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venerdì 7 ottobre 2022

Diversamente - Note a margine della “Prima giornata internazionale della geodiversità”

 

Geodiversità

clip_image002Si è appena conclusa la “Prima giornata internazionale della geodiversità” che, con un programma ricco di interventi variegati, ha illustrato alcuni degli aspetti, spesso inosservati dai più, di quella parte della natura che spesso non appare immediata nella sua bellezza perché non vivente: formazioni rocciose, minerali, fossili, aspetti geomorfologici del paesaggio e della sua evoluzione e, non ultimi anche i fenomeni che hanno modellato nel tempo il pianeta, per lo più lentissimi ma inarrestabili e a volte immediatamente violenti e devastanti. Scopo principale di questa giornata è stato soprattutto sensibilizzare la società sull’importanza che la salute del pianeta ha per il benessere e la prosperità di tutti gli esseri viventi.

Ogni volta che ci fermiamo ad ammirare uno dei tanti meravigliosi paesaggi, la loro unicità è strettamente legata alla varietà di tipi di rocce, minerali e fossili, alle forme ed ai fenomeni che l’hanno modellato: in una parola appunto, la geodiversità. Inoltre alcuni luoghi hanno in particolare la peculiarità di saper raccontare, con la propria geodiversità, la storia dell’evoluzione geologica della Terra e da tempo, come patrimonio mondiale a tutela UNESCO costituiscono luoghi di particolare importanza geologica: i cosiddetti geositi o, geomorfositi.

clip_image004E’ una distinzione importante quella tra biodiversità, termine questo citato molto spesso, e la geodiversità. Amo tuttavia ricordare che quando si parla di ambiente si deve sempre considerare che la totalità di esso concorre a formare quella sorta di luogo dello spazio e del tempo formato dall’insieme di biosfera, idrosfera, litosfera e atmosfera, e che soprattutto non si tratta di un altro da sé: ne siamo parte.

Saper evidenziare la geodiversità, scusate la tautologia, richiede innanzi tutto conoscenze geologiche anche se, molto spesso gli aspetti estetici e paesaggistici sono sotto gli occhi di tutti e la bellezza di certi luoghi incanta chiunque: luoghi solo in apparenza formatisi dal caso ma frutto di eventi contingenti realizzatisi nel corso di un tempo così lontano dalla nostra percezione del suo scorrere, che rende pressoché impossibile a chiunque capirne davvero le implicazioni[1].
Prima di passare al motivo principale per cui ho voluto redigere questa nota di commento all’evento odierno vorrei ricordare un altro aspetto particolare degli sforzi tesi a proteggere la Natura, e con essi anche la geodiversità: questi sono sempre di segno conservatore, ovvero tesi a conservare anche a costo di negare quei principi che sono alla base dell’evoluzione stessa del paesaggio. Gli ambientalisti, in buona o malafede che sia, non si rendono conto che quel che vogliono non è preservare la natura, ma una sua forma abituale, ovvero una particolare condizione ecologica che, spesso qui ed ora, è naturale né più né meno di ogni altra.[2] Quando si cita la protezione della natura, ciò che interessa davvero non è la natura, ma il benessere dell’uomo, la sua possibilità di permanenza. E’ comprensibile ma…innaturale! Richiamando alla mente il famoso paragone del tempo profondo che è dato dai circa 4600 milioni di anni di età della Terra con una giornata di 24 ore il genere Homo nasce alle 23:59:12 e Homo Sapiens salta fuori a 4 secondi dalla mezzanotte (23:59:56); solo a 23 centesimi di secondo dall’epilogo questa specie ingegnosa inventa l’agricoltura. La Rivoluzione Industriale? A meno di 4 millesimi di secondo dalla mezzanotte! In sintesi: per praticamente tutta la sua storia la Terra ha fatto a meno di noi, passando dagli stati più estremi, da un inferno rovente (l’Adeano) all’essere una gigantesca palla di ghiaccio o, per antitesi, siamo qui da un battito di ciglia e stiamo facendo di tutto per autoestinguerci.[3]

I geologi, questi (ancora?) sconosciuti

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Premessa doverosa. La categoria presa ad esempio è solo una delle tante di ciò che chiamerei professionisti della scienza; e ciò è dovuto, ovviamente, all’oggetto specifico di questo evento ed alla mia formazione scientifica originale. Ma ritengo comunque opportuno ricordare che le altre categorie non stanno messe meglio, con rare eccezioni.
L’aspetto forse più particolare di questa giornata, introdotta dalla precisione e dalla cura espositiva di alcuni interventi dal taglio rigorosamente divulgativo e conclusasi con la premiazione del concorso di fotografia riservato agli studenti delle scuole medie superiori, presenti all’evento con una loro rappresentanza, è tuttavia stato quello dell’aver imbastito, non sta a me dire se con successo o meno, né se adeguatamente o meno, una sorta di gigantesco spot pubblicitario teso a ribadire l’importanza dell’insegnamento delle Scienze Naturali e, ça va sans dire, della Geologia, invitando nemmeno tanto simbolicamente, i futuri universitari ad iscriversi al relativo corso di laurea. E ci mancherebbe altro: se non altro considerando che l’Istituto di Geologia e Mineralogia dell’Università “la Sapienza” di Roma ha organizzato e messo a disposizione l’aula per la conferenza.

I numeri presentati nel corso dell’evento, e da fonte attendibile quale quella dell’Ordine dei Geologi del Lazio, sono drammaticamente desolanti.

Alla fine del 1982 mi laureavo in Scienze Geologiche, ed allora, forse con un certo snobismo, c’erano circa 1000 iscritti, compresi i fuori corso: per chi, come me, frequentava assiduamente l’istituto, significava conoscersi tutti, come minimo di vista, e le porte dei professori erano sempre aperte[4]. Nell’anno accademico 2021/22 al corso di laurea triennale in Scienze Geologiche si contano 202 iscritti; le due specializzazioni magistrali, Geologia Applicata all’Ingegneria, al Territorio e ai Rischi e Geologia di Esplorazione, contano un totale di 89 e 66 iscritti rispettivamente.[5] Sappiamo già che, per lo meno dei primi 200 della Triennale, solo una parte arriverà alla Laurea e ancora meno forse a superare l’Esame di Stato, non più obbligatorio per chi ha iniziato nel 2021, con l’introduzione delle cosiddette Lauree Abilitanti.

Tutto ciò anche se nel frattempo sono aumentati gli atenei[6] che hanno visto sorgere università statali ovunque, spesso destinate a sopravvivere grazie a continue sovvenzioni (…), e nonostante la polverizzazione di corsi di studio che erano quadriennali in questo a volte incomprensibile miscuglio di triennale e magistrale con la prima spesso appellata con il poco edificante titolo di minilaurea. Il Geologo Junior (con questo suffisso è iscritto all’ordine chi si ferma alla fine della Triennale) tanto per cominciare il più delle volte proseguirà gli altri due anni, ma sarà soprattutto penalizzato dalle minori opportunità. Lo stesso dicasi per fisici, biologi, ingegneri, chimici o altri che siano!

clip_image008Ancora più drammatico il quadro che emerge dai professionisti abilitati e operativi. Dalla stessa fonte di prima si apprende che, in quanto iscritti agli albi professionali, in Italia ci sono 12.000 geologi, 15.000 secondo altri. Innanzi tutto mi chiedo quanti di loro siano soprattutto insegnanti alle medie o alle superiori e la geologia sia…il loro secondo lavoro[7]. Non crediate che sia un’esclusiva: ci sono migliaia di architetti, ingegneri, fisici, chimici e biologi che fanno lo stesso. Ad ogni modo questi 12.000, sembrerebbero all’apparenza sufficienti a coprire le esigenze territoriali: il dato mi suona alquanto strano. Quando ero appena laureato si vociferava di geologi in ogni comune, in ogni provincia, in ogni regione: i comuni italiani sono poco meno di 8.000. I conti non tornano soprattutto considerando che i grandi comuni, o i grandi enti, dovrebbero avere ben più che un solo professionista di settore, e non tornano soprattutto perché, da che ne ho memoria, i geologi in Italia non hanno mai avuto considerazione alcuna[8].

Ma lo scossone finale e definitivo arriva dalla distribuzione anagrafica degli iscritti: ci sono più geologi over 60 che under 35, e l’età media è parecchio alta. Ciò significa che da qui ad un paio di decenni la categoria, già iscritta da tempo immemorabile nel gruppo delle specie protette, sarà definitivamente in via d’estinzione.

Chi farà il lavoro del geologo visto che, a quanto pare, dopo la pandemia, e forse con i soldi a pioggia del PNRR, sembra che ci siano tantissime richieste? Sembra. Risalgono a poco più di cinque anni fa gli appelli che hanno messo in evidenza la carenza di questi professionisti del territorio, delle risorse, del paesaggio e delle strutture. Sarà, ma continuo a non esserne affatto convinto[9], è dai tempi in cui frequentavo l’università che da un lato ascoltavi cose tipo «l’Italia è il paradiso dei geologi!» e da altri, la maggior parte, nella migliore delle ipotesi il geologo veniva confuso con l’archeologo se non con…il ginecoloco![10] E come adeguare questa supposta grande richiesta con la realtà che vede la stragrande maggioranza di questa rispettabilissima categoria di professionisti alle prese con la loro stessa sopravvivenza, fatta di migliaia di piccole imprese che con passione e dedizione sputano sangue per farsi pagare parcelle stilate su tariffari professionali e spesso ridotte a meno della metà del loro lavoro? In una parola: migliaia di professionisti dediti a curare il loro orticello. Sarò pessimista ma non vedo grande differenza tra le ipotetiche richieste odierne e la proposta che mi fu fatta nel 1983, appena laureato, da un colosso industriale, che voleva mandarmi in Nord Africa a fare prove geotecniche per 300.000 lire al mese (il primo stipendio della scuola dove iniziai a insegnare, settembre 1983, fu di 720.000 lire).

E infine, lo sanno all’Ordine Nazionale dei Geologi che “Scienze della Terra” è insegnata al primo anno dei licei scientifici per “le scienze applicate” e non più all’ultimo? E questo avrà come conseguenza che i maturandi intenzionati ad iscriversi all’università avranno, forse, tra i loro remoti ricordi di quindicenni, ciò che avrebbe potuto spingerli a scegliere Scienze Geologiche!

E questo è quanto per il settore specifico. Mi sembra abbastanza ovvio aver snocciolato tematiche legate alla professione del geologo: è geodiversità anche questa tutto sommato. Né me ne vogliate se resto comunque scettico o quanto meno perplesso. In tutte le realtà dove ho lavorato ero noto per essere colui che era pagato per…rompere i cabasisi. Un mini avvocato del diavolo insomma. Dopo tutto ci si iscrive a Geologia per passione si dice sempre, e la passione fa compiere atti che travalicano la ragione e chi è veramente appassionato, come il sottoscritto ascoltando l’insegnante di scienze durante all’ultimo anno dello scientifico, si iscriverà a Geologia lo stesso!

Le scienze, queste sconosciute

clip_image010Particolare attenzione, nel corso dell’evento, è stata data alla didattica relativa alle materie scientifiche. La geologia è materia scientifica, non fosse altro che per via del suo suffisso. E la scienza, o meglio “le Scienze Naturali” ed il loro insegnamento sono state oggetto di un paio di interventi effettuati da esponenti della “Associazione Nazionale degli Insegnanti di Scienze Naturali (ANISN)” che, dal lontano 1979, si occupa della divulgazione del verbo scientifico e delle migliori metodologie di insegnamento, soprattutto agli insegnanti stessi nonché, e ciò è notevole, dell’organizzazione e della partecipazione dei nostri studenti alle “Olimpiadi delle Scienze Naturali”, con ramificazioni specifiche nelle Scienze della Terra o in Biologia, sia nazionali che internazionali.

Ma mentre ascoltavo alcune cose interessanti e altrettante ovvietà, osservando parecchie espressioni annoiate tra gli studenti, mi tornavano alla mente considerazioni vecchie e nuove. Io stesso, da ex insegnante di Scienze Naturali, ebbi a che fare con l’eterno dilemma se trasformare il mestiere del docente nel più facile del mondo o nel più difficile, senza vie mezzo, da «l’aprite il libro e leggiamo» al «mettete via i libri, per ora, e analizziamo». Trasformare ad esempio il primo anno di Scienze al I Liceo Classico (il terzo anno) da un noiosissimo, inutilissimo e seccante corso di nomenclatura e tassonomia linneana tenuto da chi mi aveva preceduto, ad uno in cui si raccontava di Darwin e della sua avventura umana e scientifica (ed era una scuola cattolica, e ancora non c’era stata l’ammissione ufficiale della teoria che avvenne col pontificato di Woytila!).

Le scienze sono difficili, innanzi tutto e tutte! Non c’è contraddittorio, non esiste il secondo me, la scienza, è ormai spero noto, non è democratica. Le cose o si sanno, e se ne può parlare, o no: e in quest’ultimo caso c’è un solo metodo: studiare. E’ palese che il metodo con cui qualsiasi determinato argomento venga trasmesso è fondamentale ma lo è altrettanto, e doveroso, rendersi conto che qualsiasi disciplina scientifica richiede uno sforzo maggiore, un’apertura mentale diversa, attitudini diverse, e tanto più ciò valga per la matematica e la fisica. I laureati in geologia sono pochi? Sono insufficienti a coprire le supposte esigenze?

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Ma se si osservano le statistiche dei laureati in matematica le cose non sono poi così differenti, se non peggiori: nell’anno accademico 2015/16 i laureati in matematica, laurea magistrale, erano poco più di 2000, circa lo 0,4% di tutti i laureati![11] Ogni anno atenei importanti come quelli di Roma, di Milano o di Napoli, contano ognuno su qualche decina di laureati in matematica! Al punto che nella scuola scarseggiano al punto di affidare a laureati in altre discipline scientifiche, le supplenze di matematica, scarsità dovuta al fatto che la maggioranza dei matematici opta per assunzioni in campo industriale. Le cose non sono poi così diverse per i chimici, i biologi o i fisici. Pochi iscritti, ancora meno laureati. Il motivo principale non sta tanto nella difficoltà di programmare un futuro lavorativo che appare complicato, per i geologi in modo particolare, quanto per le maggiori difficoltà che qualsiasi materia scientifica presenta, a cominciare con il necessario approccio matematico, fisico e chimico, che fa da base propedeutica immediatamente, nei primi anni del corso di laurea. Ed è probabile, viste le difficoltà intrinseche che uno studente possa decidere a questo punto di investire in lauree tecnico-scientifiche maggiormente remunerative in termini di possibilità di lavoro, quali ad esempio la sempreverde laurea in Ingegneria, con dozzine di specialità, o in Chimica, con altrettante ramificazioni.

Chiudo con una nota quasi aneddotica. La difficoltà intrinseca dello studio delle scienze naturali, unitamente alla scarsità di tempo e spesso alla vetustà dei metodi e dei programmi applicati da una cospicua parte dei docenti che campa di rendita, diventa palese ogni qual volta un qualsiasi argomento scientifico si palesa in un gruppo di persone, magari con una domanda, un’osservazione: la maggioranza di quel gruppo, si schernisce e si ripara dietro commenti quali «…io in scienze andavo malissimo…», «oddio! chimica!...», o ancora, quasi con orgoglio «in matematica c’avevo 2!». E ciò nonostante in gruppi ancora più cospicui, soprattutto social, l’effetto Dunning-Kruger la fa da padrone.

Metodi e realtà

clip_image014Durante uno degli interventi è stato citato e illustrato il cosiddetto IBSE, Inquiry-Based Science Education, che, cito testualmente, «si presenta come un metodo di insegnamento delle scienze basato su un approccio induttivo che stimola l’investigazione e la collaborazione, e finalizzato allo sviluppo dell’attitudine alla sperimentazione e alla risoluzione di problemi in situazione». Benissimo. Quindi?

Ipotizziamo che, fin dalle elementari e a maggior ragione alle medie ed alle superiori, si abbiano a disposizione docenti adeguatamente formati, che siano stati preparati da aggiornamento continuo presso associazioni come l’ANISN, che siano esperti nell’applicazione dell’IBSE, oltre che profondi conoscitori di tutte le linee guida che la Comunità Europea emette continuamente.[12] Ma come attuare tutto questo, come trasmettere e far appassionare alle scienze naturali bambini e ragazzi con una manciata di ore a disposizione persino in quel tipo di scuole superiori che, per definizione, si definiscono scientifiche come l’omonimo liceo!

Nonostante la scuola abbia subito una profonda riforma[13], nonostante siano sorti licei dedicati addirittura all’applicazione tecnologica delle scienze, o strani ibridi come i licei scientifico-pedagogici (…), le ore di lezione dedicate alle scienze non sono aumentate poi molto rispetto a quanto c’era negli orari delle lezioni del mio liceo scientifico (dal 70/71 al 75/76!) od a quelli frequentati dalle mie figlie a cavallo del passaggio al terzo millennio e passando per lo scientifico o il classico dove insegnai dal 1983 al 1991!

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In rete è pieno di programmi recenti[14], spesso di qualità e ricchi di argomenti, ma soltanto raramente, e per scuole che si fregiano ad esempio del nome di “liceo delle scienze applicate”, si trovano classi in cui le ore dedicate alle scienze naturali siano ben 5 al triennio, un’ora in più di quanto dedicato ad italiano e tante quante alla matematica! Saranno sufficienti anche 5 ore a settimana a trasmettere soprattutto la passione per le scienze e ancor di più per il suo metodo? E tante sono le ore nei licei di specializzazione: nel liceo scientifico tradizionale, la maggioranza, ore e materie sono identiche a quanto era presente nel 1976: in cinque anni ci sono meno ore di scienze che di latino e questo è tanto quanto dedicato all’inglese!

La propedeuticità e la necessità di avere a disposizione concetti base provenienti da altre discipline scientifiche, diverse da quella trattata, appaiono inoltre evidenti fin dalle scuole medie ed ancora di più già al primo anno dei licei. In quelli cosiddetti scientifici o da essi derivati, si osserva come nei programmi vengano introdotte competenze da acquisire che provengono da campi diversi dalla materia curriculare per la classe in corso. Com’è possibile, se non ridotte a nozionismo sterile, avere il tempo di studiare alcuni argomenti senza le necessarie basi? E per quanto le scienze naturali possano essere trasmesse nel migliore dei modi resta comunque, un’asincronia di fondo con le conoscenze acquisite in chimica e in fisica. Le Scienze della Terra anticipate già al primo anno in moltissimi casi, ad esempio, rischiano di essere ridotte a vaghe reminiscenze quando si arriverà all’ultimo anno. Per non citare quei casi frequentissimi di materie che scompaiono da un anno all’altro, soprattutto negli istituti tecnici e professionali e che vengono ridotte nelle ore settimanali ed accorpate insieme. Un esempio per tutti: la geografia, questa sconosciuta ormai, scomparsa da qualsiasi scuola superiore!

E per concludere con quanto attinente alla quantità di tempo dedicato all’insegnamento delle scienze, mi asterrò da qualsiasi confronto con discipline umanistiche! Né che a corollario del già citato metodo IBSE troviamo persino elementi di didattica relativa all’educazione artistica!

Non c’è quindi da meravigliarsi se i risultati pre-pandemia[15] relativi agli aspetti quali-quantitativi della preparazione media dei nostri studenti non siano affatto confortanti, e tra l’altro con alcune strane anomalie: la preparazione in matematica ad esempio è nella media europea mentre quella nelle scienze naturali decisamente al di sotto; c’è stato inoltre un aumento nel divario tra le ragazze, che riescono mediamente meno bene dei loro coetanei maschi a riprova che i luoghi comuni sono durissimi da eliminare!

Conclusioni

clip_image020Non in linea con le aspettative, l’evento dedicato alla geodiversità, ha evidenziato aspetti della cultura scientifica e della sua diffusione che mostrano ancora una volta quanto ci sia da fare affinché possa essere estesa ed ampliata come meriterebbe, a maggior ragione nel nostro paese che ancora risente della famigerata riforma Gentile del 1923; Italia che da faro della cultura nel mondo rischia di essere relegato a fare da fanalino di coda rispetto a paesi emergenti che, partendo da zero, si sono trovati avvantaggiati, e nonostante l’Italia continui ad essere un polo di riferimento e fonte di uomini e donne di scienza di eccellenza.

Che le materie scientifiche siano complesse, difficili e piene di ostacoli da affrontare e superare è un fatto; che occorra attitudine e che questa vada individuata immediatamente e coltivata adeguatamente è un altro.

Ma osservando quanto normalmente accade quando si mettono a confronto illustri scienziati con perfetti cialtroni o come minimo non addetti ai lavori, quando si lascia spazio, soprattutto mediatico e rilanciato dalla grancassa dei social, a degli incompetenti o dei buffoni mentitori come terrapiattisti o negazionisti di questa o quella cosa, quando, e torno ai geologi, un ordine nazionale non riesce a tacitare un rabdomante, ci si chiede dove fossero tutti coloro i quali che, ancora oggi e da decenni, ricordano che si deve fare questa o quella cosa, che andrebbe riformato questo o quel settore: dov’erano? Perché i decenni passano e molto poco cambia?

Non sono stati ascoltati o non sono stati in grado di farsi ascoltare restando isolati nel loro mondo?

Personalmente, e mi auguro di sbagliare, propendo per quest’ultima ipotesi.


[1] La storia dell’età della Terra merita un approfondimento: dal sito INGV una pagina a questa dedicata.

[2] Wolfgang Behringer, “Storia culturale del clima. Dall’era glaciale al riscaldamento globale”

[3] Marco Cattaneo (fonte non più disponibile) e Telmo Pievani, “Homo Sapiens e altre catastrofi”

[4] Nota folkloristica: la biblioteca di Geologia, unica di tutto l’ateneo in cui fosse consentito parlare, era un porto di mare: ci venivano a studiare (…) da ogni facoltà! Per chi cercava il silenzio c’era quella di Mineralogia o quella di Fisica.

[5] Fonte Portale Statistico – Dati Studenti de “la Sapienza”

[6] Quello di “Roma Tre” offre, dopo la Triennale, una magistrale in “Geologia del Territorio e delle Risorse”, nulla invece a “Tor Vergata” che ha comunque un polo di Scienze Matematiche, Fisiche e Naturali.

[7] Io stesso ho insegnato, per quasi un decennio, e mi ci sono pure abilitato, Scienze Naturali, Chimica e Geografia (o meglio Scienze della Terra) al Liceo Classico ed allo Scientifico, mentre cercavo di fare il geologo, ovviamente abilitato con Esame di Stato. Da qualche parte dovevo pur prendere i soldi per il mutuo della casa, no?

[8]I geologi? Per le istituzioni italiane non sono necessari” (da L’Inkiesta.it”)

[9]Geologi: in 15mila in Italia, ma non trovano lavoro”. Da “Confederazione italiana delle libere professioni”.

[10] Aneddoto: nel 1984, fresco di Esame di Stato e iscrizione all’albo nazionale (allora era l’unico) mi scade la carta d’identità. Compilo la scheda e con molto orgoglio alla voce professione scrivo “GEOLOGO”. Quando andai a ritirare la carta il campo era vuoto. Alla mia richiesta di spiegazioni il tipo mi fa “Non lo posso scrivere, che professione è? Non risulta”. Accadde davvero. Ovviamente dopo aver fatto loro notare che si scrive persino “studente” o “casalinga” e mostrato loro il tesserino dell’Ordine Nazionale dei Geologi, mi rifecero la carta.

[11] https://www.truenumbers.it/matematica-medaglia-fields/

[12] Quelle diverse centinaia di pagine che concorrono a formare una cospicua parte dei quiz a risposta multipla su cui vengono falcidiati da qualche anno i concorrenti ai vari concorsi per la scuola.

[13] L’ultima della quale del 2015, quella della cosiddetta “Buona Scuola” invisa alla maggioranza dei docenti o degli aspiranti tali.

[14] Quattro esempi: Liceo Scientifico Statale “Vito Volterra” di Ciampino (RM), il “Don Giuseppe Fogazzaro” di Vicenza e il “Gugliemo Marconi” di Foligno (PG), indirizzo “scienze applicate” a confronto con il “tradizionale

[15] Sintesi dei risultati italiani di OCSE PISA 2018. A seguito della pandemia da Covid-19 la situazione si è ulteriormente aggravata.

giovedì 21 luglio 2022

Quando la Terra era una palla di ghiaccio

clip_image002[8]Nota sulla figura: la distribuzione dei continenti allora non era affatto questa.

L’ossigeno libero in atmosfera non è sempre stato presente sulla Terra, ma questa è un’altra storia.

Quando l'ossigeno divenne finalmente disponibile e si affiancò ai cicli biologici di zolfo e carbonio è possibile che abbia dato origine a un cambiamento radicale nel clima terrestre, e probabilmente fu anche responsabile della prima estinzione di massa su questo pianeta.

Le prove in nostro possesso suggeriscono in maniera stringente che circa 200 milioni di anni dopo il Grande Evento Ossidativo in varie parti del mondo si siano formati enormi ghiacciai che durarono più o meno 300 milioni di anni. Si tratta di una delle glaciazioni più lunghe e massicce della storia della Terra. Il ghiaccio era presente non solo sulla terraferma, ma anche lungo gli oceani, forse fino all'Equatore: la Terra insomma, si presentava come una gigantesca «palla di neve». Ma cosa determinò un tale sconvolgimento climatico?

clip_image004[8]Una delle possibili cause fu l’accumulo di ossigeno nell'atmosfera. Mentre l'interno della Terra è riscaldato dalla radioattività, l’esterno è riscaldato dal Sole. Le radiazioni solari vengono riflesse, rimbalzando indietro verso lo spazio, ma alcune rimangono intrappolate nell'atmosfera terrestre. Attualmente i principali gas che trattengono il calore sono il vapore acqueo e l'anidride carbonica. Se l'atmosfera fosse priva di gas serra, in effetti, gli oceani della Terra sarebbero congelati. Ma 2,4 miliardi di anni fa la situazione era ancora più estrema. In quell'epoca il sole era del 25% circa meno luminoso rispetto ad oggi, motivo per cui emanava meno calore. Affinché gli oceani fossero liquidi in superficie, i gas dovevano essere molto abbondanti e in grado di assorbire energia solare, specie le radiazioni infrarosse, una forma di energia oltre che il di calore invisibile a occhio nudo ma percepita dalla nostra pelle. Uno dei gas più efficaci nell'assorbire le radiazioni infrarosse è il metaclip_image006[8]no.

 

Oggi come oggi il metano è un gas serra relativamente minore, anche se con effetti climalteranti maggiori degli altri, ma 2,4 miliardi di anni fa era quasi sicuramente molto più abbondante. La sua composizione è semplicissima: un atomo di carbonio legato a quattro atomi di idrogeno. Il metano brucia facilissimamente in presenza di ossigeno, segno che nei suoi legami è immagazzinata un'enorme quantità di energia. È il prodotto della respirazione di certi microbi in condizioni strettamente anaerobiche. Vale a dire che, se l'ossigeno non è disponibile, alcuni microbi possono ricorrere a una speciale nanomacchina per estrarre l'idrogeno dagli zuccheri ed altri molecole organiche, unirlo all'anidride carbonica e formare così il metano come prodotto di scarto. Questi microbi sono gli Archaea, il secondo grande gruppo dei procarioti. Il nano apparato dei microbi produttori di metano è molto sensibile all'ossigeno; bastano piccole concentrazioni di ossigeno perché si interrompa la produzione di metano. Oggi i microbi metanogeni si trovano comunemente in natura, per esempio negli intestini di mucche e altri ruminanti, nonché negli esseri umani, ma 2,4 miliardi di anni fa organismi del genere erano abbondantissimi anche nelle acque costiere di tutto il mondo.

clip_image007[8]

Pur in presenza di ossigeno, diversi altri tipi di microbi usano il metano come fonte di energia e per la crescita cellulare. Il consumo di metano da parte dei microbi rappresenta una delle modalità più semplici e veloci per eliminare il gas. Una volta evoluta questa capacità, dobbiamo supporre anzitutto che l'apparato per l'eliminazione del metano ne abbia drammaticamente ridotto il flusso dagli oceani nell'atmosfera, e in secondo luogo che l'ossigeno nell'atmosfera abbia eliminato, con l'aiuto della luce solare, il metano atmosferico. Parallelamente alla scomparsa di un'importante gas in grado di assorbire il calore infrarosso, il sole, ancora giovane e debole, non forniva calore sufficiente a impedire il congelamento degli oceani . E’ quasi certo che la conseguente formazione di ghiaccio o melma ghiacciata lungo la superficie dell'oceano abbia ridotto l'area per la crescita dei microbi fotosintetici e allo stesso tempo impedito lo scambio di gas tra oceano e atmosfera. La documentazione geologica indica che seguirono lunghi periodi di freddo, durante i quali gli oceani rimasero ambienti inospitali: era nata la «Terra a palla di neve», il primo episodio di perturbazione climatica indotta dai microbi nella storia geologica del pianeta.

clip_image009[8]Le condizioni di questa epoca sembrano essersi ripetute più volte nel corso del tempo; l'ultima è collocabile intorno a 750 milioni di anni fa. Incredibile ma vero, le istruzioni per costruire le nanomacchine fondamentali furono in qualche modo trasmesse ai pochi microbi sopravvissuti. Questi organismi furono dei veri e propri pionieri, in quanto traghettarono la vita da un'area all'altra, preservandola dalla desolazione planetaria.

 

 

Conclusione
Se un climascettico conoscesse bene questa storia, forse tornerebbe sui suoi passi cercando di argomentare per rispondere ad una delle domande fondamentali che da anni Aldo Piombino rivolge loro.

clip_image010[4]

Il grafico riporta l’andamento delle temperature medie nel corso della storia della Terra per due modelli: una per un pianeta privo di atmosfera e l’altra con un contenuto analogo all’attuale. Con una fonte di calore ridotta a causa della minore energia proveniente dal Sole la Terra sarebbe rimasta congelata fino ad almeno 1,5 miliardi di anni fa. E invece sappiamo bene che la vita, con la presenza di acqua liquida fondamentale per essa, era presente da almeno 3,5 miliardi di anni (chi dice poco più chi poco meno). E senza un contributo importante di gas serra come sarebbe stato possibile?

E ancora: come mai la glaciazione planetaria de la Terra «a palla di neve» inizia proprio dopo il Grande Evento Ossidativo con un crollo dell’anidride carbonica, dei gas serra in generale, e finisce quando la diffusione degli Archaea inonda l’atmosfera del metano, potentissimo gas serra?

Non appare al signor climascettico che sia proprio la maggiore o minore presenza di gas serra un elemento pressoché fondamentale nella regolazione climatica del sistema Terra? Certamente non da solo, ma sicuramente, al di là di ogni ragionevole dubbio e corroborato dal 97% di consenso scientifico internazionale e multidisciplinare, LA causa del cambiamento climatico in corso: quella di origine antropica.

La storia è maestra di vita si dice. Che lo sia anche la storia della Terra!

giovedì 20 gennaio 2022

E’ tutto grasso che cola o è tutto gas che sfiata?

Un interessante video sulla pagina Facebook di Geopop ha stimolato in me riflessioni di varia natura che, almeno per ora, non mi hanno convinto sulla reale necessità e sull’altrettanto concreto beneficio derivante dall’incremento della produzione di gas naturale in Italia. E preciso subito che i complottismi notriv o gli ambientalismi grinpis non hanno nulla a che fare con ciò. 

Ricapitolando.

Consumo annuo di gas naturale in Italia: 70 miliardi di mc, dati 2020. Qui una fonte.
Produzione attuale annua di gas naturale in Italia: 3,6 miliardi di mc, pari a circa il 5% del fabbisogno (1,7 da giacimenti on-shore, a terra, e ben 1 mld di questi dalla sola Basilicata, e 1,9 mld di mc da giacimenti off-shore, a mare).
Qui la tabella dal MISE.
Riserve: soltanto nell’Adriatico settentrionale si stimano riserve per 35 mld di mc, mentre il totale nazionale ammonterebbe a circa 90 (70 se pessimisti).

Perché non estraiamo?
Per l’art. 8 della legge n. 133 del 6 agosto 2008 che recita testualmente: "1. Il divieto di prospezione, ricerca e coltivazione di idrocarburi nelle acque del golfo di Venezia"; è tutto bloccato da allora temendo che l’estrazione possa provocare fenomeni di subsidenza(*) (abbassamento del livello del suolo) che metterebbero a rischio –dicono, ma chi lo dice?- la città di Venezia e più in generale tutta l’area nord adriatica, dal delta del Po fin quasi alla costa triestina. Ma il fenomeno di subsidenza è stato dimostrato non avere nulla a che fare con le attività di estrazione, se non e non sempre, limitatamente alla zona prossimale al pozzo. Appurato ciò non ho capito questo cosa c’entri con la possibilità di estrazione in tutte le altre aree che non siano appunto, il nord Adriatico. Perché non si estrae in tutto il resto delle aree più produttive? E soprattutto cosa c'entra questa legge con il blocco delle perforazioni o dell'ampliamento di quanto già in produzione? Situazione questa che impedirebbe di avere gas naturale a 5 centesimi al metro cubo anziché a 50, tanto paghiamo quello importato (
https://www.ilsole24ore.com/art/trivellazioni-adriatico-ferme-ma-gas-italiano-costa-decimo-AEgbV0u).

Ma facciamo finta che la legge venga abrogata: l’iter istituzionale richiederebbe almeno un anno di tempo; l’analisi di impatto ambientale che porterebbe ad autorizzare le estrazioni richiederebbe altri 16 mesi, per un totale di 28, e siccome siamo in Italia facciamo 36 e non se parli più. Tre anni, dopo l’avvio dello sblocco, per fornire ad ENI l’autorizzazione ad avviare la costruzione degli impianti necessari ad estrarre il gas: altri 2 o 3 anni almeno, totale 6 anni per avere i primi metri cubi di gas dalla riserva. E non consola sapere che le spese di realizzazione non sono a carico dei cittadini perché sono tutte di ENI; anche se presumo che questa e le varie altre, sapranno trovare la scusa per un bel rincaro delle forniture in essere.

Trascurata l’ipotesi comica di estrarre tutti i 90 miliardi in un colpo solo, il piano è quello di fornire 5 o 6 ulteriori miliardi l’anno per un totale di 10-15 anni. Quindi la produzione nazionale passerebbe da 3,6 a circa 10 mld di mc, arrotondando.
10 su 70, necessità odierna e sempre che questa non cresca in futuro. Quindi andremmo a coprire il 14% circa del fabbisogno nazionale. In tempo di magra anche un incremento dell’8 o del 10% è tutto grasso che cola (o forse sarebbe meglio dire gas che [non] sfiata); ma è un incremento tale da non giustificare affatto una diminuzione dei costi “alla pompa”.
L’utilizzo del gas del nostro sottosuolo quindi non serve a ridurre i costi in bolletta: le dinamiche internazionali la farebbero comunque da dominante perché fonte di ben 60 su 70 miliardi di metri cubi di fabbisogno.

E allora a che scopo? Ambientale? E qui mi trovo in parziale disaccordo con l’autore del video. Trovo abbastanza ridicolo sostenere che l’estrazione nazionale, questo ipotetico contributo di 10 mld di mc l’anno, ha un impatto ambientale estremamente più basso dell’equivalente estero che deve attraversare migliaia di km di gasdotti. E’ altrettanto vero però che la produzione italiana tra perdite di gas dagli impianti, attrezzature in regola e mancato trasporto taglia del 40% le emissioni correlate all'attività (il solo il trasporto brucia fino al 30% del metano prodotto) e quindi quei 10 miliardi impatterebbero molto meno. Per esser minore quindi, questo impatto lo è, ma nel bilancio complessivo delle maggiori o minori emissioni è quasi ininfluente.

Gli unici benefici reali deriverebbero dalla creazione di nuovi posti di lavoro e dall’incasso delle royalties da parte dello stato italiano, che potrebbe investirli nelle nuove tecnologie legate al rinnovabile o comunque allo scopo di rispettare la decarbonizzazione auspicata.
Ma il conto economico è estremamente complesso da realizzare.

Nella prima figura ho importato anch’io in Google Earth i dati ViDEPI delle zone di estrazione A, B, C e D, il quadrettato con colori diversi, da nord a sud da A a D; i pallini verdi sono invece tutti i pozzi di estrazione realizzati in Italia dall’inizio del novecento.       
      
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In quest’altra mappa, sempre da nord a sud, le zone E, F e G, più che altro di ricerca per ulteriori aree e di scarsa produttività.

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(*) E’ ampiamente documentato che la subsidenza dei territori del Polesine o di Venezia sono state provocate dal prelievo di acque, a scopo agricolo, e da fenomeni di compattazione geologica del terreno alluvionale caratteristico dell’area alluvionale.

giovedì 25 agosto 2016

Un terremoto italiano

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Duo genera sunt, ut Posidonio placet, quibus movetur terra. Utrique nomen est proprium: altera succussio est, cum terra quatitur et sursum ac deorsum movetur, altera inclinatio, qua in latera nutat alternis navigii more. Ego et tertium illud existimo quod nostro vocabulo signatum est; non enim sine causa tremorem terrae dixere maiores, qui utrique dissimilis est; nam nec succutiuntur tunc omnia nec inclinantur sed vibrantur, res minime in eius modi casu noxia; sicut longe perniciosior est inclinatio concussione: nam nisi celeriter ex altera parte properabit motus qui inclinata restituat, ruina necessario sequitur (Seneca, Naturales quaestiones Qui la traduzione)

Tre erano i tipi di terremoto secondo Seneca. Ne aggiungo un quarto: il terremoto italiano.

Ancora una volta mi trovo a scrivere su queste pagine di terremoti e delle loro conseguenze, ma soprattutto delle conseguenze dell’inettitudine umana, unico elemento prevedibile in tutto questo o quanto meno misurabile. Come è possibile tollerare oltre questo terribile deja vu di chiacchiere e promesse? Com’è possibile definire moderno un paese che si straccia le vesti piangente e che si consola dietro la grande umanità, la enorme solidarietà, l’unità dimostrata nel momento del bisogno?

Si dice, ed è molto probabilmente vero, che l’Italia abbia la migliore Protezione Civile del mondo, che sia stata inventata qui, all’indomani del devastante terremoto friulano del 1976: in un paese civile che si rispetti la Protezione Civile dovrebbe passare la maggior parte del tempo a girarsi i pollici perché in un paese civile tutto dovrebbe essere demandato alla prevenzione. Ma nonostante la prevenzione sia suo mandato fondamentale accade invece che quella dai danni causati da eventi naturali -frane, terremoti, inondazioni ed eruzioni vulcaniche- si rivela ahimé, ad ogni loro verificarsi, pressoché inesistente.

91987691Un terremoto da solo non uccide, ciò che uccide sono i manufatti umani, le abitazioni inadatte a dare a chi le occupa quanto meno il tempo e la possibilità di uscire di casa soprattutto se si rapporta all’intensità di quest’ultimo evento.

Il terremoto di suo è un evento naturale e la cosa si ferma qui: non esiste la catastrofe naturale del tutto indifferente alla nostra presenza, esiste solo la nostra incapacità di convivere in un territorio geologicamente giovane e proprio per questo ad altissimo rischio. Dobbiamo quindi assumercene la responsabilità, una responsabilità che finora non è stata presa da nessuno e che viene riciclata periodicamente (statisticamente l’Italia subisce un terremoto distruttivo ogni 5 anni) parlandone per qualche mese, reiterando la solita sequela di polemiche sterili e che ben presto viene dimenticata con la labilità della memoria umana che tende a rimuovere i traumi rapidamente, spesso anche da parte delle vittime stesse che quando non abbandonano il territorio si affidano ad un macabro fatalismo.

I geologi, categoria di professionisti che appare dal nulla ad ogni catastrofe del genere, lo ricordano sempre. Purtroppo sempre dopo visto che nei periodi di intervallo restano inascoltati o peggio, loro stessi tacciono crogiolandosi nel benessere momentaneo della quotidianità.

Il terremoto che ha colpito la zona appenninica tra i Monti della Laga ed i Sibillini è un tipico terremoto italiano: avviene in una zona rurale, marginale e tra collina e montagna, dove si è costruito, anche in tempi recenti, male e senza progettazione antisismica moderna, dove spesso si sono usati materiali di risulta, dove non si è posta mano né al risanamento né alla ristrutturazione e poi, quando il terremoto arriva, ed arriva , tutti cascano dal pero sbalorditi come se il terremoto fosse una fatalità inevitabile.

Italy QuakeCentri abitati con numero di residenti invernali diversi ordini di grandezza inferiori a quelli estivi, con piccole frazioni di qualche decina di abitanti e paesi da uno a poche migliaia di abitanti. Dove molte vecchie case destinate alla villeggiatura estiva, laddove non ereditate da genitori o nonni, sono state comprate a prezzo di realizzo, e ristrutturate negli interni, con nuovi impianti di riscaldamento, bagni ed infissi alla moda ma senza la cura minima per l’aspetto strutturale antisismico, con nemmeno una verifica di tetti, solai, scale e vie di uscita. Negli anni vecchie stalle ristrutturate come appartamenti, strutture turistiche di tipo bed & breakfast ed agriturismi sorti dal nulla ogni poche centinaia di metri, migliaia di euro spesi per fare una piscina e neanche uno per ancorare un solaio ma che dico, per ancorare a muro un armadio che ti crolla sul letto alla prima scossa intrappolandoti!

Ed a questo si aggiunge quella sorta di fatalismo ignorante che fa dimenticare di vivere in un territorio classificato ad elevato rischio sismico, il massimo.

Sono zone sismiche, come tantissime altre in Italia, non definibili tali da qualche secolo, ma fin dai tempi di Cicerone e Tacito le cronache di raccontano di episodi sismici importanti, tali da essere annotati anche allora: stiamo parlando quindi di una delle zone più tipicamente sismiche dell’Appennino e chi, come me, ha studiato geologia, sa bene che da quelle parti esistono linee tettoniche note a livello mondiale e che coincidono con i piani di scivolamento e stiramento di una parte dell’Appennino centro meridionale rispetto a quella nord-orientale. Rimando al blog di Aldo Piombino per gli approfondimenti.

Ma se anche un ospedale, come quelli di Amatrice e di Amandola, e come già successo all’Aquila, una caserma dei Carabinieri, una prefettura, non reggono ad una scossa sismica del genere, mi convinco che la modernità ostentata dal mio paese sia solo apparenza e che in realtà vivo in un paese rimasto al medioevo degli scongiuri e delle processioni. Scosse queste ultime tutto sommato non così forti come si potrebbe pensare a giudicare dalla distruzione che ha seminato. E un albergo che si sbriciola come un biscotto, una scuola che poteva essere piena di bambini o di ragazzi e che si scopre persino andata soggetta a ristrutturazione e di recentissima inaugurazione (Amatrice, 2012)!

E’ stato un terremoto che da punto di vista energetico, rispetto a quello de L’Aquila del 2009, molto meno intenso: ricordando che la magnitudo Richter esprime un valore su scala logaritmica, nel passare dal 6.9 de L’Aquila al 6.0 di Accumoli, la differenza non è solo quello 0,9, ovvero quasi 1 punto, ma in termini di potenza significa decine di volte meno distruttivo ma che però ha prodotto un danno che a vederlo sembra più grave di quello subito da L’Aquila stessa, se si basasse l’analisi sul numero di vittime considerando la maggior densità abitativa della cittadina abruzzese.

Un terremoto del genere, in paesi dove prevenzione antisismica e costruzione adeguata sono all’ordine del giorno come Giappone o California, avrebbe provocato al massimo un gran polverone con successiva spazzolata via, da noi invece contiamo i morti.

Come è possibile che si possa continuare a tollerare e sopportare questa oscenità? Si dice che in questi momenti, quando ancora potrebbero esserci persone sopravvissute da tirare fuori dalle macerie, le polemiche debbano esser messe da parte. E invece secondo me è proprio questo il momento di fare polemica con chi e contro chi non ascolta i moniti, gli avvisi, le raccomandazioni ma soprattutto nei confronti di chi continua a crogiolarsi nell'ignavia e nella presunzione e molto di più contro chi non è stato in grado, in oltre settant'anni di Repubblica, di far valere le posizioni che potrebbero salvare vite.

Quante volte è stato detto che cose del genere non si dovevano ripetere più? E quante volte invece ci siamo trovati davanti alla replica dei medesimi episodi con le medesime parole nelle orecchie? Ancora una volta ad estrarre sopravvissuti e morti da sotto le macerie, a diffondere immagini strazianti di chi ha perso tutto in qualche decina di secondi. Evidentemente chi sta sul territorio non fa quel che deve fare, come minimo mettere sotto controllo le strutture pubbliche più importanti e chiedersi se reggeranno o meno ad un terremoto; anche i cittadini dovrebbero essere indotti, magari con sgravi fiscali se non obbligati per legge, a ristrutturare in maniera antisismica le loro abitazioni.

Ad ogni terremoto così tipicamente italiano, nella sua tragicità e nei suoi effetti, vediamo sempre i medesimi effetti sulle abitazioni: pareti con crepe incrociate ad x da cui non si scampa, una struttura così lesionata è condannata. Solai staccati dalle pareti che crollano uno sull’altro in un tragico effetto quando sarebbero bastate chiavi di ferro infilate nel muro ad evitarlo.

Ricordiamo che molti centri dell’Appennino ristrutturati di recente a seguito di terremoti precedenti, e persino in epoca medievale reggono egregiamente ai terremoti perché fatti bene! Non è necessario il cemento armato, si può fare anche con la muratura e Santo Stefano di Sessanio (AQ) ne è un esempio che ha retto benissimo al terremoto del 2009 e Cerreto Sannita (BN) regge a qualsiasi terremoto da oltre 400 anni. Ed attualissimo il caso di Norcia che è stata epicentro di una delle scosse maggiori ma che ha saputo trarre insegnamenti importanti dai terremoti precedenti, soprattutto da quello del 1979.

Si possono fare bene queste cose risparmiando vite e denaro sapendo inoltre che in Italia finora si è speso molto di più a riparare i danni dei terremoti di quanto sarebbe stato necessario per prevenirli.

Ed è un terremoto italiano soprattutto perché uccide e distrugge quando altrove non avrebbe avuto i medesimi effetti.

E’ paradossale ma proprio quando sembra che le forze dell’ordine stiano lavorando bene ad evitarci un attentato terroristico, questo sì davvero imprevedibile come un terremoto e altrettanto impreventivabile, ce ne stiamo inerti in attesa di questi suicidi di massa periodici. O dovrei dire omicidi?

Arrivederci tra un quinquennio.

domenica 24 novembre 2013

Le Colonne di San Pietro

 005L’evoluzione del paesaggio dal punto di vista geomorfologico dipende strettamente dal continuo alternarsi di azioni dovute alle forze cosiddette endogene ed a quelle esogene: semplificando, le prime agiscono dall’interno della Terra agiscono a sollevare od affondare blocchi di crosta terrestre, che creano vulcani (proprio in questi giorni un esempio) ed altro ancora e le seconde sono dovute al continuo processo di erosione dovuto essenzialmente all’azione dell’acqua, del gelo, della temperatura e della gravità. Il tutto che tende verso lo stato di minima energia ovvero una bella pianura! A questo va ovviamente affiancata la presenza della biosfera (tutti gli esseri viventi batteri compresi) e gli effetti nefasti del genere umano negli ultimi due secoli, entrambi i fattori non da poco.

Quello che è successo a seguito dell’ennesima tempesta ai famosi faraglioni dell’Isola di San Pietro fa parte di questo processo. Posti sulla costa settentrionale della Sardegna si sono formati proprio grazie alla continua azione erosiva che mare e vento esercitano sulle rocce vulcaniche di quella regione. Chi non è rimasto colpito dalla varietà di forme che il vento è riuscito a scolpire e modellare da quelle parti? E così come nel corso di decine e spesso centinaia di migliaia di anni vento e mare hanno dato forma a quelle scogliere ed ai suoi faraglioni gli stessi agenti giorni ne hanno abbattuto uno. Dopo tutto basta guardare cosa c’è loro intorno per farsi un’idea precisa che quelle colonne sono l’eccezione ancora fortuitamente in piedi.

E il sindaco cavalcando l’onda populista ha promesso che il valore del simbolo di quest’isoletta è talmente grande che il faraglione va ricostruito…e non aggiungo altro.

Abbiamo un paese da decenni ed in maniera ormai per me irreparabilmente dissestato, una situazione idrogeologica, geologica ed ambientale da terzo mondo, una città come L’Aquila colpita da un terremoto quasi 5 anni fa (!) che è tuttora abbandonata a sé stessa e dobbiamo ascoltare dichiarazioni del genere e la maggioranza dei media che danno loro seguito.

Che amarezza…

PS) sul ciclone che ha provocato l’alluvione e le ennesime morti evitabili non mi pronuncio. Questo blog è pieno di articoli sull’Italia che affoga ogni autunno.

sabato 9 giugno 2012

“De terrae motus vaticinium” più seriamente scrivendo

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La pianificazione delle risorse da dedicare alla messa in sicurezza del patrimonio edilizio esistente, civile, pubblico, privato od storico-artistico, sarebbe certamente favorita dal conoscere con mesi od anni di anticipo che una zona dell’Italia sarà molto probabilmente colpita da una scossa forte (di magnitudo M>5.5). Ancora una volta in questi giorni ritornano prepotenti argomenti come questo, che fanno notizia ovviamente, salvo poi dimenticarsene fino al prossimo terremoto.

Da molti anni la ricerca scientifica in atto tra le più promettenti e serie è quella relativa alle analisi del cosiddetto rilassamento post-sismico che sembra contenere quelle informazioni citate precedentemente e fa apparire questo tipo di previsione raggiungibile.

Una conoscenza approfondita dell’assetto sismico e tettonico del territorio ed in condizioni particolari ogni qual volta che una forte scossa colpisce una zona può, a seguito della deformazione e della successiva riorganizzazione della crosta, accentuare la pericolosità delle zone che si trovino intorno alla zona originale.

Analizzando i terremoti forti degli ultimi 4 secoli è nato quindi questo tipo di approccio che ha evidenziato come ci siano certamente correlazioni piuttosto evidenti tra la sismicità intensa di certe zone italiane influenzata in modo significativamente regolare dalla distribuzione dei terremoti nelle principali zone tettoniche mediterranee ed una correlazione più locale tra aree tettoniche nazionali ben individuate. In particolare, è stato messo in evidenza che negli ultimi due secoli i terremoti forti (M>5.5) nell’Appennino meridionale sono avvenuti entro un breve intervallo di tempo (1-3 anni) dalle principali fasi sismiche (M>6) nelle Dinaridi meridionali. Una simile correlazione (con tempi di ritardo leggermente più lunghi: 3-8 anni) è stata osservata tra le scosse forti nell’Arco Calabro ed i periodi di forte sismicità nell’Arco Ellenico (da Creta a Cefalonia). Insomma con questi ridotti tempi, infinitesimi su scala geologica, è come se in un gigantesco domino la caduta delle tessere in una parte del pianeta non può non influenzare le zone tettonicamente circostanti e con questo non si intende certo che l’odierno terremoto veneto-friulano è legato a quello emiliano degli scorsi ma solo che il cosiddetto rilassamento post-sismico influenza la distribuzione spazio-temporale dei terremoti.

Altri esempi sono suggeriti da sequenze sismiche nella catena appenninica, che sembrano notevolmente coerenti con il quadro deformativo a breve termine riconosciuto nell’area
mediterranea centrale: dopo il devastante terremoto di Avezzano del 1915 (M=7.0) nel periodo 1916-20 si verificarono ben sei scosse M>5.5 dalla Val Tiberina alla Garfagnana con una relazione di causa-effetto tra i due fenomeni citati suggerita anche dall’assetto delle deformazioni che hanno interessato la catena appenninica nelle ultime centinaia di migliaia di anni.

Insomma lo studio del rilassamento post-sismico (unito ad una profonda conoscenza del quadro tettonico) può fornire informazioni molto utili per la stima della pericolosità sismica; e questo dovrebbe indurre i responsabili della ricerca in Italia (che sono tuttora oggetto di studio astrologico…) ad incentivare le indagini in questa direzione. Ma questa è un’altra storia, un altro paese, un’altra era…geologica!

Nota a margine: l’immagine della schermata di uno dei tanti software di previsione delle estrazioni del Lotto è puramente…voluta!

(parte del documento è estratto da D. Mantovani, M. Viti, D. Babbucci, Dipartimento di Scienze della Terra, Università degli Studi di Siena)

“De terrae motus vaticinium” ovvero scienza sovietica

Duo genera sunt, ut Posidonio placet, quibus movetur terra. Utrique nomen est proprium: altera succussio est, cum terra quatitur et sursum ac deorsum movetur, altera inclinatio, qua in latera nutat alternis navigii more. Ego et tertium illud existimo quod nostro vocabulo signatum est; non enim sine causa tremorem terrae dixere maiores, qui utrique dissimilis est; nam nec succutiuntur tunc omnia nec inclinantur sed vibrantur, res minime in eius modi casu noxia; sicut longe perniciosior est inclinatio concussione: nam nisi celeriter ex altera parte properabit motus qui inclinata restituat, ruina necessario sequitur (Seneca, Naturales quaestiones)

Nei lontani anni del comunismo duro e puro di sovietica matrice e fino a tutti gli anni ‘70 in Unione Sovietica era scienza soltanto quanto dichiarato o scoperto dai possessori della tessera di partito mentre gli altri o erano rapiti e costretti comunque a lavorare per lo stato, ma in segreto, o finivano come si diceva e faceva allora in Siberia ed infine i più fortunati riuscivano a passare oltre cortina e costretti all’esilio.

Questo oltre ad aver portato ritardi o clamorosi errori, a volte catastrofici, nei cosiddetti piani pluriennali questa cosa evidenzia, come se già non fosse palese di suo, che la scienza è una e non esiste scienza ufficiale distinta da qualcosa non ufficiale.

In questi giorni di tremori sismici diffusi tornano ancora alla ribalta previsionisti, kabalisti, ballisti e fuffari di varia natura le cui amenità esilaranti ricevono eco da media più o meno diffusi a livello comunque nazionale e da scienza che affiancandosi alla appunto cosiddetta ufficiale sentenzia e pontifica. In questi giorni ho per esempio avuto modo di ascoltare almeno tre interviste diverse all’ormai mitico Giuliani e tirar fuori ancora una volta gli appunti del Bendanti.

Ora più volte io stesso da (ex) addetto ai lavori e, consentitemi, dall’alto della mia laurea cum laude in Geologia ho riportato su queste stesse pagine come sia più facile prevedere quanti gratta&vinci mi separano da una possibilità di vincita piuttosto che un terremoto; ma a quanto pare in questo nostro paese parolaio pieno di cazzari  non si finisce mai di toccare il fondo. Che poi l’acuirsi del fenomeno dei cazzari si è acuito a causa di quest’ultimo ventennio in cui dei medesimi tipi ne erano pieni i governi centrali e locali.

E così tra le tante voci oltre a castronerie micidiali quali quelle di tirare in ballo il fracking anche esimi professori universitari e specialisti che fanno previsioni. Certo, sono previsioni statistiche, con modelli matematici complessi e sofisticati, che danno ovviamente gradi di attendibilità su scala spazio-temporale ridotta, ma sempre statistica è: che significa avere il 97% di possibilità di un evento sismico da grave a catastrofico in una certa zona entro un certo intervallo di tempo (Giuliano Panza docet)? Significa che se quel periodo è di 30 giorni teniamo fuori casa gli abitanti a rischio per 29,1 giorni? Ammesso che il 97% sia un valore ammissibile!

Ora se per previsione intendiamo che in Italia può verificarsi un evento sismico intenso praticamente OVUNQUE (Sardegna esclusa) allora siamo tutti scienziati. Io stesso vista la statistica potrei dire che domani ci sarà un terremoto a Roma (indicata a rischio medio-basso) ed azzeccarla esattamente come potrei azzeccare tra rosso e nero alla roulette! Il tecnico dell’ENEA che ha previso l’evento sismico catastrofico calabro-siciliano da qui a 6 mesi-2 anni? E che significa? Tanto vale associarlo alla previsione Maya!

Ieri il Comitato “Grandi rischi” parlava di possibilità di verificarsi di altre scosse intense nei territori già colpiti…e quindi? E stamattina ha tremato il Friuli…e allora?

Purtroppo è noto che conviene spararle grosse. Se prevedo un terremoto fingendo o millantando competenze scientifiche ed invece sto solo contando su una botta di culo e ci azzecco divento immediatamente un luminare della sismologia internazionale e come minimo incasso subito bei soldi per le mie ricerche…se sbaglio amen, sarò stato uno dei soliti cazzari che finirà nella pattumiera dimenticato insieme al giornale vecchio. Le sparo grosse e me ne frego delle conseguenze sulla popolazione, più o meno quel che ha fatto ieri la commissione grandi rischi. Insomma la scommessa di Pascal applicata ai terremoti.

Vanno però compresi poveretti…Le dichiarazioni di ieri, riprese dal governo e sollevando il putiferio di polemiche che sappiamo sono umanamente comprensibili. Avranno evitato un’accusa ed un processo quale quello in atto contro la commissione che, nel 2009, non seppe prevedere il terremoto aquilanoniente di più ridicolo ed ingiusto. Ma è ovvio: i sismologi, i geologi, i tecnici insomma non riescono a fare previsioni? Incapaci. Ma certo: il mio medico mi dice che sono a rischio infarto e che faccio anziché controllare il colesterolo, smettere di fumare, mangiare sano e fare un po’ di moto? Lo denuncio per incapacità perché non sa prevedere quando avrò il coccolone…tzè

Come ho già scritto ai tempi del terremoto aquilano e come non mi stancherò mai di ripetere il terremoto non è prevedibile, al contrario dell’inettitudine e della imbecillità umana. Le case vecchie non messe in sicurezza (con fondi dei privati possessori) continueranno a crollare, gli edifici del patrimonio artistico non messi in sicurezza (con quali fondi? e da dove/cosa iniziare?) verranno giù come castelli di carta ma gli edifici di recente costruzione, le scuole, le caserme, gli ospedali, le prefetture e le fabbriche ed i loro capannoni non devono invece cedere alla prima scossa, cosa che puntualmente accade. Prima del 1976 in Italia non si sapeva neanche cosa fossero le norme edilizie anti sismiche e dopo non è cambiato granché affidandosi alla buona sorte ed alla protezione in stile partenopeo…a’ maronna c’accumpagne

Ogni volta come a Gemona ed a L’Aquila osserviamo affiancate palazzine esteticamente, e solo esteticamente simili, distante pochi metri l’una dell’altra l’una intatta e la seconda sbriciolata o danneggiata al punto da renderla comunque inagibile, da demolire. E la differenza sta solo nella prevenzione presente in una ed assente nell’altra; non quindi nelle chiacchiere sulle differenze del sottosuolo che era e rimane oscuro e sconosciuto.

In questo articolo, lungo ma esaustivo e preciso ma tutto sommato semplice da capire anche per i non addetti, un geologo serio e preparato mette parecchio ordine riferendosi al recente terremoto emiliano e ancora una volta evidenziando la bufala delle previsioni.

Con buona pace di Galileo, Newton, Darwin ed Einstein la scienza è una ma l’umanità è varia. Attendendo con ansia una notizia di correlazione tra terremoti e scie chimiche…non mi resta altro che ingoiare un altro boccone amaro!

Qui la traduzione del brano di Seneca

martedì 22 novembre 2011

Il 90 percento della Calabria è a rischio idrogeologico

Sono noioso e ripetitivo. Ma cosa posso farci se ogni qual volta leggo notizie del genere mi si accappona la pelle e il mio pensiero corre al martello da geologo accuratamente conservato in cantina e lo vedo calato con forza sul cranio di ogni singolo responsabile di questo stato di cose?
Quante volte ho ripetuto con maggiore o minore determinazione argomenti simili? Tante
Che noia che barba che noia
L'Italia che affoga
Disastri naturali. Vero e falso
Facile premonizione
Ma se ghe pensu
Che il 90 per cento del territorio calabrese sia a rischio idrogeologico lo sento dire dai tempi dell’università, a cavallo tra gli anni ‘70 e gli ‘80.
E così dopo qualche altro cadavere sommerso dal solito fango assassino, dopo i soliti calcoletti da ragioniere neo diplomato che riporta quante centinaia di milioni di euro CI costerà l’ennesima alluvione il solito ritornello.
Il resto è noia, nauseante noia.

sabato 5 novembre 2011

Ma se ghe pensu


Appena una settimana fa scrivevo un triste richiamo al necrologio di un anno fa.

Ed ecco che ancora una volta mi trovo a dover confrontarmi con l'incuria secolare che devasta il nostro paese.

Inutile polemizzare con una realtà edilizia che ha costruito laddove non era possibile, con la storia dei nostri borghi, paesi e città che risale spesso a responsabili così in là nel tempo da renderli ormai immuni e condonati né tanto meno pensare di abbattere interi quartieri per rifarli altrove.

Genova è stata strappata alle montagne nei secoli, coprendo od interrando torrenti e dimenticandosi della loro esistenza.

Ma soltanto un anno fa (vedi qui) è successo in scala neanche tanto ridotta rispetto a ieri che quelle stesse zone, quegli stessi torrenti, esondassero a seguito di un fenomeno meteorologico che gli esperti annunciano e di cui avvisano da almeno 10 anni. Alle nostre latitudini tra ottobre e novembre ormai non piove più come una volta ma arrivano quelli che definiscono splash bomb, dei veri e propri gavettoni in cui piove in un'ora sola tanta acqua quanta ne arriva mediamente in tutta la stagione!

E così quanto per un terreno naturale risulta difficile far defluire diventa impossibile laddove si sia cementato ed asfaltato, ed un torrente che gonfiando esonda è come esplodesse con una pressione devastante.

Ma tutto questo è (per me ed ormai per molti) tristemente noto e spesso su queste stesse pagine ho avuto modo di...bla bla bla bla...


Anche se dovrebbero non pretendo di ricordare l'alluvione del 1970 di Genova, come l'anziana signora genovese che invece la ricorda benissimo e che ogni volta che piove un po' più del solito non apre il negozio, né pretendo di avere idee per cambiare uno stato di cose ormai irrimediabilmente fottuto ma la prima considerazione che ho avuto subito ieri, alle prime notizie di quanto stava accadendo a Genova è questa...

CON UN ANNO DI TEMPO A GENOVA NON SI E' FATTO NIENTE!!!

domenica 30 ottobre 2011

Il ponte sullo stretto. Cronaca di una morte annunciata

Nel 1998 mi capitò di lavorare per una società che occupava degli enormi uffici multipiano qui a Roma: era la Società Stretto di Messina nata nel 1981 come concessionaria unica della progettazione e realizzazione del famoso ponte tra Scilla e Cariddi o giù di lì.

Già allora mi incuriosiva molto (anche come geologo ma non solo) e sinceramente nonostante l'idea risalisse ai tempi dell'unità d'Italia non se n'era mai parlato approfonditamente proprio perché tutto quanto ruotava intorno a questo progetto colossale restava avvolto nel mistero. E' molto interessante la storia di questo progetto (qui) ed istruttivo leggere proprio quanto i primi interessati dicano di questa cosa (qui).

Tutto questo finché Berlusconi fin dal suo primissimo ingresso in politica non fece di questo progetto un suo cavallo di battaglia, una delle sue promesse poi mancate, tra le tante nel mare di amnesia che colpisce spesso l'italiano medio(cre).

Pochi giorni fa pur di non rischiare di perdere la maggioranza in una delle ennesime votazioni la compagine governativa ha votato una mozione IdV apparentemente slegata ma che avrà ripercussioni notevoli anche sulla supposta e fantascientifica costruzione di questo megalite tecnologico: e così il ponte non si farà, ma non per ora o per questo decennio, probabilmente per questo secolo. E così ad iniziare da uno degli uscieri della società di cui s'è detto e finire col geometra del cantiere di posa del primo pilone a Reggio Calabria (aperto anni fa in deroga a tutto per far spostare i binari della SA-RG) questo oggetto dei desideri di Berlusconi ha fagocitato svariati miliardi di euro a vuoto. Per nulla. Pagati ovviamente da noi.

Non discuto la capacità tecnica e di progettazione ed anche di realizzazione italiane ma in un contesto quale quello nazionale dove le priorità sono ben altre il ponte risulta un orpello assolutamente inutile. Sarebbe stato anche bello da vedersi probabilmente, come possono esserlo altre opere del genere in Europa (Olanda o Danimarca per esempio); ma da quelle parti i servizi essenziali, le infrastrutture primarie, l'attenzione al welfare sono obiettivi prioritari sempre rispettati e soltanto DOPO i governi di quesi paesi si sono presi la briga di spendere soldi per ponti e ponteggi campando benissimo per secoli di traghetti!

Soltanto chiamando in causa ancora la geologia potrei poi rispondere che un'opera del genere dovrebbe essere destinata a durare almeno un millennio se non di più (come testimoniano le colossali opere del passato) ma con la Sicilia e la Calabria che slittano su due placche tettoniche distinte allontanandosi di diversi centimentri l'anno, con un progetto che ha omesso e ignorato clamorosamente gli aspetti macroscopici della regione parlando genericamente di faglie e in una zona dove nel 1908 si ebbe uno dei più violenti terremoti del XX secolo direi che mancano proprio i presupposti per poggiare i piloni di un ponte che è cosa ben diversa dalla gettata unica dei tralicci ENEL che portano energia alla Sicilia.

La mezza tonnellata di altre considerazioni negative è cosa facile: sociali, territoriali, ambientali, politiche e strutturali.

E quindi il miraggio di Berlusconi tra i tanti del famoso patto con gli italiani era, è e rimarrà tale.

Per fortuna.

Per approfondimenti anche questi articoli sono molto interessanti.

venerdì 28 ottobre 2011

Facile premonizione





Il 6 ottobre 2010 scrivevo:

"Ma che ve lo scrivo a fare? Forse è solo un ennesimo inutile promemoria a dimostrare, da qui al prossimo autunno, alla prossima ondata di pioggia più intensa del normale, che siamo alle solite cazzate.

Non serve neanche seppellire i morti ed aspettare la prossima: spesso ci ha già pensato il fango.

Ogni anno la Liguria affoga, ora qui ora lì, con le ennesime esondazioni dei torrenti o dei fiumi che vengono giù dritti verso il Mar Ligure."

E ancora oggi leggo titoli altisonanti ed usuali quali "FANGO ASSASSINO"...
Cazzate, un mare di cazzate. Soltanto questo ancora una volta sento e leggo.


bla bla bla...

E l'altra sera a Matrix m'è molto dispiaciuto sentire che anche Mario Tozzi ormai si è adeguato al sistema sparando altrettanto cazzate...




lunedì 25 aprile 2011

Altro che catastrofi naturali! Queste lo sono davvero!


Partiamo da qui e da notizie un po' più vecchie.

Non oserei nemmeno sognarlo che a direttore di un ente, piuttosto inutile direi, come il CNR (Consiglio Nazionale delle Ricerche) venga eletto un giorno Piergiorgio Odifreddi, sarebbe limitante ed offensivo per lui che ha ben altro da fare e potremmo rischiare di passare da un fondamentlismo all'altro , ma già Piero Angela pronto a passare lo scettro all'altresì bravo figlio Alberto sarebbe fantastico! E ci metto un'opzione di voto per Alessandro Cecchi Paone!

I discorsi nostri hanno a essere intorno al mondo sensibile e non sopra un mondo di carta diceva diversi secoli fa Galileo Galilei ed è inutile e noioso per me cercare di spiegare cosa siano la ricerca, il metodo scientifico visto che anche qualora avessi tempo per farlo alla maggioranza delle persone non basterebbe tutto il loro tempo per capirlo! Ai pochi suggerisco un bel libro che guarda caso si intitola "Il mondo di carta" di Enrico Bellone (Mondadori EST, 1976).

Purtroppo il mondo è diviso in razionali ed irrazionali, più o meno 30/70% e questa irrazionale maggioranza non capisce che giorno dopo giorno, secolo dopo secolo, stiano meglio proprio grazie al lavoro, spesso oscuro, dei razionali; e per questo la mia fatica andrebbe sprecata al 70%, decisamente troppo.

Ma se a questo si aggiunge che da inattesi ed inammissibili pulpiti personaggi come Roberto de Mattei, vice-direttore del CNR si mettano a sparare sentenze catto-popolari guidati dalla loro assoluta e fondamentalistica (cattolica appunto...che già la scelta di questo aggettivo per concilio dovrebbe far sospettare) la battaglia pur combattibile è persa a tavolino!

Un "de mattei" non deve e non può permettersi di sparare CAZZATE perché di questo si tratta! Posso anche rispettare il pensiero e la posizione teologica o spirituale volendo ma non posso assolutamente accettare un pensiero astrologico e cartomantico quale quello recentemente espresso da costui: un vice-direttore del CNR che si mette a dire e scrivere che terremoti, inondazioni, uragani e simili sono l'espressione del castigo divino.

A prescindere dalla cronaca delle fregnacce del De Mattei (la storia del terremoto di Messina del 1908, la teologia cristiana del castigo e della sofferenza per migliorarsi...mi chiedo se lo vedremo tra i battenti di Guardia Sanframondi) le dichiarazioni correttive sono quelle che rendono ancora più ridicola la notizia: il correre ad aggiustare il tiro da parte di Raniero Cantalamessa, nomen omen, portavoce, ops, predicatore del Vaticano che smentisce le affermazioni del De Mattei dicendo che non è vero.
Se c'è una cosa della dottrina cristiana che mi fa incazzare è proprio questa: quando accade qualcosa di benefico è opera divina e quando invece è una catastrofe non c'entra niente. Ma anche per le piccolissime cosucce terrene tipo quello che si schianta con la macchina e ne esce illeso è stata 'a maronna t'accumpagne mentre se ci schiatta non è punizione per i peccatacci, è che era ubriaco!
Comunque sia il correre ai ripari del predicatore è giustificabile anche considerando il fatto che prima dei vangeli così pieni di bontà la Bibbia è altrettanto piena di collera divina, catastrofi, eccidi e di un dio vendicativo e parzialissimo: o sei ebreo o crepa!

Comunque sia al Cantalamessa non è sembrato vero questo popo' di assist che gli ha passato il De Mattei ed è stato pronto ad ammonirci dicendo che comunque le catastrofi naturali siano di monito a ricordarci che per salvarci (da cosa?) tutta la tecnologia, il progresso e la tecnica (NdR: sempre di quel 30 a vantaggio anche del restante 70%) non bastano! Capirai, non gli sarà parso vero dare una botta antiscientifica di stampo oscurantistico.

Su una sola affermazione sono d'accordo: «La globalizzazione ha almeno questo effetto positivo: il dolore di un popolo diventa il dolore di tutti, suscita la solidarietà di tutti. Ci dà occasione di scoprire che siamo una sola famiglia umana, legata nel bene e nel male. Ci aiuta a superare le barriere di razza, colore e religione».

Ma per questo basta essere uomini e non necessariamente cattolici, scintoisti, ebrei, musulmani, induisti ecc ecc!

E visto che il De Mattei ha tirato fuori la minchiata dopo il terremoto giapponese mi chiedo che minchia c'entrino i giapponesi; e infatti non ce lo spiega considerando che l'unico rapporto tra giapponesi e cattolicesimo è dato dal merchandising che da qualche anno è stato tirato su per far soldi con la scusa del bambinello a Natale!

Ma De Mattei dov'era quando l'Aquila è venuta giù?

domenica 13 marzo 2011

Sol levante


Terribili giorni questi per il popolo giapponese che abbiamo subito visto ricacciare indietro le lacrime e con una compostezza che solo loro possono avere, rimboccarsi le maniche e guardare al domani con un commento più no comment di qualsiasi altro: "...ci sono stati morti, molti, che altro aggiungere" ha sancito categorico un anziano che girava tra il fango e le macerie di quel che era la sua città, il suo quartiere, la sua casa.

Per tutto il periodo di studi all'Università si citava spesso il Giappone, ancor più che la Califoria, come mirabile esempio della loro capacità di convivenza con la natura altamente sismica del territorio colonizzato da millenni; delle loro tecniche costruttive in cui professori raccontavano aneddoti di cene condite da tremori e scosse ma in ristoranti situati al trentesimo piano di grattacieli di Tokio o di Osaka costruiti per oscillare anche di diversi metri rispetto alla verticale e magari in grado di ricavare energia dagli enormi smorzatori posti alla loro base.

Poi arrivò il terremoto di Kobe nel 1995 e qualcosa colpì la nostra attenzione e cioè che il malgoverno e la corruzione potevano fare più vittime del sisma stesso quando le cosiddette norme antisismiche fossero violate se non peggio, come da noi in Italia, ignorate pressoché del tutto.

E come nel 1923 a Tokio o pochi anni prima a San Francisco dove fu più cruento l'incendio che non il sisma che colpì una città proprio all'ora di cena e con milioni di fornelli accesi in quelle fragili case di legno stavolta il maremoto, più noto come tsunami ha portato morte e devastazione ben oltre ogni limite atteso; e nipponica è la parola tsunami che significa "onda contro il porto".

Impreparati. E' l'attributo che si sente più spesso in queste ore citare anche dalle stesse fonti giapponesi.

Gli effetti sugli edifici(*), persino quelli in legno e soprattutto quelli vitali e pubblici come scuole ed uffici, hanno ampiamente dimostrato che non erano affatto impreparati. Ma se per caso si può essere impreparati ad un terremoto di magnitudo 9 (valore ufficiale di oggi alle 11, ora italiana) come prepararsi a qualcosa la cui potenza non era mai stata registrata prima ed i cui effetti mareografici sono assolutamente inimmaginabili ed incalcolabili?

Lo abbiamo visto tutti: i giapponesi restare calmi, reagire senza panico, adeguarsi alle istruzioni delle centinaia di esercitazioni che fanno fin dall'asilo ovunque ed indipendentemente dall'età; abbiamo visto i grattacieli oscillare e la gente continuare a restare all'interno delle proprie case e degli uffici, considerati sicuri da chi sente tremare la terra diverse volte al mese in quasi tutto il Giappone. E tutto questo nonostante la terra sia mancata sotto i loro piedi per 120 secondi, tanto è durata la prima scossa: un valore enorme ed i cui effetti psicologici sono imprevedibili!

Ma come potersi dire preparati allo tsunami che con onde di altezza variabile da 2 a 10 m (un palazzo di tre piani!) e con velocità iniziali variabili da 500 a 1000 km/h si è abbattuto su centinaia di km di costa spesso a pochissimi minuti dall'evento sismico? Le sirene hanno suonato, gli altoparlanti impartito istruzioni ma non abbastanza in tempo. Onde per cui 2 metri d'altezza già hanno effetti devastanti che si abbattono con pressioni di migliaia di tonnellate per metro quadro su coste spesso pianeggianti con conseguenze a cui non si può essere affatto preparati.

Provate ad immaginare cosa voglia dire andare domani a fare un giro tra Sperlonga e Santa Severa, o tra Cesenatico ed il Lido di Ravenna e non trovare più nulla per una decina di km all'interno se non fango e devastazione. Questa è buona parte della costa orientale giapponese oggi.

Scrivevo prima come questo terremoto abbia fatto registrare un valore di magnituto mai registrato finora. I valori della cosiddetta scala Richter non hanno ahimé un limite superiore perché partono da valori superiori allo zero come intensità sismiche minime misurabili dagli strumenti più sensibili e crescono ad incrementi esponenziali su base logaritmica: ovvero passare da magnituto 1 a 2 significa incrementare di 10 volte l'energia rilasciata, da 1 a 4 di 1000 volte e così via. Magnitudo 9, a conti fatti qualcosa come 30000 volte più forte dell'energia rilasciata dal nostro recente, ma non certo ultimo, terremoto nazionale nel 2009 in Abruzzo.

Ma il popolo del Sol Levante saprà sollevarsi ancora e soprattutto presto e bene, dignitosamente e silenziosamente riconoscente di tutto l'aiuto che ognuno di noi potrà dar loro, anche fossero gocce nell'Oceano; testimonianza che ormai, in questo nostro attuale ed unico mondo, non esiste più il concetto di lontano, di antipodi o di retaggi dei tempi in cui comunicare significava mandare una lettera dall'altra parte del mondo. Il Giappone è dietro l'angolo.

Molto tempo fa ho già scritto di come tutto quanto accade sia assolutamente indifferente alla nostra presenza, di come la Terra -e probabilmente milioni di altri pianeti- si modelli a fronte di equilibri tra inimmaginabili forze endogene ed esogene in attesa di essere vaporizzata dalla trasformazione in supernova del Sole.

Ed è fin troppo facile, inutile e sciocca retorica, ribadire come la situazione del nostro paese, anche se non grave come intensità (ma solo storicamente e statisticamente registrate!) lo è per lo stato delle proprie costruzioni "moderne" che persino in quelle zone a più alto rischio sismico, è del tutto inadeguato e terribilmente mortale.

E null'altro è possibile se non, come i giapponesi, come i californiani, adeguarsi fatalisticamente all'attesa del big one o di dozzine di altri eventi minori ma altrettanto devastanti che nulla hanno insegnato a chi avrebbe semplicemente adottare la logica di chi vive in un territorio a rischio come il nostro.



(*) non mi riferisco qui a quanto accaduto alla centrale nucleare di Fukushima e forse a qualcosa di cui si parla in queste ore su quella di Miyagi che non sembrano affatto relazionati direttamente all'evento sismico pur essendo ovviamente estremamente alta la pericolosità delle situazione.