venerdì 5 giugno 2015

La vita: sopravvivenza senza scopo (darwinismo)


“Gli esseri umani si interrogano da sempre sul significato della vita: la vita non ha alcuno scopo diverso da quello di perpetuare la sopravvivenza del DNA. Non c’è alcun disegno o scopo nella vita, non c’è bene né male, nient’altro che cieca ed impietosa indifferenza” (Richard Dawkins)

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Nella figura una bellissima e dettagliata rappresentazione grafica dell’evoluzione (click per ingrandire)

Il titolo è forte, diretto, immediato: scuote violentemente alla base qualsiasi posizione antropocentrica e soprattutto elimina qualsiasi giustificazione teologica. Ma è così o per lo meno, come il grande biologo inglese, ne sono convinto.

Ed anticipo però quanto forse doveva essere conclusione. Ma tutto questo, nella mia visione della vita che comunque deve attribuirle un senso umano, il vivere stesso, la rende ancora più degna di rispetto e rafforza il concetto che va compiuta meritatamente ad un’etica kantiana: “il cielo stellato sopra di me, e la legge morale in me”. 

Rileggo a tratti in questi giorni pagine quasi prese a caso dai numerosi libri di Richard Dawkins o di Charles Darwin stesso tra cui lo splendido diario di viaggio con il Beagle.

I punti principali che emergono chiari dall’analisi di dettaglio compiuta da Dawkins sono pochi ma limpidi; analisi che già fu chiara allo stesso Darwin ma che, probabilmente su revisione delle ultime edizioni operata da sua figlia Henrietta, non passarono allora forti come ora.

L'evoluzione è semplice in modo ingannevole ma totalmente profonda nelle sue implicazioni, la prima delle quali è proprio quella che porta le creature viventi ad essere diverse le une dalle altre con variazioni che sorgono a caso, senza un piano o uno scopo.  L’evoluzione non può e non ha di fatto nessun piano, nessun progetto o fine perché il suo principio fondamentale è la selezione naturale del più adatto a sopravvivere in determinate condizioni ambientali e quindi del più adatto a perpetuare nella progenie il proprio patrimonio genetico: è un prodotto di errori casuali di copiatura di parti di codice e che i genetisti chiamano mutazioni. E voglio ricordare che con ambiente non va inteso soltanto molto semplicemente quello esterno che circonda un organismo vivente ma soprattutto, quello meno noto e citato, dato dalle interazioni ambientali tra qualunque vivente e le specie che tendono a parassitarlo, a contaminarlo, a trasformarlo in una risorsa.

Darwin era profondamente consapevole che l'ammissione di qualsiasi intenzionalità di sorta per la questione dell'origine delle specie avrebbe messo la sua teoria della selezione naturale su un pendio molto scivoloso nonostante le prove fossero sotto gli occhi di tutti che però erano accecati dal desiderio, molto umano, di trovare un disegno ed uno scopo alla vita, all’universo stesso.

Il genio di Darwin fu dato dal saper vedere oltre l’apparente illusione di un disegno e dalla comprensione del processo spietato operato dalla selezione naturale, dal comprendere la vita e la morte in natura e soprattutto che l’eliminazione della maggior parte degli organismi dall’albero della vita tranne quelli di maggior successo non deve far intendere, non deve dare l’idea che ci sia dietro tutto  ciò un intelletto maestro che abbia progettato il mondo. Perché un’attenta analisi della apparente perfezione rivela che tutto ciò è esclusivamente prodotto di comportamenti casuali, ripetitivi ed inconsci e non certo un disegno consapevole.

Il fatto che l'evoluzione insegni che la vita non ha scopo diretto se non quello di perpetuare la propria sopravvivenza sembra fortunatamente che non vada perduto tra i docenti: uno di loro, interrogato in proposito, una volta rispose che l’insegnamento dell’evoluzione e della selezione naturale aveva fortemente influenzato la propria coscienza perché un insegnante, per definizione, deve poter pensare che il proprio scopo sia quello di trasmettere conoscenza. Più difficile è il mondo dei bambini che offrono una naturale resistenza nell’accettare i concetti dell’evoluzione: questi in maniera del tutto naturale vedono il mondo in termini di disegno e di scopo esattamente come civiltà primitive cercavano nel volere degli dei la spiegazione e le cause degli eventi naturali nonché dello scopo stesso del vivere.

Il concetto fondamentale è stato ben espresso: siamo soltanto un po’ di spazzatura inquinante, se non esistessimo, l’universo sarebbe per lo più lo stesso. Siamo del tutto irrilevanti.

Purtroppo ancora oggi molti libri di testo continuano a trasmettere, spesso in maniera quasi subliminale, concetti distorti del darwinismo e delle sue implicazioni lasciando intendere che la visione evoluzionistica sia nichilista ed atea attribuendo a Darwin l’appartenenza a scuole di pensiero che credevano in un certo materialismo filosofico che attribuisce alla sola materia il concetto di sostanza di tute le cose e che tutti i processi mentali e spirituali sono suoi sottoprodotti.

Un altro grossolano errore, ripetuto in maniera voluta e provocatoria, è quello di attribuire al darwinismo un certo grado di inutilità visto il suo essere senza cuore con una natura maligna e diabolica che elimina con cura e senza pietà tutti gli inadatti e con infine, la mente umana ridotta ad una massa di neuroni in evoluzione e, peggio che mai, senza alcun piano divino a guidarci.

L’estensione poi del concetto di adatto a, volutamente ed erroneamente, forte, in ambito sociale ha scatenato fin dai tempi della pubblicazione dei testi di Darwin, questa idea di sopravvivenza del più forte che in ambito umano provoca reazioni etiche di varia natura. Darwin fu addirittura annoverato come una delle menti causa dell’evoluzione di movimenti culturali in cerca di identità razziale quali il nazismo.

Una visione ancora legata al concetto di progetto, di guida occulta, riconosce i meccanismi evolutivi e li accetta ma, considerando che in cima al già citato schema evolutivo c’è l’essere umano come prodotto più complesso ed evoluto di tutti, le attribuisce come scopo quello di esser giunti all’uomo. Insomma, anche se disposti ad accettarne i concetti per molte persone è stato più duro accettarne le conseguenze fino al punto di rifiutarle a meno di non doverle trovare comunque uno scopo.

Gli essere umani provengono invece dalla stessa fonte evolutiva ed al pari di qualsiasi altro organismo vivente: la selezione naturale di geni egoisti ci ha dato il nostro corpo ed l nostro cervello. La selezione naturale spiega  perfettamente da sola tutta la vita, la sua enorme diversità, la sua complessità ed il disegno apparente che sembra governare tutto ciò.

La vera difficoltà ad accettare la teoria di Darwin è sempre stata dovuta al fatto che che sembra diminuire la nostra importanza. L’evoluzione ci chiede di accettare il fatto che, come tutti gli altri organismi, anche noi siamo i prodotti di un processo casuale e che, per quanto la scienza sia in grado di dimostrare, non siamo creati per scopi speciali o come parte di un disegno universale. Conseguenza, o meglio direi premessa fondamentale, è che darwinismo e teismo sono antitetici. Con tutte le conseguenze sociologiche ed antropologiche immaginabili.

La visione darwiniana che gli organismi oggi presenti, di qualsiasi tipo, non sono stati creati spontaneamente, ma si sono formati in una successione di piccolissimi eventi selettivi in tempi lunghissimi in passato, ha contraddetto la visione religiosa comune del disegno intelligente di un progettista. Lo schema evolutivo invece non necessita né di progetto né tanto meno di progettista ed ancora una volta antitetiche sono ovviamente le visioni creazionista e darwinista.

Prima di Darwin la vista della natura era oscurata dalla giustificazione e dalla credenza del disegno naturale, una sorta di piano, di ordine costituito. Dopo Darwin tutto si è illuminato con l’applicazione di processi semplici nella loro essenzialità ma dalle conseguenze profonde e sotto gli occhi di tutti. E’ difficile abbandonare il punto di vista che impedisce di abbracciare la casualità degli eventi.

Rendersi conto che il piacevole volto esteriore della natura cela invece una lotta continua tra individui non solo di specie diverse ma all’interno della stessa può turbare ma va accettato nella sua pienezza. La chiave del successo riproduttivo scuote violentemente il senso teologico e tutti gli obiettivi su cui i teologi naturali hanno basato le loro idee di adattamento e perfezione è stato sostituito da tutt’altro.

103836Non siamo più in epoca vittoriana dove le reticenze e le ostilità contro il pensiero darwinista potevano essere in un certo qual modo giustificate. L’evoluzione è sotto gli occhi di tutti ed ormai numerosi esperimenti sia in laboratorio che in natura ha ampiamente dimostrato che è una realtà. Questa visione è quella che ha la maggioranza degli scienziati: uno studio su 149 biologi di fama internazionale ha rilevato che il 90 percento di questi ritiene che l'evoluzione non ha scopo ultimo né obiettivo tranne che la sopravvivenza necessaria alla trasmissione dei geni dei singoli individui. Persino il vecchio concetto di adattamento della specie è stato dimostrato essere soltanto una conseguenza incidentale dell’evoluzione del singolo individuo.

Noi, come qualsiasi altro essere vivente, siamo solo un incidente cosmico casuale nel tempo e nello spazio.

La resistenza è più sociologica ed antropologica che scientifica tanto che qualcuno ha detto che il darwinismo ha un potere distruttivo sociale enorme alla luce della scoperta che tutti coloro i quali che ritengono, correttamente, che l’evoluzione non ha scopo alcuno, sono atei.

E questo è il motivo principale per cui ancora oggi si fatica ad accettare più le conseguenze del darwinismo che i concetti in esso espressi.

giovedì 4 giugno 2015

Me ne frego!

11350484_774090346042879_6870130212229630650_nProprio oggi che sono finiti in carcere altri 44 nomi (no dico, qua-ran-ta-quat-tro) della nomenKlatura comunale di Roma, manette bipartizan a seguito della seconda parte dell’inchiesta “Mafia Capitale”, mi sono sorpreso a pensare che sono decisamente stanco di sentire da ogni dove i soliti triti e ritriti discorsi sui costi della politica come male da estirpare e causa di ogni disastro, sociale ed economico.
In ogni talk show e rimbalzato di bocca in bocca con alcune delle modalità che ben sono state evidenziate qui questi discorsi si rifanno sempre, scimmiottandosi l’un l’altro in un crescendo di idiozia, al proponimento di soluzioni radicali del tutto inapplicabili a problemi che invece andrebbero smontati in mille piccoli pezzi soltanto per capirne la struttura, figuriamoci le soluzioni!

14Rizzo e Stella scrissero il loro “La casta” ben otto anni fa e da allora nulla è cambiato se non l’aumentare delle fonti che riportano più volte al giorno casi di personaggi del mondo della politica che di volta in volta vengono additati perché guadagnano troppo, perché hanno incarichi multipli, perché prendono gettoni di presenza per riunioni a cui non partecipano (salvo contemporaneamente lamentarsi dell’assenteismo degli impiegati), per i loro vitalizi immeritati che daranno loro centinaia di migliaia di euro in pensioni a fronte di qualche decina di migliaia di euro di contributi…e via di questo passo. Ma quando vai a farti due conti seriamente ti rendi conto che anche tagliando del 50% i costi della politica, come va tanto di moda oggi dire e ripetere a vanvera, non cambierebbe proprio nulla.

Milena Gabanelli è quasi un ventennio che settimanalmente ci racconta le schifezze di questo paese, eppure l’ignavia e la stasi regnano ovunque ed anzi, peggiorano ed una parte del peggioramento è tangibile nell’aumento, certamente non preoccupante più di tanto, dei fenomeni tipici della destra estrema ottimamente rappresentata dall’attuale leader leghista Matteo Salvini, che sarà sempre il solito contaballe celodurista ma ha effetti carismatici su parte dell’elettorato indeciso.

Sul grillismo sorvolo: è stata una novità ma solo sulla carta, talmente ben lucidata che ha ingannato, ma solo la prima volta, anche un vecchio astioso come me.

La sinistra? …

E nonostante queste costanti a cui si cerca di addossare capri espiatori oggi sui costi della politica, domani sui migranti e sui Rom, dopodomani chissà dove, il risultato complessivo nonostante ben quattro cambi di governo in pochi anni, non cambia. Evidentemente sono errate sia l’analisi che l’approccio, per non parlare degli analisti.

E’ chiaro che io stesso, di fronte a tutto questo, mi sento defraudato e privato di qualcosa, che provo un continuo e fastidiosissimo senso di prurito anale perché qualcosa o qualcuno mi sta fottendo mio malgrado, ma è altrettanto chiara in me la sensazione che mi sono decisamente stufato di ascoltare e men che mai di capire. Da cittadino l’unica arma a disposizione per cercare di spostare un decimilionesimo di millimetro l’ago verso la direzione voluta, desiderata, è la partecipazione democratica, la proposizione collettiva, l’espressione del voto. Spostamento che non avviene perché da troppi anni le promesse elettorali sono disattese sistematicamente, in buona o mala fede.

Nella società dove tutti credono di sapere tutto non si muove più niente e le uniche reazioni, mi si perdoni il gioco di parole, sono quelle reazionarie che fanno notizia o quelle delle notizie manipolabili per crearla la notizia, in un vortice di non senso che non porta da nessuna parte. Non mi fido più neanche di me stesso e delle mie reazioni che spesso sento potrebbero prendere una china sgradita violentando quelli che ancora reputo siano principi da seguire e quindi ci metto un freno, o meglio, un frego.

E me ne frego pure di dare un senso a questo post… sì lo so, questo me ne frego ricorda qualcosa a me estraneo ma, dopo tutto, me ne frego!

PS) A proposito di prurito. Dal 1 luglio potrò andare sul sito INPS e simulare quanto (se) avrò di pensione ed a partire da quando…altro che Preparazione H allora!

domenica 15 febbraio 2015

Storni a stormi

Questo è il periodo. YouTube è piena di filmati di storni, io ne ho scelto uno tra tanti.

Non è infrequente osservare nei cieli delle nostre città e campagne, stormi di migliaia di storni che vengono a svernare da noi e che all’avvicinarsi del tramonto escono in massa a consumare l’ultimo pasto a base di insetti. E non è infrequente vedere gabbiani od altri predatori, qui a Roma anche falchi pellegrini, tentare l’assalto al singolo cercando di isolare e dividere il gruppo allo scopo di isolare un singolo uccello. Anche quei predatori esperti manovrano con attenzione, spesso anche loro a gruppi di tre o quattro che cercano di collaborare. Una cosa simile si osserva anche in molte specie di piccoli peschi che agiscono, come gli storni, come fossero un singolo individuo ben coordinato da un qualche capo stormo, un eccellente coreografo a capo di una squadra di ottimi esecutori.

Nulla di tutto questo. Non c’è nessun capo, nessun coreografo. Ogni individuo agisce per proprio conto, individualmente, obbedendo ad una serie di regole locali e coadiuvato da un sistema nervoso evolutosi in modo da riuscire a controllare i movimenti dei propri vicini, fino a circa sette di loro, e reagire di conseguenza. Come?

Per capirlo facciamoci aiutare da Richard Dawkins, da un brano preso da uno dei suoi libri più belli: “Il più grande spettacolo della Terra”.

A colpirci nel comportamento degli storni è che, nonostante tutte le apparenze, non vi sia nessun coreografo e, a quanto ne sappiamo, nessun capo. Ogni uccello agisce individualmente e si limita a seguire regole locali.

Gli storni sono composti da migliaia di individui, i quali però non si scontrano quasi mai. E’ un bene, perché, alla velocità a cui volano, rimarrebbero gravemente feriti nell’impatto. Spesso l’intero stormo di comporta come un singolo individuo, volteggiando e virando all’unisono. Sembra quasi che stormi distinti penetrino l’uno dentro l’altro volando in direzioni opposte e conservando intatta la coesione interna. Pare un’impresa quasi miracolosa, ma in realtà sono a distanze diverse dalla video camera e non penetrano gli uni negli altri. Lo spettacolo incanta anche per i netti contorni degli stormi, senza sfocature. La densità degli uccelli subito prima del contorno non è inferiore a quella rilevabile al centro, mentre è zero all’esterno. Non è meravigliosamente sorprendente?

Una simile sequenza sarebbe assai elegante come salvaschermo del computer. Ma non dovremmo cercare un filmato di storni, perché il salvaschermo ripeterebbe più volte le stesse identiche movenze di danza e quindi non userebbe allo stesso modo tutti i pixel. Dovremmo invece elaborare una simulazione al computer e, come sa qualsiasi programmatore, c’è il modo giusto e il modo sbagliato di farlo. Non cercate di coreografare l’intero balletto: sarebbe un pessimo stile di programmazione per quel tipo di compito. Devo illustrare la maniera migliore di procedere perché è quasi sicuramente così che gli uccelli sono programmati nel cervello. E, per venire al punto, è una splendida analogia con il funzionamento dell’embriologia.

Ecco come programmare il comportamento di aggregazione degli stormi. Concentratevi quasi esclusivamente sul comportamento del singolo uccello. Incorporate nel vostro robostorno regole dettagliate che gli insegnino a volare e a reagire agli altri storni in base alla loro distanza e posizione relativa. Incorporate regole sull’importanza da dare al comportamento dei vicini e all’iniziativa individuale nel mutamento di traiettoria. Queste regole modello devono ispirarsi a un attento studio dei veri uccelli in azione. Dotate il robostorno di una certa tendenza a variare a caso le proprie regole. Dopo che si è scritto un complicato programma in cui si specificano le regole comportamentali del singolo storno, si compie il passo finale, che è il fulcro del presente capitolo. Non si deve programmare il comportamento dell’intero stormo, come avrebbe fatto la generazione precedente di programmatori di computer, ma si deve clonare il robostorno appena programmato. Fatene un migliaio di copie, mantenendo le regole tutte uguali oppure variandole leggermente a caso da un individuo all’altro. Poi liberate migliaia di storni modello nel computer, in maniera che possano interagire tra loro obbedendo tutti alle stesse regole.

Se le regole comportamentali di ciascuno storno sono giuste, mille robostorni, ognuno rappresentato da un punto sullo schermo, si comporteranno come gli uccelli veri che si aggregano in stormi d’inverno. Se l’aggregazione non è del tutto corretta, tornate sul singolo uccello e correggetegli il comportamento, magari alla luce di un’ulteriore analisi del comportamento degli storni veri. Poi clonate la nuova versione un migliaio di volte e mettetela al posto di quella precedente sbagliata. Reiterate la programmazione del singolo storno clonato finché il comportamento di aggregazione dei mille uccelli virtuali non costituisca un salvaschermo abbastanza realistico.

Il concetto chiave è che non ci sono né coreografi né capi. Ordine, organizzazione, struttura emergono come effetti collaterali di regole a cui si obbedisce molte volte localmente, non globalmente. E’ così che funziona l’embriologia. Si procede in base a regole locali, a vari livelli ma in particolare al livello della singola cellula. Non c’è nessun coreografo, nessun direttore d’orchestra, nessuna pianificazione centrale, nessun architetto. Nel campo dello sviluppo o della manifattura, l’equivalente di questo tipo di programmazione è noto come autoassemblaggio.

domenica 18 gennaio 2015

Etiopia 1935. Anche l’Italia ebbe le sue jihad

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Il motto recita "à la guerre comme à la guerre” ma la storia non lo chiarisce quasi mai.


A volte ci si sorprende di come le stesse entità, che siano persone o popoli o semplicemente idee, possano diventare ora nemici ora amici per l'una o per l'altra parte. In tempi recenti si pensi al ruolo ondivago dell'Egitto e dei suoi governi, a Saddam Hussein dapprima finanziato dagli USA contro il comune nemico Iran e poi abbandonato per difendere l'interesse iracheno e, recente, al ruolo della Siria di Hassad passata da nemico giurato dell’occidente ed alleato di Mosca a collaborante nelle azioni contro il neonato califfato fondamentalista.
Ma la storia è piena di questi cambi di prospettiva, spesso utilizzati con ferocia, e soltanto l’ingenuo si sorprende.

Nella sanguinosa ed efferata guerra, o meglio strage, genocidio, contro l'Etiopia condotta a partire dal 1935 dagli italiani arrivò il momento in cui a Mussolini, responsabile primo ed ideatore della maggioranza della azioni (eseguite dai fedelissimi e ferocissimi Graziani e Badoglio), interessava non tanto vincere la guerra quanto sterminare gli avversari accanendosi contro le popolazioni inermi e consentendo che venissero massacrate con l'iprite, e con esse il bestiame, i raccolti, i fiumi, i laghi. Fino al punto di ordinare di non rispettare nemmeno i contrassegni della Croce Rossa (furono distrutte 17 installazioni mediche).

Ma, e ancora solo agli ingenui sembra paradossale, consentiva che si lanciassero contro l'Etiopia cristiano-copta i libici musulmani della divisione Libia, al comando del generale Gugliemo Nasi. Con l'invio sul fronte meridionale di queste truppe libiche, per la totalità di religione islamica, contro un avversario in gran parte di fede cristiana, il regime fascista commetteva un nuovo e gravissimo crimine consentendo ai libici, con estrema perfidia, di vendicarsi per le violenze subite per vent’anni dalle loro famiglie ad opera dei battaglioni amhara-eritrei.

La divisione Libia non faceva prigionieri, molto pochi soltanto quando il generale Nasi, forse più umano di Graziani, offriva 100 lire per ogni prigioniero; ma era troppo tardi per fermare un odio religioso, sul quale prima, irresponsabilmente ma volutamente, si era fatto preciso assegnamento. La mattanza, anche dei prigionieri, continuava, anche a guerra finita.

Lo stesso Nasi, nei suoi memoriali, tenta di attribuire addebiti agli ascari libici (*) colpe gravissime che sono invece degli italiani, i quali sfruttarono sempre ed in maniera sistematica gli odi etnici e religiosi delle popolazioni soggette.

E questi addebiti sorprendono ancora di più perché lo stesso Nasi, prima di comandare la divisione Libia, interamente musulmana, contro i patrioti etiopi cristiano-copti ebbe la ventura, poco tempo prima, di condurre all’assalto in Libia i battaglioni amhara-eritrei di fede cristiana contro i mujaheddin musulmani!

E infine, nonostante la premeditazione, la ricerca quasi scientifica del metodo migliore per sterminare e ridurre al nulla il nemico anche se già battuto, un grado elevato dell’esercito come Nasi non teme di affermare: «La storia coloniale di tutti i paesi è purtroppo una storia di orrori. Ma dobbiamo riconoscere che la storia coloniale italiana è quella che di gran lunga ne annovera meno.»

Che faccia di culo! Ma non era colpa sua, è nel DNA nostrano. Ancora una volta, anche nelle riflessioni di un generale dell’esercito, affiora il mito dell’italiano diverso, più tollerante, più generoso. Ancora una volta l’italiano era posto, nella graduatoria dei popoli, in una posizione privilegiata, protetta. Ancora una volta scattava, naturale, spontanea, la solita e sconsiderata autoassoluzione tipica del falso mito italiani brava gente!
Proprio così come, e solo per noi, la nostra cucina, la nostra moda, le nostre automobili, le nostre donne e le nostre mamme sono le migliori del mondo…

Balle!

(*) questi non vanno confusi con gli ascari eritrei operanti al fianco di truppe italiane fin dal 1887 come reparto coloniale proveniente dall’Eritrea, come i citati amhara.

giovedì 8 gennaio 2015

Andy Luotto e l’arabo

I più giovani non lo ricorderanno ma sono qui anche per questo.

Andy Luotto–L’arabo

Correva l'anno 1985 e nelle mitiche trasmissioni di "Quelli della notte",  e che ci mandavano al lavoro ogni giorno con molto sonno arretrato, Andy Luotto, uno dei partecipanti, inventò questo divertente personaggio.

Erano tempi decisamente non sospetti anche se proprio all’inizio degli anni ‘80 aveva iniziato di nuovo ad inasprirsi l’eterno conflitto arabo-israeliano sfociato con la guerra fratricida in Libano ed uno dei primi interventi di truppe ONU in teatri internazionali, comprese le nostre.

Eppure già allora e dopo qualche apparizione l'attore fu minacciato e se non ricordo male anche percosso da un paio di energumeni che lo attesero sotto casa: le sue apparizioni furono interrotte su decisione comune da parte di Arbore e della redazione del programma.

E ciò perché si prendeva in giro bonariamente il mondo arabo non più di quanto qualche decennio prima aveva fatto Totò. Tutto qui. Mai una parola di troppo e tanto meno mai un accenno a qualcosa che avesse a che fare con l’islamismo ed il Corano. Già questo religioso rispetto a me dà personalmente fastidio perché non capisco perché si possa parlare e discutere di qualsiasi cosa ma se si tratta di temi di fede ci si debba astenere dal confronto, figuriamoci dallo sfottò.

Da ragazzino durante il periodo della cosiddetta austerity, non molti anni prima di Arbore e soci, quando si girava la domenica a targhe alterne per mancanza di petrolio, per un paio d’anni a Carnevale mi mascherai da arabo e giravo per Roma con gli amici con una lattina di olio vuota a cui avevo aggiunto un "petr" davanti per sfottere un po’ di qua ed un po’ di là e scimmiottando tanti allà-accà offrivo questo petrolio d’oliva ai pochi automobilisti. Oggi non potrei farlo neanche a Carnevale non tanto per l’età o perché abbiamo scoperto ricchi giacimenti nazionali quanto perché rischierei d’essere quanto meno picchiato da qualche ortodosso.

Se non sbaglio nel 2012 in Somalia fu assassinato un umorista conosciutissimo e molto amato in quel paese. Si prendeva gioco quasi quotidianamente delle milizie armate utilizzando principalmente la parodia con la quale attaccava i terroristi di non so più quale gruppo.

Gli umoristi nel mondo islamico esistono come sono sempre esistiti ovunque nel tempo e nello spazio e talora possono prendere di mira il regime, come avveniva in molti paesi del Maghreb, oppure i fedeli e le loro pratiche. Io stesso ho conosciuto parecchi musulmani in Bosnia che pur essendo parecchio annacquati da decenni di Tito ed il suo comunismo raccontavano barzellette su argomenti vari, compresa la bigotteria dei loro vecchi ma mai ne ho sentita una che riguardasse le scritture o, apriti cielo, Allah in persona.

Ciò nonostante non accade MAI che il loro bersaglio diventi il Corano ed il suo profeta.

E’ rarissima la critica del dogma musulmano figuriamoci la satira o persino un po’ di ironia.

Le tematiche "religiosamente scorrette" si trovano  quasi esclusivamente nelle performance dei musulmani europei, prevalentemente francesi e inglesi di seconda o terza generazione come minimo.

E non è la prima volta che far ridere prendendo in giro qualcuno nel mondo musulmano in Africa od in Medioriente fa spesso delle vittime. Anche se spesso ad provocare assassinii è la satira diretta contro la politica questi sono solo una parte di quelli che si sono avuti e, tristemente si avranno ancora, a causa di ciò che ritengono offensivo per motivi religiosi.

E nonostante la presenza di movimenti ortodossi le altre religioni occidentali strettamente imparentate con l’Islam per ciò che concerne miti, tradizioni e fonti “storiche”, ovvero cristianesimo ed ebraismo, hanno, almeno questo, superato il momento oscurantista che impediva a chiunque di scherzar coi santi e che ha generato fenomeni secolari quali l’Inquisizione o le radiazioni dalle comunità quali quella subita da Spinoza nella moderna, per l’epoca, Amsterdam del XVI secolo. L’Illuminismo ci ha salvato e troppo tempo dovrà ancora passare affinché i paesi musulmani si affranchino laicamente da queste tragedie che si chiamano religioni. Loro sono ancora al Medioevo e con tutto il rispetto per i fermenti culturali grandissimi che hanno animato persino quello Alto qui da noi!

Neanche gli imperatori romani più feroci osavano eliminare le critiche mosse loro eliminando gli autori satirici di allora, tanto che i loro testi sono giunti terribilmente freschi e moderni, fino a noi.

Posso cercare di capire, vorrei capire e sono pronto a farlo come ha scritto il mio amico Jestercap72 proprio oggi; posso arrivare a comprendere che se cresci in un campo profughi in Palestina e ti venga promessa vita eterna e vergini se morirai da martire sei disposto a fare stragi come quella di ieri a Parigi ma sono molto poco disposto a dialogare con chi ostenta, e non per tradizione e cultura od anche solo esteticamente, posizioni ortodosse e certamente intransigenti. E mai capirò o cercherò di capire chi spara ai poeti.

E concluderò dicendo che ancora una volta la radice prima di questi episodi è la religione.

Immaginiamo, con John Lennon, un mondo senza religione. Immaginiamo un mondo senza attentatori suicidi, senza 11 settembre o 7 gennaio, senza crociate, cacce alle streghe, spartizioni dell’India, guerre israelo-palestinesi, massacri serbo-croati-musulmani, persecuzioni di ebrei «deicidi», conflitti fratricidi come in Irlanda del Nord, telepredicatori impomatati che spillano soldi agli allocchi. Immaginiamo un mondo senza neocatecumeni o testimoni di Geova, senza talebani che distruggono statue millenarie, che decapitano «bestemmiatori» o che fustigano donne ree di aver mostrato un centimetro di pelle. E immaginiamo un mondo dove il testo della canzone di John Lennon non venga censurato, come a volte accade negli USA, proprio laddove dice «and no religion too».

Si può ridere di tutto. Era il credo delle vittime di “Charlie Hebdo”. Ed anche se da ieri non mi va per niente di riderci dedico loro questo mio contributo.

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sabato 13 dicembre 2014

Povero Keplero!

13-12-2014 20-32-32

I anno del liceo linguistico. Compito a casa di scienze (geografia generale pseudo scienze della Terra).

"Calcola la distanza media (in metri) di Marte dal Sole usando i dati riportati:
(usa T2 = K d^3)
–> elevato alla 3 scritto proprio così… ^3 … e quel T2? sarà forse invece, come l’espressione recita, T2?
T1 tempo di rivoluzione della Terra 365 d
...proprio così, d per days...forse perché è un linguistico? :-)     
T2 tempo di rivoluzione di Marte 780 d   
Distanza media della terra dal sole 1 UA
(sapranno cos'è?)
1,496 x 10 ^ 11 m" idem…^11

Nessuno come facilmente prevedibile [da me], ed ovviamente neanche mia nipote, ha saputo non pretendo risolverlo, ma capire da che parte cominciare! La professoressa, questa sprovveduta, avrà pensato bene di spiattellare ai ragazzini 14enni e con sicuramente una preparazione di matematica lacunosa, le tre leggi di Keplero e pretendere risultati: ed è la terza legge a cui fa riferimento quel "K" e quel "usa T2=K d^3).

Ora, ammesso che qualcuno sia arrivato al concetto di estrarre K –approssimato ovviamente- usando i dati forniti per la Terra si sarà ritrovato con un numero piccolissimo (10-19), sarà riuscito a gestirlo? E qualcuno avrà detto loro che i tempi devono essere trasformati in secondi? E ancora, una volta inserito a numeratore un numero seguito da 11 zeri ma anche fosse stato qualcosa elevato alla 11ma, ed a denominatore quello alla -19 sarà riuscito a capire che doveva estrarne la radice cubica? E come visto che le più sofisticate calcolatrici neanche ce l'hanno la cubica? Ma anche l’avessero a trovarla in casa una calcolatrice del genere! Io ho usato Excel per fare due conti, ma i ragazzini lo sanno che devono elevare alla 1/3 che è come estrarre radice cubica? Ma non credo sappiano neanche usarlo Excel per queste cose. Forse neanche sanno cos’è un foglio di calcolo!


Immagino lo studente modello che ci ha provato con tutte le sue forze sudare come Fantozzi al concorso per ragioniere!

E come sempre si prosegue col solito inutile nozionismo chiedendo ai ragazzini di applicare matematica a vuoto e sicuramente non sanno neanche farlo.
Anziché concentrarsi sul concetto, sulla meraviglia della storia di questa scoperta che ancora oggi consente di mandare sonde sulle comete, sul dato essenziale, facendo capire loro che vuol dire in termini concreti avere il sole a 150 milioni di km e soprattutto capire quanto sia grande rispetto a noi e quanto infinitesima rispetto all'universo stesso. Cosa significhi percorrere aree uguali in tempi uguali, la trascurabilità della massa del pianeta rispetto a quella della stella, le conseguenze dirette ed indirette! Questo devi far capire ad un ragazzino di 14 anni!

Troppo faticoso? Mostra loro un video sul sistema solare preso dalla rete, ce ne sono a dozzine, fatti benissimo, falli godere con gli occhi e gioire nel cuore per questo granello di sabbia cosmica e tu, professoressa, taci!

Per le distanze basta mettere su Google "distanza sole marte" e lasciare i calcoli sterili a quando saranno più grandi e forse, avranno capito davvero perché il mondo è matematico.

13-12-2014 20-20-17PS) il compito, qui a fianco, gliel'ho risolto io ma ho chiesto a mia nipote di non portarlo a scuola perché per quanto abbia passato un'ora e mezzo a spiegarle ogni concetto molte cose le sono sfuggite, tranne l'essenziale ovviamente. C’è infine un metodo più immediato e facile che applica la proprietà transitiva: se a/b=k e k=c/d allora a/b=c/d da cui ricavare qualsiasi termine noti gli altri 3.

PPS) il valore del periodo di rivoluzione fornito per Marte è errato: in realtà è di 687 giorni. Mi sono fidato senza controllare o forse la nipote ha capito male!

lunedì 20 ottobre 2014

Quando un’immagine VALEVA più di mille parole

 

Yashica_FX-3

Per quasi 40 anni ho fatto foto, ma soprattutto diapositive, anche molto belle a detta di chi le osservava, e per tutto quel lungo periodo con una magnifica Yashica FX3 rigorosamente "manuale". Partendo da zero, con il solo manuale di istruzioni a corredo della giapponese, molto ben fatto, che ti spiegava concetti come la profondità di campo o la sottoesposizione…
Una Yashica proprio come questa in foto, con la pelle in rosso cambiata dopo che quella originale si era screpolata!
E col tempo ho arricchito, con non poca spesa, il 50 mm a corredo della macchinetta con una serie di obiettivi faticosamente comprati nel corso degli anni. Un 80-200, 28-135 ritenuto pressoché universale vista l’ampia gamma di usi, un Fish Eye e persino una lente per macrofotografie.

E poi come tanti sono anch'io passato al digitale, per praticità soprattutto e con una piccola compatta visto che non mi sembrava il caso di portarmi ancora a tracolla un paio di chili di attrezzatura! Per carità, nulla da dire. Semplicissima, scatta e vai e quella che scelsi come prima già nel 2008 addirittura in grado di essere utilizzata in modalità di programmazione, quasi manuale. Quella attualmente in mio possesso, sempre compatta, con tante di quelle funzioni da farla sembrare più un complesso videogioco che non una macchinetta fotografica. Ma alla fine la uso sempre in automatico.

Peccato però che la proliferazione del digitale ha introdotto, secondo me, parecchi elementi di disturbo ed ha rovinato quella parte romantica se volete ma indiscutibilmente di valore: quella "poesia" che aleggiava intorno al concetto di fotografia e soprattutto del fotografare.

L’attesa.

Un tempo una volta completato un rullino, magari in tempi non vacanzieri dopo mesi dall'acquisto, si portava dal fotografo e si attendeva come minimo qualche giorno per avere i risultati stampati: e nel frattempo ci si chiedeva come saranno venute? E quella foto scattata quella sera al tramonto? Avrò calibrato bene la luce? E quell’altra del bimbo in corsa, avrò azzeccato i tempi corretti? E poi col tempo imparavo a fidarmi del mio istinto, a regolare tempo ed apertura a naso, magari con un minimo aiuto che veniva dall’esposimetro incorporato nella Yashica con i suoi + e – rossi ed il pallino verde di vai tranquillo e preoccupati di quel che vedi. Per non parlava dei piccoli miracoli che l’ottico di fiducia faceva nel correggerti magari qualche foto sotto o sovraesposta.

Il dettaglio.

Quanto tempo a volte passava tra l’inquadratura e lo scatto? La ricerca del particolare in quell’angolino di mondo isolato che era l’oculare del TTL; ed il trucco insegnatomi da un mio zio di tenere aperto anche l’altro occhio a correlare il mondo rigorosamente analogico con le informazioni inviate alla retina che stava invece guardando un mondo filtrato da un complesso sistema di lenti. E quante volte ho premuto l’otturatore a vuoto senza sentire il click dopo tanta preparazione…solo perché avevo dimenticato di ricaricare! E le foto notturne? Le pose lunghe? Che meraviglia attendere l’istante per quel click in differita con l’autoscatto dopo una lunga apertura. E raramente, ma molto raramente, si ripeteva lo scatto. Troppo costoso a volte fare fotografie per permettersi di sprecare una posa.

La sorpresa.

E dopo aver magari atteso a lungo arrivare a casa e mettersi a sfogliare le foto fresche di stampa, da solo od insieme ai tuoi cari. A volte almeno un centinaio di ritorno da una vacanza. Assaporarne con gli occhi i toni, i colori, i dettagli. Fare delle piccole critiche e ricordarsi di far meglio la prossima volta. Che peccato quel panorama, non avevo notato quella foschia! Fare attenzione a mantenerne l’ordine cronologico, scegliere le migliori (tutte!) da inserire in album di raccolta da conservare e catalogare.

Tutto questo è andato perduto come lacrime nella pioggia avrebbe detto ancora una volta “Roy Batty/Rutger Hauer”.

Il digitale ha portato la fotografia ovunque e dovunque. Ha volgarizzato la cosa in tutti quei sensi che porta con sé il termine relativo al diffondere a livello popolare qualcosa. Niente più attese, sorprese, attenzione ai dettagli: scatta e vai, guardala una volta nel display per assicurarsi che sia venuta, riguardala magari nel PC quando la scarichi e poi non la riguarderai forse se non un’altra volta se va bene. E quelle orribili bande nere ai lati delle pose in verticale? E che ne fa più di foto verticali? Che peccato.

E niente più album da sfogliare ma, lasciatemi dire, sterili raccolte che scorrono spesso tristemente sul display di un televisore che dev’essere enorme per catturare l’attenzione su dettagli inutili e perdere l’insieme. Quelle proiezioni poi che costringono all’attenzione quanto un tempo le odiose sale buie costringevano all’attenzione annoiati ospiti di altrettanto noiose proiezioni di diapositive! Un album invece e la sua capacità di poterlo sfogliare con attenzione vera o fingendola accontentando l’ospite di turno.

Certo il digitale è comodo, come negarlo? Io stesso ne sono un fruitore spesso compulsivo con centinaia di scatti per ogni vacanza tanto poi cancello e non cancelli mai nulla se non quelle in cui tua moglie grida d’esser venuta orribile e se non la cancelli saranno guai! E se così non fosse quanta fatica avrei fatto per inserire al volo questo paio di immagini in questo post?

Ed ora che la tecnologia che fino a qualche anno fa era considerata sofisticata per una compatta è a disposizione sugli smartphone non occorre più neanche andare a cercarsi un tipo di macchinetta particolare. Basta un telefono, è tutto lì.

 

B0ZWUACIEAAs6bA

Ma se penso alla moda dei selfie, e soprattutto a certi selfie, allora mi scatta una molla fetente e parecchio bastarda che mi porta a pensare che quella della diffusione di massa di certe tecnologie è controproducente, con degli effetti collaterali fastidiosi…più o meno come il suffragio universale insomma!

E così l’antico adagio che recitava come un’immagine valesse più di mille parole ha perso completamente significato in questo mondo iperfotografato con immagini ripetitive e noiose fino alla nausea; purtroppo gli autori molto spesso oltre a tempestarci di inutili immagini ci aggiungono anche le mille parole, inutili e per lo più sbagliate in questo mondo che oltre tutto è un mondo parolaio con commenti a vanvera sulle già stupide immagini.

Aneddoto. Ricordo la prima volta che un amico mi chiese di fargli una foto con una delle prime “superautomatiche”: non erano ancora compatte ma già i display ad LCD e le prime impostazioni “auto” apparivano. Lo incontrai qualche settimana dopo e mi raccontò che di tutte le foto scattate con quel rullino l’unica mossa era quella che gli avevo fatto io!