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domenica 14 maggio 2017

Ma quale energia pulita?


L’energia eolica non è né pulita né verde e fornisce energia complessiva pari a zero. Le posizioni ambientaliste estreme vanno fermate ed occorrono invece maggiori investimenti nel campo degli idrocarburi gassosi e nel nucleare, con particolare attenzione agli investimenti nella ricerca sulla fusione.

GettyImages-103570612(foto: Getty)

DSCN5577Nell’ultimo rapporto del Global Wind Energy Council vengono enfatizzati da un lato la proliferazione dell’energia eolica nel mercato della potenza globale, a ritmi forsennati addirittura, e dall’altro i più di 54 gigawatt di energia eolica, pulita e rinnovabile si dice, installati e ricavati lo scorso anno attraverso il mercato globale.

Immagini di turbine eoliche, onnipresenti in ogni reportage sull’ambiente, pubblicità su come ogni aeroporto inglese ricavi energia dal vento, sono molto impressionanti e danno l’idea che l’eolico stia dando un grande contributo al fabbisogno attuale di energia. E invece, dopo decenni di sviluppo –direi secoli se pensiamo all’invenzione dei mulini a vento- il suo contributo è tuttora banalmente piccolo al punto di essere del tutto irrilevante.

Facciamo un quiz, senza discutere. Approssimando all’intero, quale percentuale del consumo energetico mondiale è stata fornita dall’eolico nel 2014, ultimo anno per il quale esistono dati attendibili? Era il 20, il 10 od il 5 percento? Ebbene, nessuno dei valori precedenti: era lo 0 percento. Ovvero, al numero intero più vicino, non esiste tuttora energia eolica sulla Terra.

Anche mettendo insieme eolico e fotovoltaico questi stanno fornendo meno dell'1 percento del fabbisogno energetico globale. I dati 2016 “Key Renewables Trends” dell’Agenzia Internazionale per l’Energia si legge che l’eolico ha fornito lo 0,46 percento del consumo globale di energia nel 2014 e, combinando insieme solare e mareale un altro minuscolo 0,35 per cento. Voglio ribadire che stiamo parlando di  energia totale, non solo di energia elettrica che è meno di un quinto di tutta l'energia finale, con i combustibili solidi, gassosi e liquidi che rappresentano il nucleo per la fornitura di  energia per fornire calore, trasporto ed i fabbisogni industriali.

Anche se questi numeri non sono difficili da trovare non appaiono mai nei rapporti in tema di energia che arrivano dalle inattendibili lobbies del solare e dell’eolico. Barano nascondendosi dietro l’affermazione che circa il 14 percento dell’energia mondiale è rinnovabile, dando per scontato ed implicito che questa sia data da eolico e solare. In realtà di quel 14 percento la stragrande maggioranza, i tre quarti, sono dati da biomassa, principalmente legna, e la gran parte è infine “biomassa tradizionale”, ovvero i tronchi, gli arbusti e lo sterco bruciato dai poveri nelle loro case per cucinare. Queste persone hanno bisogno di energia pagando un prezzo elevato in termini di danni alla salute causati dalla inalazione del fumo.

Anche nei paesi ricchi che giocano con energia solare ed eolica sovvenzionata, una quota enorme della loro energia rinnovabile proviene da legno ed idroelettrico, le uniche fonti rinnovabili affidabili. Nel frattempo, la domanda mondiale di energia è cresciuta di circa il 2 percento l'anno per quasi 40 anni! Tra il 2013 ed il 2014, sempre utilizzando i dati dell'Agenzia Internazionale per l'Energia, il fabbisogno è cresciuto di circa 2.000 terawatt per ora (TWh).

Se questo fabbisogno avesse dovuto essere realizzato tutto con turbine eoliche quante se ne sarebbero dovute costruire ogni anno?  La risposta è quasi 350.000, dal momento che una turbina da due megawatt può produrre circa 0,005 TWh all'anno. Questo numero è pari ad 1,5 volte la quantità di turbine costruite in tutto il mondo dai primi anni 2000, ovvero dal momento in cui i governi hanno iniziato ad usare le tasse dei cittadini per finanziare questa industria nascente.

Ad una densità di, molto approssimativamente, 20 ettari per megawatt, valore tipico per i parchi eolici, il calcolo ci porta ad un fabbisogno di superficie pari all’estensione dell’intero arcipelago britannico(*). Ogni anno. Se estendiamo il calcolo ad un periodo di 50 anni avremmo dovuto ricoprire di parchi eolici ogni chilometro quadrato di una superficie delle dimensioni della Russia. E ricordo che tutto questo servirebbe semplicemente a soddisfare la nuova domanda di energia  e non sostituire l’enorme contributo esistente dai combustibili fossili, che attualmente forniscono l'80 percento del fabbisogno energetico mondiale.

E non serve neanche rifugiarsi nell’idea che in futuro le turbine eoliche potrebbero rivelarsi più efficienti. C’à un limite a quanta energia si può estrarre da un fluido in movimento e le turbine eoliche lo hanno già raggiunto (limite di Betz).

La loro efficacia è determinata dal vento che è disponibile e che varia di secondo in secondo, di giorno in giorno e di anno in anno. Come altre macchine le turbine eoliche sono già piuttosto buone; il problema è la risorsa vento e non possiamo cambiare la situazione. E’ un flusso fluttuante di energia a bassa densità. L'umanità ha smesso di usarlo per il trasporto e per fornire potenza meccanica molto tempo fa, e per buone ragioni.

Per quanto riguarda il consumo di risorse e l'impatto ambientale, gli effetti diretti delle turbine eoliche sono già abbastanza gravi senza trascurare l’uccisione di uccelli e pipistrelli e le profonde fondazioni in calcestruzzo. Ma ciò che non si vede ad esempio è l'inquinamento profondo generato in quei paesi dove si estraggono i metalli delle terre rare per i magneti delle turbine(1). Questo genera rifiuti tossici e radioattivi su scala epica, che è il motivo per cui parlare di energia pulita è un ossimoro da evitare assolutamente.

Ma c’è di peggio. Le turbine eoliche, a parte le pale in fibra di vetro, sono realizzate per lo più in acciaio, con fondazioni imponenti. Hanno bisogno di circa 200 volte più materiale di qualità per per ognuna di esse rispetto ad una moderna turbina a gas a ciclo combinato. L’acciaio è fatto col carbone addizionato al ferro, e carbone per  fornire il calore per la fusione dei minerali. Insomma tutta l’attrezzatura per produrre energia pulita deriva da combustibili fossili di cui soprattutto carbone. (NdA: in cambio di una quantità di energia prodotta praticamente pari a zero rispetto a quella necessaria per costruire la struttura)

Una turbina eolica due megawatt pesa circa 250 tonnellate e, complessivamente, ci vuole circa mezza tonnellata di carbone per fare una tonnellata di acciaio. Occorre aggiungere altre 25 tonnellate di carbone per la produzione del cemento e si sta parlando di 150 tonnellate di carbone per turbina. Ora, tornando all’esempio del solo fabbisogno annuale in aumento, se vogliamo costruire 350.000 turbine eoliche, solo per tenere il passo con la crescente domanda di energia, occorreranno 50 milioni di tonnellate di carbone all'anno. E questa quantità è pari alla metà di tutto il carbone estratto nella UE. (2)

Questi grandi numeri rappresentano è che l’aritmetica smentisce clamorosamente le posizioni delle cosiddette rinnovabili, che si ritrova essere invece inaffidabili. Pensare che l’energia eolica possa dare un contributo significativo al fabbisogno mondiale è ridicolo senza contare le enormi emissioni inquinanti date dall’approvvigionamento di altre risorse necessarie a costruire le pale eoliche.

Se si vuole soddisfare il fabbisogno energetico della civiltà riducendo le emissioni di gas serra ci si deve concentrare su come spostare la produzione di energia, calore e mezzi di trasporto verso il gas naturale le cui riserve sono molto più abbondanti di quanto si possa sognare con effetti collaterali che sono i più bassi dell’intera catena energetica a vantaggio della salute.

E cercare infine di usare un po’ di questa ricchezza crescente nel nucleare, fissione e fusione, in modo che possa prendere il posto del gas nella seconda metà di questo secolo. Questo è un futuro pulito indirizzabile ed ingegnerizzabile. Tutto il resto è ingerenza politica in tematiche che non le competono o più semplicemente propaganda politica, la più controproducente politica climatica e, peggio ancora, una politica che deruba vergognosamente i poveri per rendere i ricchi ancora più ricchi.


Liberamente tradotto ed estratto da Matt Ridley che discute di energia eolica.

Link all’originale qui:
https://www.spectator.co.uk/2017/05/wind-turbines-are-neither-clean-nor-green-and-they-provide-zero-global-energy/#

(*) NdA – L’autore nel suo originale commette un errore di calcolo molto grossolano. Che l’impatto ambientale in termini di fabbisogno spaziale sia molto grande è cosa nota, ma che sia inimmaginabile è ben altra. Le 350.000 turbine dichiarate (derivate dal calcolo 2.000/0.005 dei TW/h approssimati, non approssimando sono 400.000) ipotizzando circa 1 ha per turbina, o 2 acri più o meno, non possono occupare l’intero arcipelago britannico, che è grande poco meno di 300.000 kmq, ovvero 30.000.000 di ettari!

 

(1) Soprattutto in aree minerarie mongole e cinesi grandi come regioni e devastate da tenori di metalli pesanti tali da creare dei veri e propri disastri ambientali a lento ma inesauribile progresso.

(2) L’impatto ecologico (ecological footprint) di un campo eolico o solare, è ben lungi dall'essere verde: riduce solo un po’ la produzione complessiva di gas serra ma questa potrebbe essere tagliata già del 50% convertendo da carbone a metano e spostando altrove, dove non ci sono impedimenti ambientali e dove la popolazione non ha strumenti per intervenire sulla gestione del territorio, il peso ambientale della produzione. La chimera dell’eolico ha distolto ingenti energie alla ricerca vera, ovvero quella sulla fusione nucleare.

lunedì 26 ottobre 2015

26 ottobre 1860-Falso d’Autore

Teano

26 ottobre 1860. Un falso storico, magari d'autore ma sempre falso rimane.

L'incontro che non avvenne mai. Non sicuramente a Teano, non sicuramente in tal modo. Al massimo una rapida stretta di mano ed uno scambio di sguardi sospettosi.
E false le testimonianze rese dai cosiddetti testimoni oculari. Qualcuno crede ancora che avvenne dove ora c'è l'autogrill dell'autostrada perché c'è tanto di mosaico a ricordare l'incontro. I più accorti invece sanno che c'è un cartello di lamiera sbiadito verso Caianello che recita, a lettere piccole, "luogo dello storico incontro" ma a parte un cancelletto di ferro che delimita uno sterrato piccolo dove c'è una colonna in cemento su quattro gradini non c'è altro. Però la fiera del paese si chiama "tricolore" e c'è ovviamente piazza Garibaldi; "l'incontro" è il nome di un caseificio locale.

"Saluto il primo tre d'Italia"
"Ed io saluto il mio migliore amico"
Ma quando mai?

Si incontrarono a Vairano, pochi chilometri in linea d'aria, dove Garibaldi aveva dormito in una locanda. La mattina del 26 ottobre 1860 invece di partire aspettò il re.

"Majesté, je vous remets l'Italia" maestà vi portò l'Italia, glielo disse in francese perché lui era di Nizza.
E il re pare non andò oltre uno stringato "Grazie".

Soldati garibaldini e truppe piemontesi non fraternizzarono affatto separandosi in due file distinte con qualche villico che gridava "Viva Galibardo" ma guardava Vittorio Emanuele II convinto che il più popolare dovesse essere anche il meglio vestito.

Garibaldi invitò il re ad assaltare le ultime posizioni borboniche ma questi rifiutò dicendo che i patrioti, i garibaldini, avevano bisogno di riposo; in realtà si voleva prendere il merito di un paio di scaramucce a buon mercato.

Il re invitò Garibaldi a colazione ma questi declinò l'invito salvo fermarsi poi da solo con i suoi a mangiare pane.

Si organizzò una parata però riservata ai soli ufficiali e quelli garibaldini si rifiutarono di andare senza i loro uomini.

I Savoia bombardarono inutilmente Capua e fecero più vittime tra i civili che tra le truppe borboniche.

I volontari garibaldini vennero sciolti: potevano entrare nell'esercito nazionale od essere congedati con un mese di soldo. Stessa cosa per gli ufficiali ma con sei mesi di paga in caso di congedo ma solo dopo che una commissione apposita ne avesse valutato i meriti per mezzo dello "spurgo": un'ingiuria per quei valorosi.

Gli ufficiali Savoia ritenevano che gli ufficiali delle "camicie rosse" avessero fatto carriera troppo in fretta e senza la necessaria anzianità. Fatto sta che i graduati passarono da 7000 a 2000 e pochissimi conservarono i gradi.

Però contemporaneamente senza attenzione né esami o controlli entrarono nei ranghi dello Stato Maggiore dei Savoia la maggior parte degli ex combattenti borbonici, come riconoscimento per il loro contributo fondamentale alla causa dell'unità nazionale quando, invece di combattere
scappavano, spesso dopo essere stati corrotti.

Era iniziato il governo piemontese.

Benedetto Cairoli ebbe a dire che i sudditi di Ferdinando II avrebbero voluto partecipare attivamente e di buon grado alla nascita della nazione Italia e non già ritrovarsi vittime di un regno antiquato, burocraticizzato ed arretrato come quello Savoia: malcontento talmente diffuso da preferir loro gli austriaci!

mercoledì 10 giugno 2015

Giocate, giocate!

10-06-2015 16-50-43Tempo fa, pur a conoscenza dell’argomento, feci mio un passaggio del bel libro di divulgazione matematica “Chiamalo X! Ovvero cosa fanno i matematici?” di Emiliano Cristiani che, nel capitolo dedicato alle probabilità ed alla statistica, esordiva più o meno così: “La statistica andrebbe insegnata nelle scuole di ogni ordine e grado … perché la statistica non conosciuta può anche uccidere”. Si riferiva ovviamente al gioco d’azzardo ed all’accanimento che diventa anche patologico in moltissimi casi.

Un paio d’anni fa poi ci fu anche un bel servizio de “Le jene”, rivedibile qui, che spiegava ottimamente, con il sussidio di un matematico e di un fisico, come la statistica può dimostrare che tutti i giochi d’azzardo sono cosiddetti giochi iniqui, ovvero con regole ben scritte sì, ma scritte per far vincere (quasi) esclusivamente il banco. Compresi ovviamente i giochi avallati con bollino di stato ufficiale quali quello del Lotto e tutti i suoi derivati similari, i “gratta & vinci” di ogni tipo e così via.

Per motivi che non sto qui a raccontare conosco quelli che sono gli utili degli enti autorizzati a far giocare i nostri concittadini in maniera ufficiale, e sorrido amaramente pensando che una volta uno dei funzionari di uno di questi enti disse che “senza di noi prolifererebbe il gioco clandestino in mano alla criminalità…”. Sappiamo bene invece che questo prolifera comunque, con o senza di loro; vedi l’ultimo caso della cosiddetta calciopoli che ha coinvolto le serie minori in Italia da una parte ed addirittura la FIFA dall’altra!.

Un nostro ministro dell’Economia una volta inoltre disse: “Le entrate da gioco sono entrate come tutte le altre”. Contraddicendo invece sia il ministro che la mia precedente posizione, che auspicava il ravvedimento degli stolti giocatori, in realtà sposo invece oggi una posizione completamente diversa. Anziché quindi auspicare che il fenomeno diminuisca dovrà invece restare costante se non aumentare!

Al contrario dei fumatori, che da contribuenti extra anch’essi, è decisamente meglio per le tasche di ognuno che diminuiscano, viste le spese che ogni stato sostiene ogni anno per le malattie da tabagismo, che i giocatori ossessivo-compulsivi aumentino!  Mi sovviene ora che il giocatore fumatore, accoppiata frequente visto il nervosismo indotto da perdite frequenti, direi continue, è quindi doppiamente ignaro del prelievo fiscale a suo danno!

Le entrate da gioco (non è mia) sono altro che entrate qualsiasi! Sono le entrate più nobili perché “possiamo plaudire alla lotteria pubblica come un sussidio pubblico per l’intelligenza” (W. Quine, filosofo americano del ‘900): altro che cercare di spiegare al popolo, tenuto molto saggiamente nell’ignoranza che giocare al Lotto(*) è estremamente irrazionale, che si continui così e lo si lasci al suo destino!

Se vi collegate alla pagina web ufficiale del gioco del Lotto (www.giocodellotto.com) trovate, tanto per cominciare, in bella vista i numeri ritardatari. La cosa simpatica, se non fosse tragicamente illustrante l’ignoranza statistica –anche se secondo me è malafede- è che alcuni numeri sono talmente in ritardo che lo Stato si preoccupa affinché non vengano giocati con troppa ostinazione! Un po’ più sotto poi si scade nel patetico: istruzioni su come giocare ispirandosi alla Smorfia, ai sogni, al contenuto del frigorifero!

Utilissimo! Tutte cose che distolgono l’attenzione dalla verità, dal paradosso della lotteria:

- benché ci siano dei vincitori, la probabilità di essere tra questi è talmente bassa da essere praticamente nulla

E che distraggono anche da una fondamentale, ed elementare, legge della statistica:

- le probabilità di estrazione di un numero sono sempre identiche ad ogni giocata, indipendentemente dal fatto che esso sia già uscito o meno

Insomma che ci crediate o no anche se il 31 non esce a Bari da 127 settimane (dati odierni) la probabilità che esca è sempre la stessa ed è identica a qualsiasi altro numero e persino a qualsiasi numero fosse anche uscito 127 volte di seguito in altrettante estrazioni!

Lasciate perdere istruzioni e ritardi e correte a giocare! Giocate, giocate, giocate!!! Il Lotto e per dirla sempre con Quine “produce entrate pubbliche calcolate che contribuiscono ad alleggerire il fardello di esazioni, tasse e balzelli che grava su ognuno di noi, noi avveduti ed attenti cittadini che ci guardiamo bene dal giocare, ci asteniamo dal farlo a spese della massa incauta ed ottenebrata…”, di chi spera nella botta di culo.

In altre parole sia lodata questa deliziosa “tassa sull’imbecillità” (lo disse un famoso matematico). A patto che noi, minoranza esigua di razionali intelligenti, ne traiamo davvero qualche vantaggio. E, statisticamente parlando, i vantaggi sono garantiti anche dal fatto che chi non gioca trae beneficio dalla riduzione indiretta del carico fiscale dovuto alle entrate delle lotterie, mentre chi gioca no…quel minimo vantaggio…se lo gioca!

(*) ed oltre al Lotto, ripeto, ci metto tutti i vari giochi sponsorizzati e sostenuti dai nostri Monopoli di Stato e facenti capo al gruppo Lottomatica (oggi gruppo internazionale, IGT) e vari altri concessionari di gaming, anch’essi rispondenti ai Monopoli, quali Codere, B!Win, William Hill e tanti altri.

domenica 7 giugno 2015

Appendice razionale–sull’ateismo derivato.

 

topicAppena un paio di giorni fa, in questo post, evidenziavo quelle che sono le conseguenze più importanti, in termini sociologici e psicologici, che derivano dall’accettazione della spiegazione darwinista, ed ovviamente delle sue successive rielaborazioni moderne corroborate e sostenute da una mole di dati sperimentali e di evidenze empiriche.

Al tempo stesso anticipavo brevemente il mio punto di vista:

(…) tutto questo, nella mia visione della vita che comunque deve attribuirle un senso umano, il vivere stesso, la rende ancora più degna di rispetto e rafforza il concetto che va compiuta meritatamente ad un’etica kantiana: “il cielo stellato sopra di me, e la legge morale in me”.

O, in altre parole, che la visione del mondo filtrata attraverso il mio pensiero non è priva di un senso di rispetto profondo e di incolmabile stupore nei confronti della vita stessa, della realtà delle cose, terribilmente più complessa di ciò che appare, dall’infinitamente piccolo all’infinitamente grande passando attraverso questo flash cosmico che chiamiamo Terra.

Il fatto di non credere che alcun dio stia ad ascoltarmi e di vivere la mia vita pressoché certo(*) che non esista affatto non mi impedisce di guardare al mare o ad una montagna con un canto di gioia silenzioso che ringrazi il mondo per la sua bellezza. Non trovo nessuna contraddizione fra rifiutare l’irrazionalismo ed ascoltare la voce degli alberi, dialogare con loro, poggiare le mani sui loro tronchi e sentirne il fluire della loro forza verso il palmo delle mie mani. Gli alberi non hanno un’anima. Né più, né meno, ne sono certo, di quanto non abbia anima l’amico con cui mi confido, ma questo non mi impedisce di chiacchierare con lui così come non mi impedisce di ascoltare la voce di una montagna che mi racconta il suo divenire, né di gioire profondamente di entrambi questi scambi e, non ultimo, né di mettere tutto me stesso per cercare di lenire il dolore dell’amico che soffre così come nutrire un gatto randagio.

Non c’è bisogno di alcun dio per percepire la sacralità della vita e del mondo. Non abbiamo bisogno di garanti esterni per accorgerci che abbiamo valori e possiamo arrivare fino a morire per difenderli. Se scopriamo che il motivo della nostra generosità, del nostro amore per gli altri, lo si può trovare nelle pieghe dell’evoluzione (come fatto appunto nel post già citato) della nostra specie, non per questo ameremo meno i nostri figli od i nostri simili. Se la bellezza ed il mistero delle cose ci lasciano senza fiato, resteremo senza fiato, emozionati ed in silenzio.

tumblr_nlib2f3A461rxar5ho1_1280Bastano 100 microgrammi di LSD per permetterci di percepire il mondo, la sua realtà, in modo completamente diverso. Non più o meno vero: diverso. Il nostro sapere è di gran lunga troppo poco per non accettare di vivere immersi nel mistero proprio come Socrate quando affermava “so di non sapere”.

 

 

Proprio perché esiste il mistero ed è così grande, non possiamo fidarci di chi dichiara se stesso il depositario delle chiavi di tale mistero. E questo è proprio quando pretende la religione e soprattutto quanto pretendono in assoluto i monoteismi e con esse le tre grandi religioni monoteiste.

E non cado nel tranello di chi cerca di attribuire egoismo all’individualità razionale: è questa una tentazione irrazionalista, così di moda oggi insieme all’antiscientismo dilagante, che crea solo confusione. Questi pretenderebbero che essere razionali sia sinonimo di comportamenti sociali ingenerosi e, falsando la prospettiva, si cerca di attribuire ad un comportamento razionale egoismo. Perché mai un comportamento razionale dovrebbe essere più egoista di uno irrazionale?

La ricerca di soddisfazione di bisogni personali, ad iniziare dai meccanismi che sono alla base della trasmissione dei caratteri ereditari (ricordo ancora una volta Richard Dawkins e la sua splendida teoria de “Il gene egoista”)  sono iscritti nel nostro patrimonio genetico, ma lo sono egualmente la nostra generosità ed il nostro comportamento sociale. Assumere che le motivazioni primarie dell’uomo siano solo egoistiche ed antagoniste agli altri uomini non è razionale: è miope alla complessità dell’umano.

Dal lato opposto la spinta irrazionale non brilla certo in generosità: fu puro irrazionalismo, espressione di quello spirito «dell’interezza e della comunità» che oggi molti vorrebbero mettere a difesa della civiltà, quello che nutrì la risplendente ascesa dell’ideologia nazista nella Germania degli anni Trenta che non brillo certo per generosità; fu per un onesto desiderio di salvare le loro anime che furono bruciate come streghe migliaia di donne europee; fu per spirito di identità religiosa che cristiani e musulmani si sono, e si stanno tuttora, massacrati senza quartiere.

Preferisco l’incertezza ed accettare di andare verso l’incertezza ha permesso all’umanità di costruire il mondo nel quale stiamo vivendo. Insegna più sul mondo l’incertezza, più seria, più onesta, più bella, di quanto facciano messi tutti insieme gli irrazionalismi religiosi che pretendono, ognuno a suo modo, d’essere i depositari della verità assoluta.

Alla faccia del principio antropico(**)!

 

(*) in una scala da 1 a 7, dove 1 è il teista certo e 7 l’ateo certo sono per motivi logici a 6. Non ho prove scientifiche della non esistenza così come non ne ha chi sta ad 1, ma vivo come se ne avessi. Ovviamente il 4 rappresenta l’agnosticismo.

(**) altro argomento meraviglioso che mi piacerebbe riuscire a trattare anche sue queste pagine.

venerdì 5 giugno 2015

La vita: sopravvivenza senza scopo (darwinismo)


“Gli esseri umani si interrogano da sempre sul significato della vita: la vita non ha alcuno scopo diverso da quello di perpetuare la sopravvivenza del DNA. Non c’è alcun disegno o scopo nella vita, non c’è bene né male, nient’altro che cieca ed impietosa indifferenza” (Richard Dawkins)

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Nella figura una bellissima e dettagliata rappresentazione grafica dell’evoluzione (click per ingrandire)

Il titolo è forte, diretto, immediato: scuote violentemente alla base qualsiasi posizione antropocentrica e soprattutto elimina qualsiasi giustificazione teologica. Ma è così o per lo meno, come il grande biologo inglese, ne sono convinto.

Ed anticipo però quanto forse doveva essere conclusione. Ma tutto questo, nella mia visione della vita che comunque deve attribuirle un senso umano, il vivere stesso, la rende ancora più degna di rispetto e rafforza il concetto che va compiuta meritatamente ad un’etica kantiana: “il cielo stellato sopra di me, e la legge morale in me”. 

Rileggo a tratti in questi giorni pagine quasi prese a caso dai numerosi libri di Richard Dawkins o di Charles Darwin stesso tra cui lo splendido diario di viaggio con il Beagle.

I punti principali che emergono chiari dall’analisi di dettaglio compiuta da Dawkins sono pochi ma limpidi; analisi che già fu chiara allo stesso Darwin ma che, probabilmente su revisione delle ultime edizioni operata da sua figlia Henrietta, non passarono allora forti come ora.

L'evoluzione è semplice in modo ingannevole ma totalmente profonda nelle sue implicazioni, la prima delle quali è proprio quella che porta le creature viventi ad essere diverse le une dalle altre con variazioni che sorgono a caso, senza un piano o uno scopo.  L’evoluzione non può e non ha di fatto nessun piano, nessun progetto o fine perché il suo principio fondamentale è la selezione naturale del più adatto a sopravvivere in determinate condizioni ambientali e quindi del più adatto a perpetuare nella progenie il proprio patrimonio genetico: è un prodotto di errori casuali di copiatura di parti di codice e che i genetisti chiamano mutazioni. E voglio ricordare che con ambiente non va inteso soltanto molto semplicemente quello esterno che circonda un organismo vivente ma soprattutto, quello meno noto e citato, dato dalle interazioni ambientali tra qualunque vivente e le specie che tendono a parassitarlo, a contaminarlo, a trasformarlo in una risorsa.

Darwin era profondamente consapevole che l'ammissione di qualsiasi intenzionalità di sorta per la questione dell'origine delle specie avrebbe messo la sua teoria della selezione naturale su un pendio molto scivoloso nonostante le prove fossero sotto gli occhi di tutti che però erano accecati dal desiderio, molto umano, di trovare un disegno ed uno scopo alla vita, all’universo stesso.

Il genio di Darwin fu dato dal saper vedere oltre l’apparente illusione di un disegno e dalla comprensione del processo spietato operato dalla selezione naturale, dal comprendere la vita e la morte in natura e soprattutto che l’eliminazione della maggior parte degli organismi dall’albero della vita tranne quelli di maggior successo non deve far intendere, non deve dare l’idea che ci sia dietro tutto  ciò un intelletto maestro che abbia progettato il mondo. Perché un’attenta analisi della apparente perfezione rivela che tutto ciò è esclusivamente prodotto di comportamenti casuali, ripetitivi ed inconsci e non certo un disegno consapevole.

Il fatto che l'evoluzione insegni che la vita non ha scopo diretto se non quello di perpetuare la propria sopravvivenza sembra fortunatamente che non vada perduto tra i docenti: uno di loro, interrogato in proposito, una volta rispose che l’insegnamento dell’evoluzione e della selezione naturale aveva fortemente influenzato la propria coscienza perché un insegnante, per definizione, deve poter pensare che il proprio scopo sia quello di trasmettere conoscenza. Più difficile è il mondo dei bambini che offrono una naturale resistenza nell’accettare i concetti dell’evoluzione: questi in maniera del tutto naturale vedono il mondo in termini di disegno e di scopo esattamente come civiltà primitive cercavano nel volere degli dei la spiegazione e le cause degli eventi naturali nonché dello scopo stesso del vivere.

Il concetto fondamentale è stato ben espresso: siamo soltanto un po’ di spazzatura inquinante, se non esistessimo, l’universo sarebbe per lo più lo stesso. Siamo del tutto irrilevanti.

Purtroppo ancora oggi molti libri di testo continuano a trasmettere, spesso in maniera quasi subliminale, concetti distorti del darwinismo e delle sue implicazioni lasciando intendere che la visione evoluzionistica sia nichilista ed atea attribuendo a Darwin l’appartenenza a scuole di pensiero che credevano in un certo materialismo filosofico che attribuisce alla sola materia il concetto di sostanza di tute le cose e che tutti i processi mentali e spirituali sono suoi sottoprodotti.

Un altro grossolano errore, ripetuto in maniera voluta e provocatoria, è quello di attribuire al darwinismo un certo grado di inutilità visto il suo essere senza cuore con una natura maligna e diabolica che elimina con cura e senza pietà tutti gli inadatti e con infine, la mente umana ridotta ad una massa di neuroni in evoluzione e, peggio che mai, senza alcun piano divino a guidarci.

L’estensione poi del concetto di adatto a, volutamente ed erroneamente, forte, in ambito sociale ha scatenato fin dai tempi della pubblicazione dei testi di Darwin, questa idea di sopravvivenza del più forte che in ambito umano provoca reazioni etiche di varia natura. Darwin fu addirittura annoverato come una delle menti causa dell’evoluzione di movimenti culturali in cerca di identità razziale quali il nazismo.

Una visione ancora legata al concetto di progetto, di guida occulta, riconosce i meccanismi evolutivi e li accetta ma, considerando che in cima al già citato schema evolutivo c’è l’essere umano come prodotto più complesso ed evoluto di tutti, le attribuisce come scopo quello di esser giunti all’uomo. Insomma, anche se disposti ad accettarne i concetti per molte persone è stato più duro accettarne le conseguenze fino al punto di rifiutarle a meno di non doverle trovare comunque uno scopo.

Gli essere umani provengono invece dalla stessa fonte evolutiva ed al pari di qualsiasi altro organismo vivente: la selezione naturale di geni egoisti ci ha dato il nostro corpo ed l nostro cervello. La selezione naturale spiega  perfettamente da sola tutta la vita, la sua enorme diversità, la sua complessità ed il disegno apparente che sembra governare tutto ciò.

La vera difficoltà ad accettare la teoria di Darwin è sempre stata dovuta al fatto che che sembra diminuire la nostra importanza. L’evoluzione ci chiede di accettare il fatto che, come tutti gli altri organismi, anche noi siamo i prodotti di un processo casuale e che, per quanto la scienza sia in grado di dimostrare, non siamo creati per scopi speciali o come parte di un disegno universale. Conseguenza, o meglio direi premessa fondamentale, è che darwinismo e teismo sono antitetici. Con tutte le conseguenze sociologiche ed antropologiche immaginabili.

La visione darwiniana che gli organismi oggi presenti, di qualsiasi tipo, non sono stati creati spontaneamente, ma si sono formati in una successione di piccolissimi eventi selettivi in tempi lunghissimi in passato, ha contraddetto la visione religiosa comune del disegno intelligente di un progettista. Lo schema evolutivo invece non necessita né di progetto né tanto meno di progettista ed ancora una volta antitetiche sono ovviamente le visioni creazionista e darwinista.

Prima di Darwin la vista della natura era oscurata dalla giustificazione e dalla credenza del disegno naturale, una sorta di piano, di ordine costituito. Dopo Darwin tutto si è illuminato con l’applicazione di processi semplici nella loro essenzialità ma dalle conseguenze profonde e sotto gli occhi di tutti. E’ difficile abbandonare il punto di vista che impedisce di abbracciare la casualità degli eventi.

Rendersi conto che il piacevole volto esteriore della natura cela invece una lotta continua tra individui non solo di specie diverse ma all’interno della stessa può turbare ma va accettato nella sua pienezza. La chiave del successo riproduttivo scuote violentemente il senso teologico e tutti gli obiettivi su cui i teologi naturali hanno basato le loro idee di adattamento e perfezione è stato sostituito da tutt’altro.

103836Non siamo più in epoca vittoriana dove le reticenze e le ostilità contro il pensiero darwinista potevano essere in un certo qual modo giustificate. L’evoluzione è sotto gli occhi di tutti ed ormai numerosi esperimenti sia in laboratorio che in natura ha ampiamente dimostrato che è una realtà. Questa visione è quella che ha la maggioranza degli scienziati: uno studio su 149 biologi di fama internazionale ha rilevato che il 90 percento di questi ritiene che l'evoluzione non ha scopo ultimo né obiettivo tranne che la sopravvivenza necessaria alla trasmissione dei geni dei singoli individui. Persino il vecchio concetto di adattamento della specie è stato dimostrato essere soltanto una conseguenza incidentale dell’evoluzione del singolo individuo.

Noi, come qualsiasi altro essere vivente, siamo solo un incidente cosmico casuale nel tempo e nello spazio.

La resistenza è più sociologica ed antropologica che scientifica tanto che qualcuno ha detto che il darwinismo ha un potere distruttivo sociale enorme alla luce della scoperta che tutti coloro i quali che ritengono, correttamente, che l’evoluzione non ha scopo alcuno, sono atei.

E questo è il motivo principale per cui ancora oggi si fatica ad accettare più le conseguenze del darwinismo che i concetti in esso espressi.

giovedì 4 giugno 2015

Me ne frego!

11350484_774090346042879_6870130212229630650_nProprio oggi che sono finiti in carcere altri 44 nomi (no dico, qua-ran-ta-quat-tro) della nomenKlatura comunale di Roma, manette bipartizan a seguito della seconda parte dell’inchiesta “Mafia Capitale”, mi sono sorpreso a pensare che sono decisamente stanco di sentire da ogni dove i soliti triti e ritriti discorsi sui costi della politica come male da estirpare e causa di ogni disastro, sociale ed economico.
In ogni talk show e rimbalzato di bocca in bocca con alcune delle modalità che ben sono state evidenziate qui questi discorsi si rifanno sempre, scimmiottandosi l’un l’altro in un crescendo di idiozia, al proponimento di soluzioni radicali del tutto inapplicabili a problemi che invece andrebbero smontati in mille piccoli pezzi soltanto per capirne la struttura, figuriamoci le soluzioni!

14Rizzo e Stella scrissero il loro “La casta” ben otto anni fa e da allora nulla è cambiato se non l’aumentare delle fonti che riportano più volte al giorno casi di personaggi del mondo della politica che di volta in volta vengono additati perché guadagnano troppo, perché hanno incarichi multipli, perché prendono gettoni di presenza per riunioni a cui non partecipano (salvo contemporaneamente lamentarsi dell’assenteismo degli impiegati), per i loro vitalizi immeritati che daranno loro centinaia di migliaia di euro in pensioni a fronte di qualche decina di migliaia di euro di contributi…e via di questo passo. Ma quando vai a farti due conti seriamente ti rendi conto che anche tagliando del 50% i costi della politica, come va tanto di moda oggi dire e ripetere a vanvera, non cambierebbe proprio nulla.

Milena Gabanelli è quasi un ventennio che settimanalmente ci racconta le schifezze di questo paese, eppure l’ignavia e la stasi regnano ovunque ed anzi, peggiorano ed una parte del peggioramento è tangibile nell’aumento, certamente non preoccupante più di tanto, dei fenomeni tipici della destra estrema ottimamente rappresentata dall’attuale leader leghista Matteo Salvini, che sarà sempre il solito contaballe celodurista ma ha effetti carismatici su parte dell’elettorato indeciso.

Sul grillismo sorvolo: è stata una novità ma solo sulla carta, talmente ben lucidata che ha ingannato, ma solo la prima volta, anche un vecchio astioso come me.

La sinistra? …

E nonostante queste costanti a cui si cerca di addossare capri espiatori oggi sui costi della politica, domani sui migranti e sui Rom, dopodomani chissà dove, il risultato complessivo nonostante ben quattro cambi di governo in pochi anni, non cambia. Evidentemente sono errate sia l’analisi che l’approccio, per non parlare degli analisti.

E’ chiaro che io stesso, di fronte a tutto questo, mi sento defraudato e privato di qualcosa, che provo un continuo e fastidiosissimo senso di prurito anale perché qualcosa o qualcuno mi sta fottendo mio malgrado, ma è altrettanto chiara in me la sensazione che mi sono decisamente stufato di ascoltare e men che mai di capire. Da cittadino l’unica arma a disposizione per cercare di spostare un decimilionesimo di millimetro l’ago verso la direzione voluta, desiderata, è la partecipazione democratica, la proposizione collettiva, l’espressione del voto. Spostamento che non avviene perché da troppi anni le promesse elettorali sono disattese sistematicamente, in buona o mala fede.

Nella società dove tutti credono di sapere tutto non si muove più niente e le uniche reazioni, mi si perdoni il gioco di parole, sono quelle reazionarie che fanno notizia o quelle delle notizie manipolabili per crearla la notizia, in un vortice di non senso che non porta da nessuna parte. Non mi fido più neanche di me stesso e delle mie reazioni che spesso sento potrebbero prendere una china sgradita violentando quelli che ancora reputo siano principi da seguire e quindi ci metto un freno, o meglio, un frego.

E me ne frego pure di dare un senso a questo post… sì lo so, questo me ne frego ricorda qualcosa a me estraneo ma, dopo tutto, me ne frego!

PS) A proposito di prurito. Dal 1 luglio potrò andare sul sito INPS e simulare quanto (se) avrò di pensione ed a partire da quando…altro che Preparazione H allora!

domenica 15 febbraio 2015

Storni a stormi

Questo è il periodo. YouTube è piena di filmati di storni, io ne ho scelto uno tra tanti.

Non è infrequente osservare nei cieli delle nostre città e campagne, stormi di migliaia di storni che vengono a svernare da noi e che all’avvicinarsi del tramonto escono in massa a consumare l’ultimo pasto a base di insetti. E non è infrequente vedere gabbiani od altri predatori, qui a Roma anche falchi pellegrini, tentare l’assalto al singolo cercando di isolare e dividere il gruppo allo scopo di isolare un singolo uccello. Anche quei predatori esperti manovrano con attenzione, spesso anche loro a gruppi di tre o quattro che cercano di collaborare. Una cosa simile si osserva anche in molte specie di piccoli pesci che agiscono, come gli storni, come fossero un singolo individuo ben coordinato da un qualche capo stormo, un eccellente coreografo a capo di una squadra di ottimi esecutori.

Nulla di tutto questo. Non c’è nessun capo, nessun coreografo. Ogni individuo agisce per proprio conto, individualmente, obbedendo ad una serie di regole locali e coadiuvato da un sistema nervoso evolutosi in modo da riuscire a controllare i movimenti dei propri vicini, fino a circa sette di loro, e reagire di conseguenza. Come?

Per capirlo facciamoci aiutare da Richard Dawkins, da un brano preso da uno dei suoi libri più belli: “Il più grande spettacolo della Terra”.

A colpirci nel comportamento degli storni è che, nonostante tutte le apparenze, non vi sia nessun coreografo e, a quanto ne sappiamo, nessun capo. Ogni uccello agisce individualmente e si limita a seguire regole locali.

Gli storni sono composti da migliaia di individui, i quali però non si scontrano quasi mai. E’ un bene, perché, alla velocità a cui volano, rimarrebbero gravemente feriti nell’impatto. Spesso l’intero stormo si comporta come un singolo individuo, volteggiando e virando all’unisono. Sembra quasi che stormi distinti penetrino l’uno dentro l’altro volando in direzioni opposte e conservando intatta la coesione interna. Pare un’impresa quasi miracolosa, ma in realtà sono a distanze diverse dalla video camera e non penetrano gli uni negli altri. Lo spettacolo incanta anche per i netti contorni degli stormi, senza sfocature. La densità degli uccelli subito prima del contorno non è inferiore a quella rilevabile al centro, mentre è zero all’esterno. Non è meravigliosamente sorprendente?

Una simile sequenza sarebbe assai elegante come salvaschermo del computer. Ma non dovremmo cercare un filmato di storni, perché il salvaschermo ripeterebbe più volte le stesse identiche movenze di danza e quindi non userebbe allo stesso modo tutti i pixel. Dovremmo invece elaborare una simulazione al computer e, come sa qualsiasi programmatore, c’è il modo giusto e il modo sbagliato di farlo. Non cercate di coreografare l’intero balletto: sarebbe un pessimo stile di programmazione per quel tipo di compito. Devo illustrare la maniera migliore di procedere perché è quasi sicuramente così che gli uccelli sono programmati nel cervello. E, per venire al punto, è una splendida analogia con il funzionamento dell’embriologia.

Ecco come programmare il comportamento di aggregazione degli stormi. Concentratevi quasi esclusivamente sul comportamento del singolo uccello. Incorporate nel vostro robostorno regole dettagliate che gli insegnino a volare e a reagire agli altri storni in base alla loro distanza e posizione relativa. Incorporate regole sull’importanza da dare al comportamento dei vicini e all’iniziativa individuale nel mutamento di traiettoria. Queste regole modello devono ispirarsi a un attento studio dei veri uccelli in azione. Dotate il robostorno di una certa tendenza a variare a caso le proprie regole. Dopo che si è scritto un complicato programma in cui si specificano le regole comportamentali del singolo storno, si compie il passo finale, che è il fulcro del presente capitolo. Non si deve programmare il comportamento dell’intero stormo, come avrebbe fatto la generazione precedente di programmatori di computer, ma si deve clonare il robostorno appena programmato. Fatene un migliaio di copie, mantenendo le regole tutte uguali oppure variandole leggermente a caso da un individuo all’altro. Poi liberate migliaia di storni modello nel computer, in maniera che possano interagire tra loro obbedendo tutti alle stesse regole.

Se le regole comportamentali di ciascuno storno sono giuste, mille robostorni, ognuno rappresentato da un punto sullo schermo, si comporteranno come gli uccelli veri che si aggregano in stormi d’inverno. Se l’aggregazione non è del tutto corretta, tornate sul singolo uccello e correggetegli il comportamento, magari alla luce di un’ulteriore analisi del comportamento degli storni veri. Poi clonate la nuova versione un migliaio di volte e mettetela al posto di quella precedente sbagliata. Reiterate la programmazione del singolo storno clonato finché il comportamento di aggregazione dei mille uccelli virtuali non costituisca un salvaschermo abbastanza realistico.

Il concetto chiave è che non ci sono né coreografi né capi. Ordine, organizzazione, struttura emergono come effetti collaterali di regole a cui si obbedisce molte volte localmente, non globalmente. E’ così che funziona l’embriologia. Si procede in base a regole locali, a vari livelli ma in particolare al livello della singola cellula. Non c’è nessun coreografo, nessun direttore d’orchestra, nessuna pianificazione centrale, nessun architetto. Nel campo dello sviluppo o della manifattura, l’equivalente di questo tipo di programmazione è noto come autoassemblaggio.

lunedì 20 ottobre 2014

Quando un’immagine VALEVA più di mille parole

 

Yashica_FX-3

Per quasi 40 anni ho fatto foto, ma soprattutto diapositive, anche molto belle a detta di chi le osservava, e per tutto quel lungo periodo con una magnifica Yashica FX3 rigorosamente "manuale". Partendo da zero, con il solo manuale di istruzioni a corredo della giapponese, molto ben fatto, che ti spiegava concetti come la profondità di campo o la sottoesposizione…
Una Yashica proprio come questa in foto, con la pelle in rosso cambiata dopo che quella originale si era screpolata!
E col tempo ho arricchito, con non poca spesa, il 50 mm a corredo della macchinetta con una serie di obiettivi faticosamente comprati nel corso degli anni. Un 80-200, 28-135 ritenuto pressoché universale vista l’ampia gamma di usi, un Fish Eye e persino una lente per macrofotografie.

E poi come tanti sono anch'io passato al digitale, per praticità soprattutto e con una piccola compatta visto che non mi sembrava il caso di portarmi ancora a tracolla un paio di chili di attrezzatura! Per carità, nulla da dire. Semplicissima, scatta e vai e quella che scelsi come prima già nel 2008 addirittura in grado di essere utilizzata in modalità di programmazione, quasi manuale. Quella attualmente in mio possesso, sempre compatta, con tante di quelle funzioni da farla sembrare più un complesso videogioco che non una macchinetta fotografica. Ma alla fine la uso sempre in automatico.

Peccato però che la proliferazione del digitale ha introdotto, secondo me, parecchi elementi di disturbo ed ha rovinato quella parte romantica se volete ma indiscutibilmente di valore: quella "poesia" che aleggiava intorno al concetto di fotografia e soprattutto del fotografare.

L’attesa.

Un tempo una volta completato un rullino, magari in tempi non vacanzieri dopo mesi dall'acquisto, si portava dal fotografo e si attendeva come minimo qualche giorno per avere i risultati stampati: e nel frattempo ci si chiedeva come saranno venute? E quella foto scattata quella sera al tramonto? Avrò calibrato bene la luce? E quell’altra del bimbo in corsa, avrò azzeccato i tempi corretti? E poi col tempo imparavo a fidarmi del mio istinto, a regolare tempo ed apertura a naso, magari con un minimo aiuto che veniva dall’esposimetro incorporato nella Yashica con i suoi + e – rossi ed il pallino verde di vai tranquillo e preoccupati di quel che vedi. Per non parlava dei piccoli miracoli che l’ottico di fiducia faceva nel correggerti magari qualche foto sotto o sovraesposta.

Il dettaglio.

Quanto tempo a volte passava tra l’inquadratura e lo scatto? La ricerca del particolare in quell’angolino di mondo isolato che era l’oculare del TTL; ed il trucco insegnatomi da un mio zio di tenere aperto anche l’altro occhio a correlare il mondo rigorosamente analogico con le informazioni inviate alla retina che stava invece guardando un mondo filtrato da un complesso sistema di lenti. E quante volte ho premuto l’otturatore a vuoto senza sentire il click dopo tanta preparazione…solo perché avevo dimenticato di ricaricare! E le foto notturne? Le pose lunghe? Che meraviglia attendere l’istante per quel click in differita con l’autoscatto dopo una lunga apertura. E raramente, ma molto raramente, si ripeteva lo scatto. Troppo costoso a volte fare fotografie per permettersi di sprecare una posa.

La sorpresa.

E dopo aver magari atteso a lungo arrivare a casa e mettersi a sfogliare le foto fresche di stampa, da solo od insieme ai tuoi cari. A volte almeno un centinaio di ritorno da una vacanza. Assaporarne con gli occhi i toni, i colori, i dettagli. Fare delle piccole critiche e ricordarsi di far meglio la prossima volta. Che peccato quel panorama, non avevo notato quella foschia! Fare attenzione a mantenerne l’ordine cronologico, scegliere le migliori (tutte!) da inserire in album di raccolta da conservare e catalogare.

Tutto questo è andato perduto come lacrime nella pioggia avrebbe detto ancora una volta “Roy Batty/Rutger Hauer”.

Il digitale ha portato la fotografia ovunque e dovunque. Ha volgarizzato la cosa in tutti quei sensi che porta con sé il termine relativo al diffondere a livello popolare qualcosa. Niente più attese, sorprese, attenzione ai dettagli: scatta e vai, guardala una volta nel display per assicurarsi che sia venuta, riguardala magari nel PC quando la scarichi e poi non la riguarderai forse se non un’altra volta se va bene. E quelle orribili bande nere ai lati delle pose in verticale? E che ne fa più di foto verticali? Che peccato.

E niente più album da sfogliare ma, lasciatemi dire, sterili raccolte che scorrono spesso tristemente sul display di un televisore che dev’essere enorme per catturare l’attenzione su dettagli inutili e perdere l’insieme. Quelle proiezioni poi che costringono all’attenzione quanto un tempo le odiose sale buie costringevano all’attenzione annoiati ospiti di altrettanto noiose proiezioni di diapositive! Un album invece e la sua capacità di poterlo sfogliare con attenzione vera o fingendola accontentando l’ospite di turno.

Certo il digitale è comodo, come negarlo? Io stesso ne sono un fruitore spesso compulsivo con centinaia di scatti per ogni vacanza tanto poi cancello e non cancelli mai nulla se non quelle in cui tua moglie grida d’esser venuta orribile e se non la cancelli saranno guai! E se così non fosse quanta fatica avrei fatto per inserire al volo questo paio di immagini in questo post?

Ed ora che la tecnologia che fino a qualche anno fa era considerata sofisticata per una compatta è a disposizione sugli smartphone non occorre più neanche andare a cercarsi un tipo di macchinetta particolare. Basta un telefono, è tutto lì.

 

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Ma se penso alla moda dei selfie, e soprattutto a certi selfie, allora mi scatta una molla fetente e parecchio bastarda che mi porta a pensare che quella della diffusione di massa di certe tecnologie è controproducente, con degli effetti collaterali fastidiosi…più o meno come il suffragio universale insomma!

E così l’antico adagio che recitava come un’immagine valesse più di mille parole ha perso completamente significato in questo mondo iperfotografato con immagini ripetitive e noiose fino alla nausea; purtroppo gli autori molto spesso oltre a tempestarci di inutili immagini ci aggiungono anche le mille parole, inutili e per lo più sbagliate in questo mondo che oltre tutto è un mondo parolaio con commenti a vanvera sulle già stupide immagini.

Aneddoto. Ricordo la prima volta che un amico mi chiese di fargli una foto con una delle prime “superautomatiche”: non erano ancora compatte ma già i display ad LCD e le prime impostazioni “auto” apparivano. Lo incontrai qualche settimana dopo e mi raccontò che di tutte le foto scattate con quel rullino l’unica mossa era quella che gli avevo fatto io!

domenica 28 settembre 2014

Teorie del caos. Il fallimento di un amico e Giulio Tremonti

157208-thumb-full-corrado_guzzanti_tremonti_spot_cPremetto che non sono tra quelli che urlavano di abolire Equitalia, che sbraitano di blitz demolitori nelle sedi dell’Agenzia delle Entrate o che inneggiano alla persecuzione e tanto meno che sciorinano le statistiche dei suicidi di imprenditori piccoli e grandi. Ma questa storia mi tocca da vicino, ed ha toccato persone a me care su cui, per quel che valga, garantisco personalmente la loro integrità morale e la loro onestà.

 

 

Difficile essere brevi, ci proverò ma spiegare come l’Agenzia delle Entrate ed Equitalia riescano a mettere in ginocchio chiunque non è semplicissimo.

Ovvio che alla fine giustificare un certo tipo di reazione politica e l’aver abbracciato con fanatismo un certo tipo di movimento politico è più che comprensibile

Da questo momento è il mio amico che racconta e le opinioni espresse sono le sue, condivisibili dal sottoscritto o meno che siano.

Nel 2007 fu avviata un’attività commerciale al pubblico ed in grande stile; frutto di grandi e sostanziosi investimenti derivati dalla vendita di case e seguiti da un trasferimento di un’intera famiglia.

Appena all’inizio nel 2008 arriva la prima visita fiscale, quando non ancora obbligati né agli studi di settore né alla presentazione del primo bilancio. In quell’occasione si voleva, indebitamente, affibbiare una multa di diverse migliaia di euro perché il padre di uno dei titolari, nell’ufficio privato di questi, stava giocando al computer e perché un altro titolare stava innaffiando le piante…attività illecita in quel tipo di struttura. La multa fu sospesa. Era una prima minaccia forse?

Nel 2009 arriva la seconda visita fiscale e nel frattempo erano passati anche persone dell’Ispettorato del Lavoro e la Guardia di Finanza un paio di volte.

Questa volta arriva il verbale. 45.000 €. Motivo? Oltre a quisquilie varie veniva contestato il credito IVA perché, affermavano senza uno straccio di prova, che le attività di investimento effettuato per l’acquisto di attrezzature e macchinari vari provenisse da fondi neri e da attività in nero. La realtà è che quei fondi venivano dalle vendite immobiliari suddette e tutte con assegni la cui tracciabilità era registrata e facilmente riscontrabile. La verbalizzazione dei reati fiscali era, se non fosse stata drammatica la conseguenza, una farsa ma come noto, in Italia, l’onere della prova di innocenza è a carico dell’accusato. Bene, si fa ricorso no?

Qui arriva il bello. Per fare ricorso occorre anticipare comunque 1/3 della sanzione e pagare l’avvocato tributarista che va, sempre, a tariffa fissa: 1/10 della sanzione. L’udienza in commissione tributaria? Nel 2015 nei casi migliori.

Peccato che nel frattempo arrivano altre tre cartelle esattoriali per gli anni 2008, 2009 e 2010 per un totale di 95.000 €, tutte legate alla prima che nonostante bloccata ed in attesa della sentenza dei giudici, si gonfia a dismisura. Ricorso? Idem come sopra: 1/3 di anticipo ed 1/10 all’avvocato e aspettare un tempo indefinito. Ma anche qualora vincessi non pensiate che ci sia restituzione del maltolto nell’immediato, li tengono in conto per “futuri controlli” e se tutto va bene rivedi qualcosa nel 2025. E nel frattempo come pago gli operai? E devi pagare l’avvocato le cui spese non saranno mai rimborsate.

Esiste il patteggiamento si dirà. Il sistema sa benissimo che anche se vinci un ricorso perdi soldi. Allora, seduti a tavolino, ci si accorda sempre per una cifra inferiore alla sanzione e vicina a quanto si andrebbe a pagare anticipandolo in caso di ricorso (il famoso 1/3 + 1/10 di cui sopra). Ma tanto se patteggi e magari rateizzi dopo un paio d’anni tornano alla carica.

Il sistema ed il patteggiamento favoriscono l’evasione e gli sta bene così. Gli evasori evadono sistematicamente 100 ed ogni tanto si accordano per pagarne 20. L’Agenzia delle Entrate si ritiene soddisfatta ed Equitalia incassa percentuali sul recupero del credito.

La spada di Damocle che ci pende sulla testa dal 2008 e che nonostante questo ci ha fatto andare avanti sempre col sorriso alla fine è caduta. Risultato finale comunque è stata la chiusura dell’attività. Tutti disoccupati, imprenditori, impiegati, operai e collaboratori. Nessun suicidio.

Riprendo e concludo.

Siccome l’attività era una Srl anche il sistema se la prenderà in quel posto e non beccherà un soldo. Macchinare ed attrezzature non sono sequestrati e sono vendibili nella speranza che qualcuno voglia e possa rilevare l’attività.

Cosa c’entra Tremonti in tutto questo? Molte delle norme applicate per sanzionare questo mio amico e costringerlo a chiudere dopo quasi 10 anni di attività riconosciuta ed apprezzata in tutta la zona risalgono a provvedimenti legislativi emanati quando occupava la poltrona del MEF a via XX settembre a Roma. Quando era ministro dei governi che sbandieravano “basta tasse” ad ogni elezione salvo poi fottere in maniera bipartizan sia i propri elettori che gli altri, ignavi compresi. Non che gli altri governi abbiano tentato di fare diversamente sia chiaro.

Che lavoro fa Tremonti? Mica fa il ministro. Fa il tributarista (lo ha persino insegnato all’università!) ed è a capo di una rete di studi legali quali quelli a cui si è rivolto il mio amico. E come campano questi studi? Fatto 2+2? Basta creare un meccanismo che faccia girare soldi per una certa categoria e prima o poi, appartenendo alla medesima, quei soldi arrivano.

Nel frattempo gli evasori veri prosperano tanto al massimo, qualche condono arriva prima o poi: uno per tutti lo scudo fiscale del 2009 inventato da Berlusconi e compagnia bella. Un bel 5% di ammenda, anonimato ed impunibilità.

C’entra, c’entra.

martedì 9 settembre 2014

Incompetenza consapevole

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So di non sapere. Questa era la massima competenza si Socrate, quasi 2500 anni fa.

In un determinato ambito o campo di azione essere incompetenti significa semplicemente essere mancanti di quanto occorre, in termini di conoscenze ed abilità, a praticare un compito od un tipo di attività, lavorativa o meno; gli anglosassoni tagliano corto definendo unskilled la persona che si trovi in questo stato tant’è che da qualche anno nella ricerca di lavoro continuamente appare il termine skill (capacità, perizia, abilità) sia da parte di chi offre che di chi cerca lavoro.

Nell’era di Internet e soprattutto con l’avvento dei forum, dei gruppi di discussione, dei social network (di tutto un po’, da LinkedIn a Google+ passando ovviamente da Facebook) sappiamo, spesso a spese della nostra salute mentale, che chiunque può diffondere la propria opinione in qualsiasi campo della conoscenza umana e con essa diffonde molto spesso la propria incompetenza con l’aggravante e la recidiva, come direbbe un magistrato, che l’incompetenza diventa ancor più rischiosa quando è inconsapevole ovvero credersi competente fa più danni che essere incompetenti.

Ci sono poi altri aspetti altrettanto negativi che si associano alla presunzione di competenza e sono quelli che comunemente etichettiamo con termini quali ignoranza, negligenza, supponenza e via discorrendo, tutti atteggiamenti che incontriamo spesso nella quotidianità e su Internet.

Ed è quasi sempre l’ignoranza che genera l’incompetenza saccente; ignoranza non assolutamente limitata all’aspetto culturale perché così come esistono analfabeti estremamente competenti in un determinato campo molto più spesso un ignorante culturale è anche un ignorante sociale.

Essere ignoranti, più o meno profondamente, è uno stato e con ciò ne deriva che certamente non è una colpa: lo si è per mancanza di mezzi ed opportunità per studiare o semplicemente mancanza di capacità, si può essere ignoranti in un ambito semplicemente perché ci si occupa d’altro ma ricordo che l’ignoranza diventa davvero pericolosa se applicata in ambito sociale, di gruppo, pubblico. E da quest’ultimo punto di vista l’ignoranza dilagante su Internet sta facendo parecchi danni.

download (1)Se chiediamo ad un ignorante con la presunzione di sapere di spiegarsi o, peggio, di spiegarci, un determinato fatto può imbattersi in errori madornali che il più delle volte, con aggravio di presunzione, vengono passati per opinioni personali su cui, come noto, sembra non si possa mai dissentire ed anche se non si tratta di opinioni quali quelli relative alla sfumatura di un colore, viziata dall’illuminazione o dalle condizioni della propria retina, ma di veri e propri errori di fatto inconfutabili. Ciò che vede l'ignorante può essere assolutamente lontano dalla realtà perché questa è già condizionata dalla percezione personale indipendentemente dal livello di competenza così come la percezione di quanto siamo e sappiamo è altrettanto soggettiva. Quante volte parlando ad un pubblico incompetente non ci si rende conto di questa cosa e si tende a sminuire le proprie competenze sopravvalutando il prossimo? Non è né facile né scontato essere coscienti con pienezza dei propri limiti e delle proprie conoscenze.

Quando poi l’incompetenza arriva da parte di persone che si ritengono invece competenti ma che siano palesemente impreparate la cosa è ulteriormente aggravata: su Internet per esempio moltissime persone sono in condizioni tali da bersi la prima bufala che passa solo perché non solo lo hanno letto su Internet ma chi lo ha scritto era un professore, dottore, esperto e via discorrendo.

Ed il male dilagante del fenomeno ha il suo specchio dei tempi. In quella fiera di ignoranza ed incompetenza che è ormai la quasi totalità dei programmi televisivi invitano a titolo di esperti od opinionisti persone fino a poco prima note per essere, a modo loro, competenti in tutt’altro: showgirl che intervengono in argomenti di geopolitica ed economia globale, attori che dicono la loro su tematiche scientifiche, giornalisti di nera che vengono trattati come criminologi di fama internazionale, e sono solo pochi esempi.

Purtroppo lo scontro tra opinioni –ricordo che quasi sempre una tra queste è invece un errore clamoroso- è talmente forte che è praticamente impossibile far cambiare parere a chi si dice già convinto ed allora meglio tagliare corto: ognuno la pensi come vuole ma l'importante è che la realtà che è una sola che deve guidare le scelte senza perdere tempo dietro strade che porterebbero solo all’assunto che tutte le domande sono lecite ma non è detto che ogni domanda debba avere risposta. Inoltre molto spesso è estremamente difficile, spesso impossibile, spiegare le proprie ragioni o dimostrare la realtà perché il substrato culturale dell’ignorante ed incompetente è insufficiente: privo completamente delle basi necessarie si trincera dietro un muro di mutismo talmente alto che la discussione con un incompetente è del tutto inutile non portando a nessun risultato ed anzi, spesso fa chiudere a riccio l'interlocutore che diventa sempre più chiuso ed incapace di osservare anche la semplice realtà.

$_35Provare a far osservare a chi si reca a Lourdes per motivi di salute che un viaggio nella località francese ha un tasso di efficacia nel guarire i malati dello 0.0000335% o, se può rendere meglio, un'inefficacia del 99.9999665% è assolutamente inutile così come dirgli che il tasso di guarigione spontanea, anche inspiegabile, in medicina è più alto di quello di tutti i siti dei miracoli al mondo messi insieme.

 

Ma allora perché si continuano a diffondere voci allarmistiche, infondate, scientificamente smentite che per molti sono verità scottanti e proibite? E le cui smentite sono spesso bollate come legate agli interessi di caste e lobbies di varia natura.

Perché se un incompetente diffonde una voce allarmante, questa farà il giro del mondo e resterà impressa nelle menti anche se dopo viene smentita. E credetemi che basta molto poco a far sì che perduri nel tempo e nell’opinione comune la falsa notizia piuttosto che quella vera. Le leggende metropolitane nascono in questo modo e la prova della loro tenacia è che resistono decenni, se non secoli in qualche caso, nonostante reiterate smentite.

In Corea del Sud, se provate ad acquistare un ventilatore troverete l'avvertenza di non dimenticare mai l'apparecchio in funzione durante il sonno: in quel paese è infatti diffusa l'opinione che dormire con il ventilatore acceso possa uccidere, già. In Corea del Sud lasciare il ventilatore acceso durante il sonno è considerato un atto particolarmente pericoloso(*).

Nulla di più falso eppure la leggenda si sparse, così velocemente che ancora oggi i ventilatori in vendita in Corea del sud hanno un timer che blocca il meccanismo dopo un certo numero di minuti e soprattutto si sottolinea l'avviso di non dormire mai con il ventilatore acceso. Per una serie di coincidenze furono rinvenute diverse persone decedute in casa con il ventilatore acceso in un ristretto periodo di tempo e ciò fu sufficiente per spargere la notizia fino al punto da far emanare un comunicato ufficiale da parte di un ente che avrebbe invece dovuto tutelare i consumatori da fesserie del genere.

Qualcuno, invece di riflettere sul fatto che durante la stagione estiva sono in molti (soprattutto anziani!) ad utilizzare un ventilatore e che trovare un anziano morto con un ventilatore acceso poteva essere un normale reperto, notò quella "strana" presenza: trovare consecutivamente più di tre morti con il ventilatore in funzione poteva significare che il ventilatore uccide. Non pensò affatto che molte di quelle povere persone erano appunto anziane, molte altre alcoliste e diverse in cattive condizioni di salute.

Un po' come dire che trovare tanti fazzolettini di carta a casa di chi è raffreddato, significhi che i fazzolettini causano il raffreddore. Chi può smentirlo, in fondo.

L'incompetenza unita alla capacità di discernere realtà da fantasia, i fatti dalle ipotesi può modificare il corso di una vita.

Ed ecco come la competenza, l'analisi seria dei fatti, l'obiettività e la mancanza di pregiudizi possono condizionare in senso positivo le nostre opinioni e persino la vita.

La competenza è per tutti, chiunque può diventare competente ma non è possibile improvvisare, un principiante non sarà mai competente ma resta un dilettante. Bisogna quindi scartare le informazioni false, inutili, non leali. Se voglio appassionarmi a qualcosa posso anche usare Internet come punto di partenza ma in seguito e soprattutto devo studiare (tanto) sui testi, frequentare corsi, ascoltare docenti, interagire con persone che condividono la mia stessa passione e sete di conoscenza. Altrimenti si resterà sempre nel dominio dei ciarlatani e degli incompetenti.

Va da sé che tutto ciò l’ho scritto da perfetto incompetente.

(*) La storia nacque da un comunicato stampa del Korea Consumer Protection Board, un ente governativo che si occupa di informare periodicamente i consumatori sui provvedimenti legali e commerciali legati ai prodotti di largo consumo: dai dati raccolti dall'agenzia era "evidente" che dormire con un ventilatore in funzione provocasse la morte per ipotermia e per aumento di anidride carbonica dovuta all'aumentata circolazione di ossigeno nell'ambiente nel quale era in funzione l'apparecchio. In realtà nessuno dei due meccanismi è plausibile e soprattutto non può essere collegato in maniera convincente al funzionamento di un ventilatore, non vi è oltretutto alcuna base scientifica che spieghi la "morte da ventilatore".

domenica 27 aprile 2014

Infinitesimi

In termini cosmici la mia esistenza non ha senso: o meglio l'unico senso della mia esistenza è il fatto stesso che io esisto. Lo scopo della mia vita? "Lo scopo è vivere". Una tautologia che vale sempre la pena di tenere a mente.

Quindi, dal punto di vista del cosmo, la mia esistenza non ha un senso né uno scopo né alcuna necessità (non c'è da vergognarsene - varrebbe lo stesso anche per Dio, se Dio esistesse). Io sono qualcosa di accidentale, di contingente. Avrei potuto benissimo non esistere.

"Benissimo" quanto? Facciamo un piccolo calcolo. Appartengo alla razza umana e perciò possiedo un’entità genetica precisa. Il genoma umano consiste di circa trentamila geni attivi. Ognuno di essi ha almeno due varianti, o “alleli”. Quindi, il numero di identità geneticamente distinte che il genoma può codificare è pari ad almeno 2 elevalo alla trentamilesima – a spanne, 1 seguito da diecimila zero. E’ il numero degli individui potenziali permesso dalla struttura del DNA.

E quanti individui potenziali sono esistiti davvero? Secondo le stime, da quando esiste la nostra specie, sono nati circa 40 miliardi di esseri umani. Arrotondiamo a 100, per prudenza. Questo significa che la frazione di esseri umani geneticamente possibili venuti al mondo è meno di 0,00000…000001 (inserire circa 9.979 zeri al posto del puntini). La stragrande maggioranza degli umani geneticamente possibili è fatta di spettri non ancora nati(1). Ecco a quale fantastica lotteria ho dovuto vincere – e voi con me – perché la mia candelina si accendesse. Se non è il massimo della contingenza, poco ci manca.

(…)

Non riesco a non sentirmi meravigliato di esistere – e che l’universo sia riuscito a produrre i pensieri che ribollono adesso nel flusso della mia coscienza.

Tuttavia lo sconcerto che provo pensando alla mia improbabile esistenza ha un curioso contrappunto: la difficoltà di immaginare la mia pura non-esistenza. Perché è così difficile immaginare un mondo senza me, un mondo in cui non ho mai fatto la mia comparsa? In donfo so di essere un dettaglio tutt’altro che necessario della realtà.

(…)

Lo so: la sensazione che la “qualcosità” del reale dipenda dalla mia esistenza è un’illusione egocentrica. Ma non perde il suo notevole fascino neanche se la considero tale. Come posso restarne immune? Forse tenendo bene a mente che il mondo se l’è cavata benissimo senza di me per secoli e secoli, prima del mio improbabile e improvviso risveglio dalla notte dell’incoscienza, e che continuerà a cavarsela senza intoppi anche dopo il mio prossimo ed inevitabile momento in cui a quella notte farò ritorno.

(…)

Se la mia nascita è accidentale, la mia morte è una necessità.

Estratto da Jim Holt “Perché il mondo esiste?”



(1) NdR: e che non avranno mai modo di nascere.

domenica 23 marzo 2014

A forza di calci…

Oggi un essere umano vive in due mondi. Il proprio e quello globale. Un essere umano immigrato vive in tre mondi perché ai primi due occorre aggiungere quello del paese d’origine. E sia gli uni che gli altri vivono spesso in nazioni talmente varie che non è difficile trovare qualcosa come 90 lingue diverse nelle scuole elementari di Londra ed almeno una trentina se non di più in quelle di Roma o di Milano.

La multiculturalità va riconosciuta al pari dell’accettazione dell’immigrazione, volenti o nolenti, poiché maggiore è il divario tra le terre in cui si gode di pace e ricchezza inimmaginabili e quelle povere, tanto più vasti sono i flussi di esseri umani che passano dalle une alle altre e la globalizzazione rende noto dappertutto che esistono paesi le cui strade, si diceva un tempo, sono lastricate d’oro.

Ma questo nuovo pianeta così complesso, globalizzato e multidimensionale, che si muove e si combina di continuo, reca con sé la speranza di una fraternizzazione umana, da cui la nostra epoca xenofoba pare così lontana?

Come sapete sull’argomento sono abbastanza fiducioso e pur non amando il calcio particolarmente ho trovato molto interessanti e più che condivisibili le considerazioni di Eric Hobsbawm in “La fine della cultura” che raccoglie una serie di interventi in proposito.

Lo storico inglese afferma di non avere la risposta alla domanda ma pur non potendo ovviamente prevederlo trova proprio nella storia un valido aiuto, se non a predire il futuro, a riconoscere ciò che è storicamente nuovo nel presente – e dunque a gettare luce sull’avvenire.

Esiste dunque speranza di fraternizzazione? Hobsbawn crede che la risposta si possa trovare nel mondo del calcio e vi riporto le sue parole integralmente (1).

“Il più globale tra gli sport è al tempo stesso il più nazionale. Per la maggioranza degli esseri umani, oggi si tratta di undici giovanotti su un campo di football che incarnano «la nazione», lo Stato, il «nostro popolo», molto più di quanto non avvenga per i politici, le costituzioni e lo spiegamento di forze militari. Chiaramente, le nazionali sono composte da cittadini dei rispettivi Paesi. Ma tutti sappiamo che questi sportivi miliardari appaiono in un contesto nazionale soltanto per alcuni giorni all’anno. Nella loro principale occupazione, sono mercenari transnazionali, pagati profumatamente, che giocano quasi tutti all’estero. Le squadre di club acclamate da un pubblico nazionale sono un miscuglio eterogeneo di moltissime razze e nazioni, in altre parole di campioni provenienti da tutto il mondo. I club di maggior prestigio a volte schierano a malapena più di due o tre giocatori «indigeni». E questo è logico, anche per i tifosi razzisti, che a loro volta vogliono una squadra vincente, sebbene non sia di razza (2)”

“Beata la terra che, come la Francia” prosegue Hobsbawn “si è aperta all’immigrazione e non contesta l’etnicità dei suoi concittadini. Beata la terra che è fiera di poter scegliere per la sua nazionale tra africani ed afrocaraibici, berberi, celti e figli di immigrati iberici e di europei dell’Est. Beata, non solo perché questo le ha permesso di vincere il Campionato del mondo, ma perché oggi i francesi –non gli intellettuali ed i principali oppositori del razzismo, ma le masse, che dopotutto hanno inventato e ancora incarnano la parola «sciovinismo»- hanno dichiarato che il loro miglior calciatore, figlio di musulmani immigrati dall’Algeria, Zinedine Zidane, è il «più grande francese». Questo non è certo distante dal vecchio ideale della fratellanza tra le nazioni, ma è invece ben lontano dal punto di vista dei delinquenti neonazisti in Germania e da quello del governatore della Carinzia. E se le persone non vanno giudicate per il colore della pelle, la lingua, la religione e cose del genere, bensì per il loro talento ed i risultati che ottengono, allora c’è motivo di sperare, E c’è motivo di sperare, poiché il corso della storia va nella direzione di Zidane e non in quella di Jörg Haider(3)”

 

(1) i riferimenti alla Francia dipendono dal fatto che questo intervento è del 2000.
(2) in Italia siamo riusciti a farci riconoscere anche su questo con cori razzisti indirizzati persino a membri della squadra che si va a tifare
(3) lo xenofobo nazionalista governatore della Carinzia prima citato.

sabato 8 marzo 2014

Meritocrazia un cazzo!

tesidilaureaLa meritocrazia. Questa sconosciuta.

In Italia vige ancora una legge del 1933 (!) che impedisce a chiunque stia frequentando corsi post laurea (dottorati, master, scuole di specializzazione) di accedere ad altri corsi di formazione che consentano di conseguire titoli quali abilitazioni all’insegnamento o specializzazioni in ambito scolastico. Una deroga del 2009 ammette la concomitanza solo per corsi post laurea da meno di 1500 ore e per meno di 60 crediti...in pratica nessuno!

Questa deroga poi è abbastanza ridicola ed il pensiero va subito al sospetto che si volle certo favorire qualcuno od il di lui figliolo!

Posso rendermi conto che l’impegno che la concomitanza di tali impegni di studio e frequenza possa creare non pochi problemi a chi vi accede; ma visto che non esiste nessuna legge per cui è vietato iscriversi a due corsi di laurea contemporaneamente non si capisce proprio perché questa legge sia tuttora in vigore! I concetti sono analoghi.

Sarà un problema del singolo sentirsi in grado di sostenere entrambi gli impegni o no? Oppure un problema delle università decidere che un dottorando che frequenta o produce poco a causa di altri impegni non sia degno od in grado di proseguire?

Faccio presente che i corsi da frequentare a titolo esclusivo ed incompatibili con altro non è che siccome sono erogati gratuitamente dallo Stato allora dovremmo concedere qualcosa in cambio...Macchè! Sono a pagamento (da 2500 ad oltre 4000 €) e vi si accede con una dura selezione basata su tre prove specialistiche! Lo stesso dicasi per i master o per i dottorati che, salvo pochi raccom…ops, fortunati e laddove sia prevista una borsa di studio, sono altrettanto cari e dispendiosi!

Ed i corsi di specializzazione d’indirizzo scolastico sono spesso sostenuti con ulteriori aggravi e fatiche da parte di gente che sta già lavorando come supplente o come professore di ruolo che aspira a fare qualcosa di diverso, di più gratificante.

Quindi visto che, ed addirittura di recente molti quotidiani gongolavano nel raccontare che non vale la pena studiare, una laurea non basta, un dottorato non basta, anni di sacrifici da parte degli studenti e delle loro famiglie non servono ad una beneamata, almeno che si consenta ad ogni studente di ammazzarsi di studio e di specializzazioni come meglio crede visto che lo paga, in ogni senso, di tasca propria e su base volontaria!

E soprattutto visto che un lavoro stanno provando a comprarselo!!! E cioè dato che non si trova gratuitamente e come cosa dovuta da parte di qualsiasi Stato che sia0 degno di questo nome!

Se non diamo loro neanche la possibilità di distinguersi per meriti di studio e per gli impegni e le fatiche concrete è inutile stare a blaterare di…meritocrazia!

Una nota di merito fuori tema all’ex ministro Profumo, quello del governo Monti, l’unico che nonostante la brevità del suo incarico sembrava avesse finalmente capito qualcosa sul da farsi. Lo stesso che ha indotto un corso per conseguire l’abilitazione (il famigerato TFA su cui ho scritto diverse volte) e conseguente concorso.

Profumo aveva proposto con ddl l’abolizione della legge del 1933 ma poi è arrivata la Carrozza ed ha sputtanato tutto. Niente più concorsi (alla faccia dei 12.000 abilitati) e niente più ddl. Sappiamo quanto è durata, per fortuna.

L’attuale ministro? La Giannini? Non lo so, è arrivata ora e non voglio sparare a zero, anche se sparerei sulla croce rossa. Ma sono abbastanza sicuro che sarà un’altra inutile persona Dopo tutto la previsione è facile: la statistica aiuta. Il 95% dei ministri dell’Istruzione del passato hanno solo fatto casino e danni, in cima all’elenco la Gelmini e la Moratti. E non state a fare i sofisti pensando che anche gli altri ministri di altri dicasteri hanno fatto lo stesso!

Personalmente poi questa roba del dottorato (appartengo ad altra generazione) la ritengo un’altra minchiata importata di sana pianta dagli Stati Uniti (dove i corsi universitari hanno tutt’altro tenore e durata!). A quanto pare oggi aver conseguito la laurea non basta, se non hai un dottorato non sei nessuno. Che clamorosa imbecillità fatta per continuare a spillare soldi alle malcapitate famiglie degli studenti e continuare ad alimentare un flusso di denaro utile a sostentare una maggioranza di imboscati e raccomandati (e questo è lo stesso motivo per cui qualche furbetto un paio di decenni fa si inventò che i corsi di laurea fino ad allora quadriennali dovettero diventare quinquennali, o le lauree 3+2 e 4+1…)

A questo link una delle tante fonti che parlano anche di recente di questa legge regia se non fascista.

PS) E diciamola tutta che si tratta del solito interesse privato in atto pubblico. Me la prendo così tanto perché una persona vittima di questo ennesimo non senso tutto nostrano è proprio mia figlia, che dopo esser stata presa in giro col TFA dovrà rinunciare al dottorato per specializzarsi sul sostegno! E come lei a migliaia!

domenica 15 dicembre 2013

Allons enfants de la Patrie

La lettura di un lungo ed articolato post su Mentecritica, insieme a quanto recentemente ed ottimamente riportato qui mi hanno portato a fare delle considerazioni che si allacciano a quanto molte altre volte ho avuto modo di accennare su queste pagine. Devo dire che ho fatto abbastanza fatica a leggere lunghi ed articolati racconti dei cosiddetti “rivoluzionari”, fatica dovuta al fatto che spesso i contenuti diventano piuttosto banali e densi di inutile qualunquismo. Forse qualcuno è condivisibile ma in linea puramente teorica e…chiacchierona.

Non ci sarà nessuna rivoluzione. Né pacifica né violenta. Le rivoluzioni necessitano di tempo, spesso decenni, per maturare e gli eventi che le generano nascono sempre da menti illuminate che concorrono a diffondere l'idea di cambiamento. Cambiamento: la parola chiave. Ovvio che il rivoluzionario vero, popolano e ignorante per lo più, non ha la più pallida idea di quelle idee ma di una cosa è sicuro assaltando il palazzo d'Inverno o la Bastiglia: vuole che le cose cambino!

Quello che vedo intorno a me è che, improvvisamente -dov'erano 2 od anche 5 anni fa quando le condizioni erano le medesime?- appare dal nulla un gruppuscolo (esagero? 200.000 persone?) che sbraita e strilla chiedendo indietro quello che ha perso, ovvero la possibilità di consumare. Altro che rivoluzione anticapitalista, altro che rivoluzione contro l'euro assassino come lo definisce Salvini.

Questa che vedo qui intorno è solo la classica "rivoltina" di popolo incazzato a cui è stato tolto il pane o che si trova il prezzo della farina aumentato oltremodo: si scagliano una tantum contro il malcapitato fornaio di turno, ottengono promesse e sconti, ristabiliscono il com'era e tornano tutti a casa felici e contenti soprattutto se nel casino sono riusciti a mettersi in tasca qualche pagnotta a gratis.

Dopo tutto una delle stesse manifestanti ascoltata in TV giorni fa ha detto: ”sono tutti bravi a fare la rivoluzione da Facebook ma quando si tratta di venire a prendere freddo come me se ne restano a casa…”

Mi viene in mente una scena del film “Il marchese del grillo” –peccato non averla trovata su YouTube- che racconta i giorni della Repubblica Romana. La scena in cui Alberto Sordi che impersona un nobile della cerchia clericale e papalina è in carrozza con un giovane ufficiale francese membro dell’esercito inviato da Napoleone III a salvare il Papa. Nella corsa in carrozza cantano a squarcia gola "La Marsigliese” e Sordi afferma, amaro e sarcastico, “Senti che potenza, che forza ‘sta musica! Co’ questa sì che ce fai le rivoluzzioni! Noi c’avemo ‘viva er papa’…ma ‘ndo c’annamo co’ st’inno? Ar Divino Amore ar massimo c’annamo…”. O era “In nome del popolo sovrano”?

Ma quale rivoluzione! Ma tutto sommato è un bene perché le rivoluzioni, da sempre, vengono strumentalizzate, proseguono con epurazioni e sfoltimenti il più delle volte estremamente cruenti e non guardano in faccia nessuno. Altrimenti che rivoluzioni sarebbero?

 

Colonna sonora di “In nome del popolo sovrano”.

Non vorrei concludere con amarezza ma non posso fare a meno di pensare a quando Ennio Flaiano, negli anni '70, affermava che gli italiani sono irrimediabilmente fatti per la dittatura.