a differenza degli altri paesi moderni, era quella che forse più di tutte aveva una struttura antiquata: un anacronismo con una federazione di 27 regni, ducati, principati e “città libere e imperiali” tra le quali la più importante di queste componenti era la Prussia, il cui re Hohenzollern, a norma della costituzione imperiale del 1871, aveva anche il titolo di imperatore tedesco. Imperatore che nominava il cancelliere che a sua volta nominava i “segretari di Stato” che erano i reali depositari del potere esecutivo tanto che «l’esercito prussiano giurava fedeltà all’imperatore e non al popolo tedesco». E l’imperatore allora era Guglielmo II di cui si narra fosse un emerito incompetente incapace persino di seguire le proprie scelte sbagliate e temuto dai suoi stessi ufficiali che erano terrorizzati all’idea che questi potesse decidere di assumere direttamente il comando delle forze armate in tempo di guerra.

Uno dei primi clamorosi errori di Guglielmo II fu quello di far cadere un trattato con i russi per disprezzo verso Bismarck e l’aura di gloria che ancora accerchiava l’anziano generale: in tal modo fu completata quella sorta di accerchiamento ai danni della Germania stretta tra paesi tutti suoi nemici. Un sovrano assolutamente medievale convinto di poter condurre ancora la guerra in tal modo utilizzando truppe che avrebbero dovuto avere spirito primitivo e sanguinario (da lì a poco i Freikorps prima e le SA naziste dopo avrebbero dimostrato quanto questo spirito fosse così forte in simili mentalità).

Così un po’ per quello che quell’uomo era ed un po’ per quello che si credeva fosse la guerra fu considerata conseguenza inevitabile ed alla fine scoppiò davvero: non tanto per ragioni oggettive o perché qualcuno dell’alto comando l’avesse progettata, ma semplicemente per effetto del peso cumulativo delle convinzioni dell’una e dell’altra parte. Gran Bretagna, Francia e Russia si sentivano minacciate, la Germania circondata. La soluzione della faccenda non poteva essere rimandata oltre.

A differenza della guerra franco-prussiana del 1870 (nell’immagine qui sopra Napoleone III e Bismarck dopo Sedan), che Bismarck aveva preparato con cura e fatto scoppiare deliberatamente, la I guerra mondiale iniziò quasi per caso. Prendendo a pretesto un normale assassinio politico tutte le parti si gettarono in una mischia confusa, inglesi e francesi senza piani di sorta, i tedeschi con un piano rabberciato ed improvvisato. L’Italia addirittura mantenendo una meschina neutralità fino al 1915 per non smascherare la sua mancata volontà di entrare in guerra al fianco degli alleati de “La Triplice”.

Quello che seguì fu un conflitto più raccapricciante e stupido, più assurdamente distruttivo di tutti quelli che figurano nella lunga, sanguinosa storia dei professionisti della guerra, compreso quello in cui sarebbero incappati vent’anni dopo.

Ma a differenza dei vecchi tempi la radice dei loro guai non fu la semplice ignoranza tipica delle menti medievali, bensì la tipica ottusità accademica che scaturisce ogni qualvolta che uomini privi di qualsiasi predisposizione naturale per le idee sono ugualmente costretti ad imbottirsene la testa.

Lo sviluppo dell’artiglieria, già dimostrato a Sedan e nella guerra russo-giapponese del 1904-1905, aveva fatto capire che se ognuno dei due contendenti si mette sulla difensiva diventa pressoché imbattibile e condannato all’insuccesso quando tentava di passare all’offensiva; tanto che all’epoca già si studiava un modo per creare una specie di artiglieria mobile e corazzata in grado di spezzare l’impasse. In pratica uno studioso inglese aveva già inventato il carro armato a fine Ottocento ma ancora nel 1910 gli ottusi generali francesi erano ancora convinti, straordinaria conclusione, che la chiave del successo nella guerra moderna era l’impeto dell’assalto in massa!

I francesi inoltre trascurarono le linee di difesa e si autoconvinsero che i tedeschi avrebbero attaccato come fecero nella guerra del 1870 e non attraverso il Belgio neutrale. Gli inglesi non avevano affatto un esercito moderno e i tedeschi, nonostante le loro 87 divisioni non avevano ancora risolto il problema di manovrare un esercito così grande: problema comunque comune a tutti. Il quartier generale elaborava le direttive strategiche ma toccava ai comandanti delle singole unità impegnate sul campo escogitare i mezzi per produrle in pratica. Inoltre i tedeschi una volta attraversato il Belgio la loro offensiva perse slancio ed i collegamenti difettosi provocarono un varco nel fronte di avanzata dove gli inglesi prima ed i francesi dopo si infilarono ben presto.

Ma ciò significò anche altro.

Da quel momento in poi ambedue le parti furono condannate, grazie alla totale incapacità dei rispettivi comandanti di inventare tattiche nuove, a più di tre anni di logorante guerra di trincea. Entro il 1914 la potenza congiunta dell’artiglieria da campagna, delle mitragliatrici e dei fucili a ripetizione era diventata soverchiante. La fascia di terreno compresa tra le prime linee dei due contendenti si trasformò in una distesa di fango insanguinato, disseminato dei resti umani di attacchi precedenti e resa pressoché insuperabile dalle migliaia di crateri aperti dalle granate. Né un uomo, né un animale, né una casa potevano sopravvivere in questa landa desolata, dai Vosgi alla Manica.

I tentativi dei tedeschi di uscire dal vicolo cieco con l’uso di gas velenosi e vescicanti(*) si dimostrarono vani grazie al rapido sviluppo della maschera antigas anche se le loro prime versioni erano così grossolane che le truppe attaccanti, costrette ad indossarle, non riuscivano a vedere dove stessero andando, offrendo un bersaglio ideale avanzando incespicando, attraverso centinaia di metri di terreno sconvolto, verso i reticolati di filo spinato a volte anche elettrificati dietro i quali, appostati nelle casematte, li aspettava il nemico pronto a rovesciare sugli attaccanti micidiali raffiche di proiettili di fucile e mitragliatrice o bombe a mano in grado di colpire fino a 50-70 metri.

Nel tentativo di spezzare questo tipo di posizione si ricorreva spesso al tambureggiante tiro d’artiglieria di sbarramento che a volte durava giorni interi prima di un assalto: ma gli uomini di entrambe le parti impararono presto a scavare buche più profonde, a rinforzare le difese con cemento armato od a disporre le linee a zig-zag, e soprattutto a vivere per settimane intere sotto terra in rifugi spesso parzialmente allagati, con scarsità di viveri e munizioni, contraendo malattie, morendo anche per le conseguenze virali di lievi ferite o impazzendo. In tutti gli eserciti coinvolti il numero di diserzioni, ammutinamenti e casi di autolesionismo furono tra i più alti se non i più alti della storia militare.

Nell’intera storia della guerra nessuno aveva mai ideato un sistema di combattimento altrettanto inefficace, altrettanto distruttivo della sempre precaria umanità dell’uomo, e soprattutto applicato con così feroce ostinazione.

Nel passato, anche quello recente di Sedan, le battaglie erano sempre state necessariamente episodiche: gli eserciti si addestravano, marciavano, effettuavano manovre ed infine, dopo qualche settimana, prendevano posizione e si affrontavano una volta per tutte, di solito nel giro di poche ore. Seguiva poi un periodo analogo che vedeva impegnate a volte le stesse forze a volte nuove. Sebbene la minaccia incombesse su tutti, i soldati non vi erano esposti in modo continuo, per mesi od anni di fila eccezion fatta che le rare campagne come quella di Napoleone in Russia o Carlo XII in Ucraina. Nonostante le prime avvisaglie della guerra civile americana dove si pensava ancora che gli uomini avrebbero resistito fu solo nel 1914 che la guerra divenne un inferno e fece perdere alla vita del soldato quel minimo di fascino che ancora esercitava.

L’imbecillità umana non ha limiti ma nella I guerra mondiale raggiunse un apice destinato forse ad essere superato solo il giorno in cui cervelli dello stesso stampo avrebbero affrontato il problema di come combattere e sostenere una guerra nucleare dovniente-di-nuovo-sul-fronte-occidentale-riassuntoe nessuno sopravvive. E questa imbecillità è palese leggendo come Remarque racconta, nel suo memorabile e famosissimo “Niente di nuovo sul fronte occidentale” che nonostante la ferocia degli assalti e dei bombardamenti dei giorni precedenti un assalto “Non immaginavamo di trovare una simile resistenza”. Dopo anni di insuccessi, milioni di granate, miliardi di franchi, marchi, sterline e lire spesi e centinaia di migliaia, milioni di vite umane spese, nessuno aveva capito che l’artiglieria non ha alcuna possibilità di annientare una guarnigione annidata nella terra come tarli(**).

E con simili imbecilli al comando, la cui mentalità non superava quella di uno spedizioniere impegnato a sostituire morti con vivi, non si poteva andare oltre.

L’Italia poco od affatto citata in tutto questo? Ha certo contribuito con i suoi generali ad alimentare la stupidità generale e l’assoluta mancanza di strategia e men che meno di tattica. Ma pur con i risentimenti emotivi che questa ci evoca, a cominciare dalla canzoncina del Piave che chi ha la mia età ha imparato a memoria alle elementari, il suo ruolo nel quadro complessivo della I guerra mondiale fu davvero marginale.

Ed in questo orrore ed errore clamoroso alla fine non ci furono mai davvero dei vinti né dei vincitori tanto che da lì a poco gli stessi attori finirono per ingaggiare l’ancor più sanguinaria II guerra mondiale con l’Italia, guarda caso, ancora una volta,  poco disposta a prendere una posizione certa altalenando da un attendismo iniziale ad un cambio di posizione finale con tanto di interludio imperial-espansionistico.

 

(*) Le vittime di questi gas spesso affogavano dall’interno. I loro polmoni si riempivano infatti di liquidi e morivano soffocati sotto gli occhi dei medici impotenti.
(**) Lo avrebbero sperimentato ancora gli americani nelle Ardenne o nelle isole del Pacifico, in Vietnam od anche i russi in Afghanistan.

domenica 20 luglio 2014

La guerra metafisica

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La storia dell’umanità è costellata da conflitti e le guerre vengono risolte e decise con battaglie più o meno grandi e con vincitori e vinti: a volte il vinto attende le decisioni del vincitore ed a queste si attiene (come la Germania nel 1945) altre volte il vinto lascia al vincitore l’oggetto del contendere per evitare danni maggiori (come la Russia sconfitta dal Giappone che nel 1905 lasciò a questo la Manciuria).

Ma il conflitto che oppone arabo-palestinesi ed Israeliani è completamente diverso: le parti si affrontano da quasi un secolo in guerre e guerriglie che si succedono incessantemente. A volte sembra sopito ma ecco che di colpo si riaccende e si ha sempre l’impressione che non ha importanza chi vince o chi perde e che ognuna delle due parti stia lì semplicemente ad attendere la battaglia successiva. Questa guerra non dichiarata si sussegue implacabile e passa da una generazione all’altra, ormai la terza, dove i giovani di entrambe le parti stanno combattendo la stessa guerra dei loro nonni.

Ed a catastrofe si sussegue catastrofe con i palestinesi da un lato che vivono spesso ai limiti della sopravvivenza, dall’inferno di Gaza ai campi miserabili del Libano o della Giordania e dall’altro gli israeliani in perenne tensione mai in grado di trovare situazioni di pace.

Il resto del mondo resta a guardare preoccupato ogni volta per gli effetti di escalation in un territorio così politicamente importante in un’aerea instabile ed a ridosso immediato di territori ricchi di risorse energetiche. Resta a guardare con atteggiamenti contraddittori e prese di posizione nei confronti dell’una o dell’altra parte spesso paradossali e storicamente antitetiche nonostante la soluzione sia sotto gli occhi di tutti: stabilire due stati autonomi e sovrani.

Anche se il conflitto nasce dal trasferimento via via più ingente di ebrei che andarono in Palestina a partire dai primi del Novecento e con vere e proprie emigrazioni di massa a partire dal 1947 in punta di diritto non è possibile stabilire per questo conflitto delle ragioni più o meno plausibili che possano essere usate come giustificazioni dell’una o dell’altra parte, come quasi sempre accade per ogni conflitto.

Lo stato di Israele non nasce come atto di forza ma con una risoluzione a maggioranza delle Nazioni Unite e se è per questo non è mai esistito uno stato Palestina ma solo arabi che vivevano in un territorio vastissimo. E comunque sia lo stato di Israele è ormai un dato di fatto. Né si tratta di una disputa territoriale quale ad esempio quella rivendicata dalla Jugoslavia di Tito sull’Istria “italiana”.

D’altra parte come dar torto ai palestinesi? Pur non cacciati veramente ed addirittura invitati ad integrarsi fornendo loro la falsa promessa che avrebbero goduto di maggiori libertà hanno visto anno dopo anno ridurre il territorio a loro disposizione a causa della intensa e distruttiva colonizzazione ebrea in cerca sempre più estesi territori necessari al loro sostentamento.

Nonostante spesso le parti forti del mondo come l’ex Unione Sovietica e la Russia oggi, gli Stati Uniti o la Cina abbiamo patteggiato per l’una o l’altra parte con aiuti economici e militari concreti un altro dei paradossi che rendono impossibile la soluzione militare del conflitto sta nel fatto che queste stesse parti forniscono aiuti ma non al punto di permettere la vittoria ad una delle due parti: i loro interessi sono troppo ramificati per danneggiare direttamente anche tutti gli altri attori del teatro medio-orientale.

Nonostante questo c’è qualcosa che non posso fare a meno di pensare ogni volta che la tensione, mai sopita, da quelle parti aumenta.

Israele nacque sull’uso del terrore su larga scala, dei massacri di palestinesi, della loro spoliazione, umiliazione e vessazione oltre ogni umana decenza, sul sotterfugio e sulla menzogna. E non sto parlando degli avvenimenti contemporanei, ma di fatti accaduti 60, 80 anni fa. Il destino della parte araba era segnato, e fu segnato quarant’anni prima dell’Olocausto nazista: già ai primi del novecento infatti i palestinesi erano considerati dai padri del sionismo, e futuri fondatori di Israele, una stirpe inferiore semplicemente da accantonare ed espellere, senza diritti, senza una Storia, un non-popolo. Il piano di pulizia etnica dei palestinesi prese vita alla fine del XIX secolo e non ha mai trovato soluzione di continuità fino ad oggi, e oggi come allora viene condotto dalla parte ebraica con una crudeltà senza limiti. L’immane tragedia dello sterminio ebraico nell’Europa di Hitler diede solo un impuso a quel piano, lo rafforzò, ma non lo partorì.

Ormai da troppi decenni l’atteggiamento dei “falchi” israeliani nei confronti dei palestinesi è assimilabile a quello di qualsiasi popolo che ritenga il nemico diverso: per religione, per razza o semplicemente per tradizioni.

I conflitti inoltre, visto lo strapotere militare israeliano, sono sempre niente affatto equi. e non equo è l’uccidere decine di civili inermi, o costringerli ad abbandonare ogni loro avere (esattamente come facevano i nazisti quando rastrellavano gli ebrei) in poche decine di minuti per stanare due o tre militanti di Hamas?

A me sembra una scusa per fare ancora pulizia etnica...