venerdì 8 luglio 2022

Nanomacchine, evoluzione…e la Microsoft!

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Cosa avrà mai a che fare la Microsoft con un argomento di biologia, di biochimica? Lo vedremo tra poco.

L’ambiente in cui vivono gli organismi è in continuo cambiamento.

Questo è il motivo per cui, osservando l’evoluzione delle componenti molecolari fondamentali alla base della vita, e per estensione i loro prodotti, gli organismi viventi, o se volete l’evoluzione stessa delle specie, si incontrano spesso strutture imperfette, frutto più dell’assemblaggio di pezzi presi da quanto a disposizione, riciclando o riadattando come si fa nel bricolage. Non è perfetto, la perfezione non è di questo mondo qualcuno direbbe, il falegname sotto casa mia con 50 € l’avrebbe fatto meglio, un ingegnere avrebbe certamente scelto altro, ma…funziona! E la differenza tra funzionare o meno in questo caso, potrebbe essere quanto porta alla sopravvivenza di un organismo, di un’intera specie, della permanenza della vita stessa.

clip_image004Se pensiamo a quei meccanismi molecolari (nanomacchine, così gli scienziati definiscono i complessi meccanismi molecolari fatti per lo più di proteine, elementi vari, complessi molecolari e acidi nucleici) che sono comuni a qualsiasi organismo vivente, e che da almeno 3,5 miliardi di anni non sono cambiati, possiamo intuirne il perché: un cambiamento deleterio comportante la perdita di funzionalità della struttura biochimica, avrebbe comportato la scomparsa di intere linee di viventi, o dell’intera vita stessa. Soltanto poche nanomacchine fondamentali sono presenti in qualsiasi cellula di qualsiasi forma di vita del pianeta e lo sono da miliardi di anni, dai batteri primitivi (Archea), con un antenato comune tra questi e le cellule eucariote, fino alle balene, dai batteri fotosintetici alle sequoie. E tra queste nanomacchine possiamo senza dubbio alcuno annoverare quanto necessario a svolgere i processi di fotosintesi (non solo quella più nota con produzione di ossigeno come sottoprodotto) e quanto compete alla produzione della moneta energetica di ogni cellula, della vita stessa (ATP, Adenosin trifosfato, prodotto sia nei ribosomi che durante i processi fotosintetici).

clip_image006Stime recenti ci dicono che nel mondo biologico a noi conosciuto esistono qualcosa come 60-100 milioni di geni diversi (finora ne sono stati codificati con un lavoro enorme circa 25 milioni). Di questi, si stima che soltanto 1500 siano i geni essenziali per la sintesi di queste nanomacchine fondamentali. Forse è una stima troppo prudente ma quand’anche fosse 10 volte superiore ciò significherebbe che soltanto lo 0,0015-0,0025 percento contiene informazioni fondamentali per la vita mentre il restante 99,98 percento contiene informazioni specifiche e soprattutto può mutare senza conseguenze catastrofiche e possono evolvere. Se invece un gene essenziale mutasse o andasse perduto la conseguenza sarebbe una sciagura perché, a meno che non si evolvesse rapidamente un sostituto per la nanomacchina perduta, la perdita di un gene essenziale potrebbe togliere dalla circolazione diversi elementi chiave per la vita: altro che estinzione di massa!

Torniamo alla mutevolezza dell’ambiente ed alle sue conseguenze.

Un malinteso molto diffuso riguardo all’evoluzione per selezione naturale è quello che porta a pensare che, operando nell’arco di milioni di anni, questa porti ad ottimizzare i processi che consentono agli organismi di sopravvivere e riprodursi, che esista, in altre parole, un progresso, una tendenza verso qualcosa. Nulla di tutto ciò: l’evoluzione è cieca, e paziente soprattutto, considerando l’enorme inimmaginabile quantità di tempo a disposizione.

Una delle prove della completa mancanza di progresso evolutivo come conseguenza dell’evoluzione, dell’assenza di causalità se volete, è data anche dall’analisi del modo in cui le strutture molecolari fondamentali siano state mantenute e oggetto di piccoli aggiustamenti in corso d’opera sfruttando al massimo il materiale a disposizione, senza reinventare né tanto meno riprogettare nulla di nuovo.

clip_image008Una delle proteine fondamentali della fotosintesi, ad esempio, derivata più o meno senza modifiche da quella usata dai cianobatteri, che svilupparono la fotosintesi e che operavano ed operano in assenza di ossigeno; in presenza di questo gas invece, quindi nella pressoché totalità dei casi, va letteralmente distrutta dopo circa 10.000 utilizzi, ovvero dopo esser passata attraverso 10.000 elettroni staccati ad atomi di idrogeno da parte di altrettanti fotoni: il tutto in una mezzora. L’evoluzione, contrariamente a quanto ci si aspetterebbe, anziché sviluppare una proteina diversa e funzionante ha sviluppato un complicato meccanismo di riparazione che, individuata la proteina danneggiata, la rimuove e ne inserisce una nuova nel “buco” rimasto. Insomma, è come se viaggiando in auto doveste portarvi dietro una squadra di meccanici che ogni 10.000 giri di ogni ruota ve la sostituiscano con una nuova…in corsa!

Questi complicatissimi meccanismi di riattamento, di bricolage appunto, ricordano da vicino l’enorme spreco di risorse rispetto al risultato delle complicaclip_image010te macchine che Willy il Coyote attrezza nel tentativo di catturare l’imprendibile Beep Beep: con una differenza, Willy finisce sempre per provocare catastrofi a suo danno mentre in biologia non saranno perfette, ma funzionano, e lo fanno da miliardi di anni nel caso delle strutture fondamentali.

Il metodo usato dall’evoluzione se volete ricorda da vicino quello che la Microsoft ha utilizzato per decenni, e tuttora utilizza in parte, per il proprio sistema operativo. La sua prima versione operava per determinati tipi di processori della Intel e l’ambiente di questi ultimi era, ed è, in continua evoluzione, con cambiamenti che avvenivano a ritmi insostenibili per chi avesse voluto ogni volta riprogettare un sistema operativo ex novo. E così la Microsoft scelse, fin dall’inizio, di aggiungere un numero crescente di codici di programmazione, preferendo aggiornare il software anziché riprogettarlo. Il risultato è certamente qualcosa di non super efficiente o super veloce, sicuramente ridondante e macchinoso, ma funzionante! Analogamente la natura, in un ambiente in continuo ed imprevedibile cambiamento, anziché riprogettare le nanomacchine da zero, ricicla vecchi macchinari e li modifica in misura lieve o sviluppa un insieme di nuove componenti che facilitino il funzionamento degli organismi in un ambiente sempre mutevole. In pratica è come se la natura aggiungesse nuovi codici di programmazione alle macchine evolute in precedenza.

clip_image012Un ultimo esempio, sempre relativo a qualcosa appartenente a quelle circa 1500 strutture fondamentali che da miliardi di anni consentono l’esistenza della vita stessa sulla Terra, è quello relativo ad un’altra proteina dal tipico nome complicato: ribulosio bisfosfato carbossilasi/ossigenasi (RuBisCO). Molto semplicemente è la proteina responsabile della fissazione del diossido di carbonio, CO2, (nota anche col nome di anidride carbonica) in tutti gli organismi fotosintetici aerobi (in ambienti con ossigeno) ma anche nei batteri chemioautotrofi, ovvero quei batteri in grado di sintetizzare nutrienti da composti come ioni ammonio, acido solfidrico o metano. Insomma è la proteina più abbondante della Terra e la responsabile della produzione della maggior parte della materia cellulare: ma in quanto a funzionamento lascia molto a desiderare.

La sua struttura è abbastanza semplice essendo formata da due subunità che interagiscono tra loro. Quando funziona correttamente estrae CO2 presente nell'acqua sottoforma di gas disciolto e ka aggiunge ad uno zucchero con cinque atomi di carbonio dotato di due «maniglie» di fosfato (ribulosio difosfato), formando due molecole identiche con 3 atomi di carbonio. E' questa senza dubbio la più importante reazione biochimica che ha luogo sulla Terra, nonché il primo passo nella produzione fotosintetica del 99% circa della materia organica su cui si basa la vita delle restanti forme biologiche. Tutti gli animali, esseri umani compresi, devono la loro esistenza alla RuBisCo.

Come altre proteine implicate nei processi fotosintetici, anche la RuBisCO si è evoluta molto prima della comparsa dell'ossigeno libero nell'atmosfera terrestre, in un periodo in cui le concentrazioni di diossido di carbonio erano molto superiori alle attuali e, in tali condizioni la proteina funziona molto bene. In presenza di ossigeno però, l'enzima scambia spesso l'ossigeno per diossido di carbonio per quanto la cosa possa apparire strana, visto che le due molecole sono strutturalmente diverse. Ogni volta che accade la RuBisCO incorpora ossigeno e non produce nulla di buono, e questo accade circa il 30 percento delle volte nella maggior parte delle piante, con un enorme spreco di energia. A ciò si aggiunga che questo complesso è molto lento, un prodotto con frequenza di 5 volte al secondo; persino rispetto alle RuBisCO evolutesi recentemente e più efficienti ci sono nelle cellule nanomacchine velocissime ed estremamente più rapide nella generazione del loro prodotto.

Ancora una volta la causa principale di questa apparente anomalia sta nella modalità specifica in cui opera l'evoluzione per selezione naturale. Anziché reinventare o riprogettare da zero, a rischio di fallire, un nuovo complesso molecolare si continua a sistemare o utilizzare quanto a disposizione. Purché funzioni!

Soprattutto se, come nel caso della RuBisCO, questa appartenga a quelle circa 1500 nanomacchine fondamentali, presenti da miliardi di anni, che non sono cambiate e tuttalpiù modificate in corso d'opera riadattando il materiale a disposizione.

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La sostenibilità non è un fatto personale

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Prendendo spunto da un post mi sono tornate alla mente alcune vecchie considerazioni.

E’ il solito discorso sulla sostenibilità scaricata sul singolo. In molti, e in malafede, spostano l’attenzione dall’inadeguatezza strutturale del sistema alla responsabilità del singolo individuo; continuamente ci si sente dire cosa può e deve, ognuno di noi, fare per l’ambiente. Ma non sarà il comportamento virtuoso del singolo a cambiare le cose. Certo le iniziative green che ognuno di noi può permettersi di intraprendere, comprese quelle che comportano un sovrapprezzo per chi può sostenerlo, vanno incoraggiate, meglio ancora incentivate e mai criticate. Ma le scelte individuali, da sole, non saranno mai la soluzione per affrontare né la crisi climatica, né la siccità e neppure il sovraccarico di spazzatura di Roma!

Il nostro destino non è modificabile dalle scelte che si fanno al reparto bio di un supermercato o nell’adozione di una pompa di calore o di un pannello fotovoltaico sul tetto di casa. O evitando i concerti di Jovanotti.

Sono certamente passi lodevoli e forse anche utili ma se qualcosa cambierà sarà solo perché è stato modificato il sistema. E non a prezzo di utopiche decrescite felici, inesistenti fantascientifiche chimere, perché se per un cittadino del mondo occidentale una ancorché minima decrescita comporterebbe il rinunciare a qualche kWh al mese o pagare di più per mantenerlo, per un abitante del Mozambico o di Haiti potrebbe voler dire avere o non avere la luce in casa se non addirittura vivere o morire. Semplice a dirsi il cambiamento non è rinunciare all’energia, ma cambiare alla radice il modo con cui è prodotta.

E questo, per quanto paradossale possa apparire, vale anche per quello che ti dicono, riferendosi ai migranti o ai profughi, “perché non te lo prendi a casa tua?”.

Per lo stesso motivo per cui non guido l’ambulanza da solo per portarmi al pronto soccorso.

E, per tornare al post che mi ha inspirato, non sarà tirando lo sciacquone una volta su 10, non lavarsi o cambiarsi le mutande una volta a settimana ad evitare la siccità, soprattutto quando gli impianti idrici perdono per strada il 40 percento di acqua ogni anno.

martedì 21 giugno 2022

ENSO - El Niño Southern Oscillation

Dopo la lettura di un articolo di Nature portato alla mia attenzione in risposta ad un post dell’amico Aldo Piombino, ho voluto approfondirne un aspetto in particolare.

L’articolo in sé non dice molto se non mettere in evidenza come pare ci sia un modello che evidenzia comeil frequente verificarsi di eventi “El Niño” del Pacifico centrale ha svolto un ruolo chiave nel rallentamento del riscaldamento della Groenlandia e forse nella perdita di ghiaccio marino artico. Ma, lasciatemi un margine di dubbio, nello stesso articolo leggo anche che «Questo riscaldamento dell'Artico non uniforme può essere attribuito alla variabilità naturale, piuttosto che alla forzatura antropogenica, sebbene la maggior parte dei modelli climatici non sia in grado di simulare ragionevolmente la variabilità naturale non forzata sulla Groenlandia». Sebbene…

Mentre questo modello potrebbe essere fallace, pur con i loro limiti non lo è la media delle centinaia di profilazioni e modellazioni fatte in decenni e che, contrariamente a quanto è stato detto in queste pagine, non è vero che IPCC tenda a sovrastimare, anzi, è
esattamente vero il contrario. E tornando ai modelli ricordo che la climatologia è scienza difficile, visto che i modelli che si creano, anche quelli per fare le previsioni che inondano con centinaia di fonti, telefonini e smartwatch, funzionano al contrario e senza entrare nei dettagli, facendo "previsioni sul passato".

Ma tornando a El Niño, o meglio a ENSO, «El Niño Southern Oscillation» su questo vorrei spendere più che qualche parola perché è una delle prove di quanto possa essere complesso lo studio di fenomeni climatici globali, studio in grado comunque di produrre evidenze e certezze.

Questo fenomeno è quanto di meglio si possa avere sottomano per effettuare un vero e proprio esperimento planetario ed analizzarne i risultati, proponendo modelli. Ed è, soprattutto, uno degli strumenti naturali a disposizione che possano metterci in grado di capire quanto possa essere delicato, interconnesso per vie ancora da esplorare, relazionato indipendentemente da latitudini e longitudini, il sistema climatico mondiale, e quanto sia ogni sua variazione, globale!

L'ENSO del 2010 provocò fenomeni meteorologici estremi pressoché contemporaneamente negli Stati Uniti centro-occidentali (Tennessee e Kentucky) e Pakistan. Un'origine nel Pacifico Equatoriale ed effetti così lontani.

I livelli raggiunti sia dal fiume Cumberland che dal Tennessee batterono ogni record. Ci furono ventisei vittime, per lo più a causa di inondazioni improvvise di torrenti e altri corsi d'acqua nei bacini sottostanti. Più il fiume non riusciva a contenere l'acqua che continuava a cadere dal cielo, più le sale da concerto, gli impianti sportivi, le aziende e le case di Nashville si ritrovarono coperti di acqua e fango.

Ma fu poca cosa rispetto a quel che accadde in Pakistan.

Alla fine di luglio del 2010 fu catastrofe. Due dighe, quella di Tangala e quella di Mangia, rappresentavano tutto lo stoccaggio disponibile sui principali affluenti dell'Indo. Il resto era fuori controllo. Le inondazioni imperversarono lungo tutto il bacino dell'Indo trascinando con sé migliaia di vite. I fiumi Kabul e Swat ruppero gli argini. Centinaia di persone morirono a causa delle inondazioni che seguirono. Le frane devastarono il nord-ovest del paese. In centinaia persero la vita.
Un quinto del Pakistan finì sott'acqua. Il 29 luglio la situazione aveva raggiunto una gravità senza precedenti. Il 31 luglio l'ONU dichiarò quelle inondazioni le più gravi a memoria d'uomo. Nella prima parte di agosto, quando le acque si ritirarono, fu possibile valutare l'entità del disastro. Erano morte quasi 2000 persone, e in venti milioni avevano bisogno di un rifugio, di cibo e di cure, più che durante lo tsunami indiano nel 2004, i terremoti del Kashmir nel 2005 e di Haiti nel 2010 e il ciclone Nargis del 2008 messi insieme.

Dai tropici alle medie latitudini l'umidità non si sposta uniformemente. Le immagini satellitari a microonde mostrano che spesso essa viaggia come lunghi filamenti d'aria di alcune centinaia di chilometri di ampiezza, a volte intorno a sistemi meteorologici che si estendono per alcune migliaia di chilometri. Questi fiumi atmosferici sono grandi. Da cima a fondo, uno di questi corsi d'acqua nel cielo può trasportare tanta acqua quanta il Rio delle Amazzoni, o dieci volte quella del Mississippi.

Il sistema climatico sta cambiando. È probabile che possa cambiare molto al di là dell'esperienza recente, grazie all'impatto della modernità sulla chimica dell'atmosfera. L'iniezione di anidride carbonica, pardon, di diossido di carbonio (sono anziano e mi scappa di chiamarla ancora anidride carbonica) derivante dall'uso dei combustibili fossili e la trasformazione del paesaggio su una scala senza precedenti hanno entrambe avuto un impatto significativo sul bilancio energetico del pianeta.

È ancora troppo presto per comprendere appieno la portata della sfida di un clima che cambia. Occasionalmente, tuttavia, il sistema climatico propone un esperimento naturale che permette di intravedere ciò che potrebbe avere in serbo. Il 2010 fu un anno di ENSO particolarmente forte. L’ENSO è un fenomeno quasi periodico per cui le calde acque del Pacifico equatoriale ad una profondità di qualche centinaio di metri oscillano da est a ovest dal Perù all'Australia e viceversa come una gigantesca altalena, per un periodo che va dai tre ai cinque anni. Il fenomeno si manifesta maggiormente sulla superficie dell'oceano: durante lo stato freddo chiamato La Niña, le acque più fredde e profonde raggiungono la superficie nel pacifico orientale mentre le acque calde si accumulano a ovest; Durante lo stato opposto quello caldo o El Niño, si trovano di nuovo verso est. L’ENSO è uno dei segnali naturali più importanti e misurabili del sistema climatico. il caso vuole che sia anche un perfetto esperimento naturale in grado di spiegare ciò che accade quando il sistema climatico cambia nel corso di più anni.
Durante la fase fredda, La Niña stabilisce un forte gradiente di temperatura sulla superficie dell'oceano dal Perù all'Australia. Non dovrebbe sorprendere che una zona anomala di temperatura fredda a cavallo dell'equatore, nell'oceano più grande del pianeta, stimoli una reazione nell'atmosfera. Ha anche un impatto profondo sulla distribuzione dell'acqua in tutto il globo. Durante una tipica La Niña, le precipitazioni aumentano nell'Asia meridionale in alcune aree degli Stati Uniti. Quei cambiamenti, a loro volta, interagiscono con altri fenomeni meteorologici a breve termine traducendo una miriade di eventi anomali e localizzati che dappertutto mettono alla prova la resilienza delle comunità.

domenica 20 febbraio 2022

La metafora del rogo

Da ragazzino e da adolescente, come tanti della mia generazione, ho vissuto quasi con rassegnata indifferenza, o con incosciente presunzione, un periodo in cui i capi di stato delle cosiddette superpotenze avevano a disposizione un potenziale distruttivo tale da destinare la Terra ad un mortale inverno nucleare e oggi la situazione è persino peggiore, essendo aumentate le nazioni che detengono armamenti nucleari. Come potrà la stessa umanità rendersi conto di ciò che si sta preparando ed attuando, giorno dopo giorno, da qui a 30, 50 o 100 anni? E se un secolo vi sembra chissà quanto tempo pensate ai vostri nonni e ai vostri nipoti, e quel secolo l'avrete abbondantemente coperto con persone con cui siete stati, siete o sarete in relazione.

Ma possiamo farcela.

Ça va sans dire, più che efficaci termini francesi per un caso francese, è di ieri la notizia della débâcle della grandeur della Francia di Macron in Mali. Sarà l’invasione dell’Europa gridano già le destre. Senza avere la minima idea di quel potrebbe accadere in termini di migrazioni incontenibili di centinaia di milioni di profughi climatici. In queste poche pagine non voglio affatto alimentare la paura o dipingere scenari catastrofistici ma è paradossale che il problema non potrà essere risolto finché tutti non lo avranno considerato un problema, noto quindi non solo la comunità scientifica che ce lo sta dicendo da decenni! Che ci aveva avvisato per tempo ma che, probabilmente, non ha saputo trovare le parole giuste per far sì che un rumore di fondo, un fastidioso ma innocuo debole acufene, simile a quello del timore di una guerra atomica della mia gioventù, diventasse invece un fragoroso e intollerabile rombo continuo!

Possiamo ancora cambiare direzione, non dobbiamo lasciarci andare alla disperazione, al cinismo e alla rinuncia né tanto meno al negazionismo: chi ancora oggi nega i cambiamenti climatici causati dall’uomo lo colloco direttamente, senza appello né dialogo, con i terrapiattisti, i novax e quelli che l’uomo sulla Luna era finto: inutili idioti.

Possiamo farcela.

E’ stato calcolato che per creare un nuovo sistema energetico globale, nel corso dei prossimi decenni, e tanto è il tempo rimastoci, occorrerebbe investire il 2-2,5 percento del PIL mondiale: sembra una percentuale sorprendentemente bassa e proviamo a contestualizzarla. La quota media europea destinata alla ricerca scientifica è pari al 2 percento del PIL. Per affrontare la Seconda Guerra Mondiale la Gran Bretagna utilizzò il 50 percento del suo PIL. Per mandare 4 uomini sulla Luna gli Stati Uniti per dieci anni hanno devoluto il 2,5 percento del loro PIL. A livello mondiale il contributo delle spese per la difesa ammonta a circa il 2,5 percento del PIL[1]. E non esiste esercito in grado di difenderci dalle conseguenze dei cambiamenti climatici.

Dobbiamo farcela. L’alternativa è un immenso, invisibile rogo.

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Siamo convinti che il fondamento della società sia il pensiero politico, ma se andiamo ad approfondire, da non moltissimo tempo, quanto basta per mettere in fila una manciata di generazioni, alla base di tutto c’è la produzione di energia. L’era, o la parte di questa, che più di qualcuno ha deciso meritasse un nome proprio: Antropocene. E produrre energia serve poi a trasferirla tra sistemi diversi, con lo scopo, come ci insegna la fisica senza entrare nei dettagli, di generare forze, lavoro insomma, con inevitabile produzione di calore.

Antropocene. Quando inizia? Nel 1945 con i risultati delle ricerche di Oppenheimer ed i suoi 10.000 scienziati riuniti nel deserto del New Mexico? O sarebbe meglio spostare ancora più indietro lo spartiacque geocronologico? Senza arrivare ai tempi del controllo del fuoco o della diffusione delle pratiche agricole a me piace collocarla nella seconda metà del XVIII secolo. Quando, nel 1765, un ingegnere scozzese, James Watt, potenzia e migliora, col suo regolatore centrifugo ed altre modifiche sostanziali (r. di Watt), il motore a vapore, figlio di tanti ingegni che vi si erano applicati in precedenza.

E da allora la produzione energetica è cresciuta a ritmi esponenziali, e più se ne aveva più se ne produceva, con un ciclo a feedback positivo che sembrava non avesse fine. Bruciare, produrre, produrre, bruciare.

Non a caso qualcuno ha coniato il nome di un nuovo periodo geologico: il Pirocene.

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Qualche decennio fa ricordo dibattiti da cui scaturivano previsioni sulla fine dei combustibili fossili sulla Terra, sull’esaurimento di carbone, petrolio e gas naturale; oggi sappiamo che, per quanto riguarda il petrolio, stando alle conoscenze attuali sulla posizione di nuovi giacimenti e con i tassi di consumo attuali saremmo coperti per almeno un altro mezzo secolo: 50 anni, il 2070, non è poi così lontano in termini di generazioni, un nipote ed un pronipote per chi è nonno oggi. Non sto dicendo che il petrolio finirà tra 50 anni, magari verranno fuori nuovi giacimenti o si scoprirà d’aver sottostimato gli attuali, sto dicendo che questo è il punto di riferimento. O magari finirà prima in un ultimo devastante rush finale.

100 milioni di barili di petrolio, tanto bruciamo ogni giorno nel mondo: 36,5 miliardi di barili ogni anno.

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Dipendiamo dall’energia fossile. Circa l’80 percento del consumo totale di energia del mondo viene da fonti fossili, petrolio, carbone e gas naturale. E per quanto nel futuro la percentuale derivante dalle cosiddette «energie rinnovabili[2]» sarà sicuramente maggiore, non è possibile pensare di smettere da un giorno all’altro di dipendere dalle fonti fossili: sarebbe come pensare di poter fermare un treno in corsa con una mano, un’idea irrealistica, talmente utopica da essere ormai parte del mondo delle ideologie; pensare di sostituire dall’oggi al domani le fonti energetiche attuali con qualcos’altro porterebbe al collasso della società.

Quindi iniziamo a pensare fin d’ora che per transizione energetica va inteso il periodo di tempo che servirà per passare da fonti prevalentemente fossili ad un mondo, perché se mondo non fosse sarebbe quasi inutile, basato su fonti sostenibili e rinnovabili. E mi fermo qui: non è delle alternative che voglio scrivere.

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E’ a Watt che voglio tornare. Quando Watt accese il motore a vapore la concentrazione di CO2 in atmosfera era di 280 ppm. Oggi è arrivata a 415 ppm, il valore più alto mai registrato in 3 milioni di anni! E per chi si è posta la domanda, soprattutto i negazionisti, «…e allora i vulcani?» risponderò subito che è stato già calcolato che il contributo annuale di tutta l’attività vulcanica della Terra è pari a circa 200 milioni di tonnellate di CO2, mentre l’attività umana ne produce qualcosa come 50 miliardi di tonnellate l’anno (Gton)! 36 per i più ottimisti, che, pur essendo un dato sottostimato resta un’enormità.

Per avere un metro di paragone con il vulcanismo, circa 65 milioni di anni fa, per 30.000 anni di seguito, una regione dell’attuale India e che allora stava da tutt’altra parte, ha eruttato e deposto basalti senza tregua (500.000 kmq con spessore medio di 2 km), alterando così tanto il clima del pianeta da contribuire in grande misura, insieme al famoso impatto dell’asteroide, all’ultima estinzione di massa occorsa sulla Terra, quella tra Cretaceo e Paleocene. Ultima? Se escludiamo quella in corso. Ma questa è un’altra storia, anche se direttamente legata ai cambiamenti climatici d’origine antropica.

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Bruciando centinaia di miliardi di tonnellate di carbone e petrolio quell’enorme quantità non è svanita nell’aria, evaporata, ma è diventata diossido di carbonio, anidride carbonica come si diceva un tempo.

Tornando al paragone col vulcanismo delle 50 Gton/anno (Gton, Giga-tonnellata, un miliardo di tonnellate) non vediamo né fuoco né fumo, contrariamente anche ad un solo vulcano, in grado di preoccuparci e spaventarci. Nel 2010 il vulcano islandese dall’impronunciabile nome, Eyjafjallajökull, eruttò fermando per una settimana tutto il traffico aereo europeo, con un rilascio di CO2 che arrivò ad appena il 40 percento di quello che lo stesso traffico produce quotidianamente! Un vulcano ambientalista insomma! Con due semplici calcoli si scopre che le emissioni antropiche quotidiane corrispondono a 600 Eyjafjallajökull che eruttino senza sosta ventiquattrore al giorno per tutto l’anno.

Il vulcano siamo noi.

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Quando le notizie di cronaca ci riportano le immagini di un deposito di carburante, una petroliera, un impianto di produzione in fiamme, non ci soffermiamo a pensare che era comunque destinato a bruciare, non tutto insieme e nello stesso posto. Quel che invece quotidianamente bruciamo non lo vediamo. Non vediamo il fuoco e molto raramente vediamo direttamente il carbone o il petrolio. Ogni volta che prendiamo un aereo non abbiamo idea di che razza di falò potrebbero scatenare 20 tonnellate di benzina avio. Facciamo il check-in per il bagaglio ma non per il barile di petrolio (circa 160 litri) che ci portiamo dietro e che occorre bruciare per ogni passeggero che compia un volo entro i confini europei. Non scompare: 160 litri di petrolio, tra ricerca, produzione, prodotto, trasporto, distribuzione e consumo diventano 350 kg di CO2, 50 tonnellate per 150 passeggeri.

Sarebbe istruttivo visualizzare la catasta di barili di petrolio che ognuno di noi usa nel corso della vita, e se 100 barili in giardino (200.000 km con un’automobile di media cilindrata) vi sembrano pochi pensate a quanto grande possa essere il rogo che produrrebbero se bruciati in un sol colpo. Sto pensando al giardino di un tassista!

Paghiamo per l’energia, per averne, ma ad oggi non paghiamo per le conseguenze di aver rilasciato tutto quel CO2 in atmosfera; e non pagare non è un’opzione. Se non lo facciamo adesso lo faranno le generazioni future, a caro prezzo. E la domanda è: quanti di noi sono davvero disposti a pagare il green premium? Il sovrapprezzo che occorrerà, volenti o nolenti, pagare per ottenere energia che non rilasci gas climalteranti[3]?
Proprio in questi giorni le cronache ci ricordano che le bollette stanno subendo aumenti mai visti in precedenza, nemmeno al tempo della crisi petrolifera degli anni ’70, e i governi stanno correndo ai ripari per evitare ai cittadini stangate micidiali all’economia, già provata da due anni di pandemia. E chi correrà ai ripari quando sarà la normale produzione energetica a dover costare di più affinché ogni singola tonnellata di CO2 rilasciata venga compensata ma soprattutto quando finalmente saranno avviati gli impianti di cattura e stoccaggio per centinaia di miliardi di Gton già rilasciate e che, abbassando a 280 ppm, valori preindustriali, si scongiuri o si mitighi in maniera importante l’effetto del riscaldamento globale. O chi pagherà per i necessari investimenti in tema di energia da fonti nucleari? Nel 2018 il rapporto sul clima del
IPCC lo aveva avvisato a lettere cubitali: le conseguenze di un aumento di temperatura media superiore ad 1,5 °C sarebbero disastrose.

In un articolo recentemente comparso su "Scientific American" si evidenzia come i climatologi sottovalutino la gravità e la velocità dell'emergenza climatica per evitare di sbagliare ed essere messi alla berlina dai negazionisti e spesso i rapporti ufficiali tendono a sottovalutare i potenziali pericoli climatici: è eccesso di prudenza forse, ma che resta comunque uno dei pilastri del metodo scientifico, non sinonimo di ignoranza.

Ciò significa che se gli scienziati prevedono un aumento della temperatura media del pianeta di 2 gradi, significa che sarà almeno 2 gradi! E allora, se un prudentissimo IPCC ha sottolineato di recente l'urgenza di limitare a 1,5 °C rispetto a 2 °C riflettiamo sul significato perché, quel mezzo grado, rappresenta una differenza enorme in termini percentuali e delle sue conseguenze!

12 miliardi di tonnellate di petrolio, carbone e gas ogni anno diventano 50 Gton di CO2 equivalente, sempre considerata l’intera filiera. Spegnere tutto entro il 2050? Impossibile. Impensabile. Dobbiamo comunque essere grati alle fonti energetiche che finora, così abbondanti, ci hanno permesso di trasformare un barile di petrolio nel lavoro di un uomo per 10 anni, riscattando il genere umano dalla fatica e dal freddo, favorendo dapprima i paesi occidentali e poi, negli ultimi decenni, anche miliardi di altre persone.

E pur con degli squilibri ancora grandissimi il problema non è essere usciti dalla povertà, che ci ricorda che quelli de la descrescita felice, erano solo sognatori piuttosto stupidi, ma esserci buttati a testa bassa e con i paraocchi nel consumo eccessivo e negli sprechi, in un modello tale per cui la maggior parte delle cose che creiamo, pensiamo e facciamo finisce in spazzatura, ovvero in emissioni. E non è nemmeno pensabile che possa essere sostenibile un modello planetario che vede l’1 percento più ricco del mondo responsabile per emissioni pari a quelle di 175 individui appartenenti al 10 percento più povero, fascia enorme di umanità che più di ogni altra patirà le conseguenze dei cambiamenti climatici.

Azzerare le emissioni entro il 2050 per evitare che il riscaldamento globale superi quel valore di 1,5 °C. Realizzare (la tecnologia c’è, già ce ne sono diversi modelli, qualcuno, pur piccolo, in produzione!) dispositivi che estraggano il CO2 direttamente dall’atmosfera. E’ una delle prove più grandi che l’umanità abbia mai dovuto affrontare. Il 2050 sta nel futuro come il 1990 sta nel passato. E da allora le emissioni sono aumentate del 60 percento! E anche se riuscissimo a ridurre del 50 percento le emissioni l’inerzia del sistema Terra sarà tale che comunque il problema continuerebbe ad aggravarsi finché non sarà stato rimosso tutto il diossido di carbonio presente ad oggi: la Terra continuerà a scaldarsi, i ghiacciai a sciogliersi, la superficie dei mari ad alzarsi e questi ad acidificarsi, con conseguenze devastanti e anzi, i temi ambientali relativi ai mari sono sempre stati trattati in minima parte: a lungo si è pensato che il mare potesse ricevere una quantità infinita di CO2 ma così non è. Il mare si acidifica ed a ritmi sostenuti, scatenando una serie di eventi che minano la base delle catene alimentari dell’intero pianeta: il solo fitoplancton produce il 60 percento dell’ossigeno che respiriamo!

La resistenza più grande che l’umanità dovrà affrontare è, come ho scritto in apertura, lo scontro con chi l’energia, che è alla base di tutto, la produce e la commercia. Il mercato del petrolio vale oggi qualcosa come 6 miliardi di dollari al giorno! Quei grossomodo 100 milioni di barili di petrolio che bruciamo quotidianamente. Il fondamento di interi sistemi economici e chi basa il proprio profitto su questi non li lascerà andare senza dar battaglia, con milioni di posti di lavoro in gioco.


Siamo tra incudine e martello: se non spegneremo il fuoco moriremo di certo; se lo spegneremo rischieremo di morire.

Possiamo spendere al massimo altre 800 Gton di emissioni, ottimisticamente tra meno di 25 anni la nostra quota sarà esaurita. Ma stiamo puntando senza staccare il piede dall’acceleratore dritti verso il baratro: se continua così entro la fine del secolo saremo ad un aumento tra i 3 ed i 4 °C.

Un secolo: l’arco della vita dei nipoti di chi è nonno oggi.

Nota: grazie ad Andri Snaer Magnason ed al suo bellissimo libro “Il tempo e l’acqua”. Iperborea 2020. (edizione originale islandese, 2019).


[1] L’Istituto internazionale di ricerca sulla pace di Stoccolma, nel suo rapporto annuale riporta: nel 2020 la spesa militare totale nel mondo è salita a 1.981 miliardi di dollari, con un aumento del 2,6% rispetto al 2019, malgrado una diminuzione del Pil globale del 4,4%. E per il 2021 è previsto un ulteriore aumento con il superamento della cifra di 2.000 miliardi di dollari. In questi giorni l’Ucraina è al centro delle attenzioni: sappiate che nel 2022 questo paese ha raddoppiato gli investimenti militari: 6% del PIL.

E visto che in questi giorni l’Ucraina è al centro delle attenzioni sappiate che nel 2022 questo paese ha raddoppiato gli investimenti militari: 6% del PIL.

[2] Termine alquanto improprio e piuttosto infelice, dando l’idea che tutte le fonti cosiddette rinnovabili possano essere tali: eolico e solare dipendono dalla produzione di minerali ed elementi chimici (il litio o i lantanidi, le terre rare che così rare non sono poi). Solo idroelettrico e nucleare possono essere considerati davvero rinnovabili, considerando il tipo di materia prima di cui hanno bisogno.

[3] Diossido di carbonio - CO2, metano - CH4 e monossido di diazoto - N2O

giovedì 20 gennaio 2022

E’ tutto grasso che cola o è tutto gas che sfiata?

Un interessante video sulla pagina Facebook di Geopop ha stimolato in me riflessioni di varia natura che, almeno per ora, non mi hanno convinto sulla reale necessità e sull’altrettanto concreto beneficio derivante dall’incremento della produzione di gas naturale in Italia. E preciso subito che i complottismi notriv o gli ambientalismi grinpis non hanno nulla a che fare con ciò. 

Ricapitolando.

Consumo annuo di gas naturale in Italia: 70 miliardi di mc, dati 2020. Qui una fonte.
Produzione attuale annua di gas naturale in Italia: 3,6 miliardi di mc, pari a circa il 5% del fabbisogno (1,7 da giacimenti on-shore, a terra, e ben 1 mld di questi dalla sola Basilicata, e 1,9 mld di mc da giacimenti off-shore, a mare).
Qui la tabella dal MISE.
Riserve: soltanto nell’Adriatico settentrionale si stimano riserve per 35 mld di mc, mentre il totale nazionale ammonterebbe a circa 90 (70 se pessimisti).

Perché non estraiamo?
Per l’art. 8 della legge n. 133 del 6 agosto 2008 che recita testualmente: "1. Il divieto di prospezione, ricerca e coltivazione di idrocarburi nelle acque del golfo di Venezia"; è tutto bloccato da allora temendo che l’estrazione possa provocare fenomeni di subsidenza(*) (abbassamento del livello del suolo) che metterebbero a rischio –dicono, ma chi lo dice?- la città di Venezia e più in generale tutta l’area nord adriatica, dal delta del Po fin quasi alla costa triestina. Ma il fenomeno di subsidenza è stato dimostrato non avere nulla a che fare con le attività di estrazione, se non e non sempre, limitatamente alla zona prossimale al pozzo. Appurato ciò non ho capito questo cosa c’entri con la possibilità di estrazione in tutte le altre aree che non siano appunto, il nord Adriatico. Perché non si estrae in tutto il resto delle aree più produttive? E soprattutto cosa c'entra questa legge con il blocco delle perforazioni o dell'ampliamento di quanto già in produzione? Situazione questa che impedirebbe di avere gas naturale a 5 centesimi al metro cubo anziché a 50, tanto paghiamo quello importato (
https://www.ilsole24ore.com/art/trivellazioni-adriatico-ferme-ma-gas-italiano-costa-decimo-AEgbV0u).

Ma facciamo finta che la legge venga abrogata: l’iter istituzionale richiederebbe almeno un anno di tempo; l’analisi di impatto ambientale che porterebbe ad autorizzare le estrazioni richiederebbe altri 16 mesi, per un totale di 28, e siccome siamo in Italia facciamo 36 e non se parli più. Tre anni, dopo l’avvio dello sblocco, per fornire ad ENI l’autorizzazione ad avviare la costruzione degli impianti necessari ad estrarre il gas: altri 2 o 3 anni almeno, totale 6 anni per avere i primi metri cubi di gas dalla riserva. E non consola sapere che le spese di realizzazione non sono a carico dei cittadini perché sono tutte di ENI; anche se presumo che questa e le varie altre, sapranno trovare la scusa per un bel rincaro delle forniture in essere.

Trascurata l’ipotesi comica di estrarre tutti i 90 miliardi in un colpo solo, il piano è quello di fornire 5 o 6 ulteriori miliardi l’anno per un totale di 10-15 anni. Quindi la produzione nazionale passerebbe da 3,6 a circa 10 mld di mc, arrotondando.
10 su 70, necessità odierna e sempre che questa non cresca in futuro. Quindi andremmo a coprire il 14% circa del fabbisogno nazionale. In tempo di magra anche un incremento dell’8 o del 10% è tutto grasso che cola (o forse sarebbe meglio dire gas che [non] sfiata); ma è un incremento tale da non giustificare affatto una diminuzione dei costi “alla pompa”.
L’utilizzo del gas del nostro sottosuolo quindi non serve a ridurre i costi in bolletta: le dinamiche internazionali la farebbero comunque da dominante perché fonte di ben 60 su 70 miliardi di metri cubi di fabbisogno.

E allora a che scopo? Ambientale? E qui mi trovo in parziale disaccordo con l’autore del video. Trovo abbastanza ridicolo sostenere che l’estrazione nazionale, questo ipotetico contributo di 10 mld di mc l’anno, ha un impatto ambientale estremamente più basso dell’equivalente estero che deve attraversare migliaia di km di gasdotti. E’ altrettanto vero però che la produzione italiana tra perdite di gas dagli impianti, attrezzature in regola e mancato trasporto taglia del 40% le emissioni correlate all'attività (il solo il trasporto brucia fino al 30% del metano prodotto) e quindi quei 10 miliardi impatterebbero molto meno. Per esser minore quindi, questo impatto lo è, ma nel bilancio complessivo delle maggiori o minori emissioni è quasi ininfluente.

Gli unici benefici reali deriverebbero dalla creazione di nuovi posti di lavoro e dall’incasso delle royalties da parte dello stato italiano, che potrebbe investirli nelle nuove tecnologie legate al rinnovabile o comunque allo scopo di rispettare la decarbonizzazione auspicata.
Ma il conto economico è estremamente complesso da realizzare.

Nella prima figura ho importato anch’io in Google Earth i dati ViDEPI delle zone di estrazione A, B, C e D, il quadrettato con colori diversi, da nord a sud da A a D; i pallini verdi sono invece tutti i pozzi di estrazione realizzati in Italia dall’inizio del novecento.       
      
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In quest’altra mappa, sempre da nord a sud, le zone E, F e G, più che altro di ricerca per ulteriori aree e di scarsa produttività.

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(*) E’ ampiamente documentato che la subsidenza dei territori del Polesine o di Venezia sono state provocate dal prelievo di acque, a scopo agricolo, e da fenomeni di compattazione geologica del terreno alluvionale caratteristico dell’area alluvionale.

venerdì 14 gennaio 2022

COP26–Note a margine

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Si è conclusa da poco la COP26, Conference of Parties, ultima di una lunghissima serie nata la prima volta a Berlino nel 1995 a seguito della creazione dell’IPCC (International Panel on Climate Changes) nel 1988 e del successivo UNFCCC (United Nations Framework Convention on Climate Change) entrambi enti ONU. Una delle COP più famose è la terza, quella del 1997, che portò all’altrettanto famoso Protocollo di Kyoto. Perché allora? Perché è in quegli anni che diventa evidente, dati scientifici alla mano, che è in atto un cambiamento climatico con una causalità diretta legata alle attività umane.

I primordi del sospetto

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Da già parecchi decenni prima se ne aveva il fondato sospetto: per quel che vale, ricordo qualcuno all’Università nel 1980 che già parlava di tipping point, punto di non ritorno. Nel 1958 Charles D. Keeling (nella foto), chimico e pioniere della nascente climatologia, aveva raccolto dati che dimostravano che la quantità di CO2 in atmosfera varia notevolmente nel tempo e da luogo a luogo, e nel 1965 l’allora presidente USA era al corrente dei cambiamenti climatici in atto e misurabili. Alla fine degli anni Settanta persino le ricchissime e gigantesche aziende del cosiddetto «Big Oil», investendo diversi milioni di dollari di allora, avevano condotto ricerche scientifiche di pregio che confermavano quanto era già noto alla comunità scientifica del settore, e al di là di ogni ragionevole dubbio, i due punti fondamentali: è in atto un cambiamento climatico e dipende dalle attività umane. Ed è già allora che inizia a germogliare la macchina del negazionismo climatico, sovvenzionata ed alimentata da tutti coloro i quali ritenevano che qualsiasi regolamentazione avrebbe ridotto, se non impedito, la regola d’oro: profitto ad ogni costo e a breve termine.

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In testa a tutti proprio il mondo «Big Oil», per ovvii motivi, ma in ottima compagnia di imprenditori e politici, e quanto più si intensificavano le reazioni o le azioni genericamente dette ambientaliste, quanto più il negazionismo si espandeva e faceva proseliti cercando di dimostrare che diverse posizioni contrastanti erano in «dibattito» tra loro: nulla di tutto ciò, nessun dibattito o possibilità di dibattere, da un lato fatti e dati scientifici e dall’altro menzogne manipolate ad arte, con tecniche così sofisticate da rendere plausibili le loro tesi, così come un fotomontaggio potrebbe rendere plausibile la scalata dell’Everest per chiunque. Dopo tutto, se «Big Tobacco» per decenni ha negato persino l’evidenza che il fumo è dannoso per la salute fino ad uccidere può non averlo fatto «Big Oil»? Ovvero il mondo delle aziende direttamente coinvolte nella estrazione, produzione e vendita dei combustibili cosiddetti fossili (petrolio, gas naturale e carbone). Ma questa, quella della macchina del negazionismo, pur se drammatica, è un’altra storia.

La percezione del problema

La questione di cui vorrei trattare è un’altra. Innanzi tutto sarebbe opportuno usare sempre il suo vero nome: «riscaldamento globale», purché non porti ad immagini rilassanti, che so, una spiaggia ai Caraibi, tanto che in inglese qualcuno ha proposto di passare da global warming a global heating perché quel warm può far pensare al tepore di un caminetto acceso. Comunque sia, nonostante il termine cambiamento può inconsciamente far pensare ad una transizione verso qualcosa di migliore, se parlare di emergenza o crisi può avere risvolti positivi, le emergenze passano e le crisi aprono opportunità, il cambiamento climatico ci riguarda tutti. E qui sta uno dei punti cruciali: se tutti sono coinvolti allora non è coinvolto nessuno e l’assuefazione alle immagini del povero koala bruciacchiato o dell’esausto orso bianco che nuota per decine di chilometri fa il resto. Siamo tutti nella stessa barca si dice e si scatena quello che gli anglosassoni chiamano bystander effect (effetto spettatore): maggiore è il numero di persone che stanno a guardare qualcuno che affoga, minore è la probabilità che qualcuno si tuffi per salvarlo.

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Se a ciò aggiungiamo che la reiterazione di messaggi, ancorché corretti soprattutto scientificamente, alla fine crea assuefazione persino in chi ha gli strumenti cognitivi per comprenderli, la cosa diventa ancora più complessa. Purtroppo si vive ancora tutto questo come «non ora, non qui». E, non ultima, l’enorme sacca di ignoranza e sfiducia nella scienza prima ancora che nei singoli scienziati, fa il resto. Ed è l’ignoranza, non solo scientifica, che crea ponti d’oro alla manipolazione, alla mistificazione dei fatti, alla propaganda intesa nella sua accezione più negativa, arrivando ad instillare dubbi o ripensamenti persino nei più attenti, complice l’enorme cassa di risonanza che i social mettono a disposizione a chiunque.

Gli anni passano, le COP sul clima si susseguono l’una all’altra, ma a quanto pare “il copioso flusso di esternazioni green che tutti ci avvolge e seduce è ancora elemento retorico, nebuloso” (Enzo di Giulio); ma nonostante ci sia una certa responsabilità dovuta all’incapacità della scienza di spiegare se stessa, di chi, pur se parte stessa del mondo accademico, veicola al suo posto messaggi che hanno lo scopo di generare ritorni economici, di potere, di immagine o vuoi solo di reputazione (e guarda caso il negazionismo ha come scopo principale l’interesse di pochi a danno di molti); questo genera un modo generalista di fare politica, che giustifica le decisioni con un «lo dice la scienza» senza aver capito cosa dice la scienza! E si torna all’ignoranza diffusa o semplicemente alla mancanza dei necessari strumenti cognitivi che portano non già a non fidarsi di questo o di quello scienziato, ma della scienza in quanto tale, che non ha mai avuto la pretesa di essere la depositaria della verità assoluta ma di avere sempre solide fondamenta di quando afferma qualcosa: fidarsi dunque perché fondata!

La cattiva… disinformazione

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Dopo tutto, è dall’inizio del 2020 che è palese il come la macchina del negazionismo abbia utilizzato gli stessi mezzi, copiati alla lettera, per diffondere il dubbio e la menzogna, mentre si sta cercando di debellare la pandemia da Covid-19. Premesso quindi che le strategie utilizzate per la disinformazione scientifica sul virus sono le medesime di quelle adottate per negare l’emergenza climatica e nonostante la scelta possa portare a vivere o morire, se una percentuale cospicua dell’umanità vaccinabile, penso ad esempio ai paesi occidentali che ne hanno i mezzi, ha deciso di ignorare del tutto dati e fatti concreti, dimostrabili e replicabili, ma quanta parte dell’umanità non ha ancora realizzato che quando si parla di emergenza climatica si sta parlando di qualcosa di terribilmente e tremendamente serio? E di questa, quanta è convinta che sia…il solito complotto? Troppa a quanto pare.

A chiusura della COP26 vorrei quindi ricordare un’accusa mossa spesso ai dati che arrivano dagli enti che, da decenni, forniscono le prove del cambiamento climatico in atto e della sua origine pressoché esclusivamente antropica. In un articolo recentemente comparso su «Scientific American» si evidenzia come i climatologi sottovalutino la gravità e la velocità dell’emergenza climatica per evitare di sbagliare ed essere messi alla berlina dai negazionisti e spesso i rapporti ufficiali tendono a sottovalutare i potenziali pericoli climatici: è eccesso di prudenza forse, ma che resta comunque uno dei pilastri del metodo scientifico, non sinonimo di ignoranza.

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Ciò significa che se gli scienziati prevedono un aumento della temperatura media del pianeta di 2 gradi, significa che sarà almeno 2 gradi! E allora, se un prudentissimo IPCC ha sottolineato di recente l’urgenza di limitare a 1,5 °C rispetto a 2 °C riflettiamo sul significato perché, quel mezzo grado, rappresenta una differenza enorme in termini percentuali e delle sue conseguenze!

Il dopo…

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a COP26 non ha aggiunto molto a quel che già era noto, proprio perché assodato, e non mi stancherò mai di ripeterlo, oltre ogni ragionevole dubbio (il famoso 98% di consenso scientifico), né purtroppo lo ha fatto rispetto a quanto si era già ratificato a Parigi nel 2015 o a Kyoto nel 1997!

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Né le lacrime di delusione del Presidente Alok Sharma (nella foto) potranno cambiare in un altro valore quel 40% di quei circa 50 miliardi di tonnellate di CO2 equivalente di emissioni prodotto da soli tre produttori (Cina, India, e Stati Uniti) su oltre 200 paesi o, peggio ancora, se si confrontano le emissioni pro-capite di un cittadino USA con uno della Gran Bretagna (il triplo). E non consola sapere che l’Europa e gli Stati Uniti si sono schierati dalla parte dei virtuosi, perché proprio in questi giorni ci giungono le immagini delle città indiane soffocate dall’inquinamento che è soltanto l’altra faccia della stessa medaglia: l’emergenza climatica.

Nonostante le numerose ratifiche e gli impegni, sul metano, della deforestazione, sul carbone, i problemi di sempre restano gli stessi: nessuna certezza sulla fattibilità più che sulla validità, poche alternative energetiche davvero in grado di implicare uno sguardo di insieme: da una parte quelli che credono si possa risolvere tutto con le auto elettriche, l’eolico e il fotovoltaico, e rinunciando alla bistecca; dall’altra quelli che, tra malati di assuefazione e negazionisti fino all’ormai è troppo tardi, continuano a dire che va bene così.

Concludo ricordando che è ormai tantissimo tempo che, con operazioni studiate a tavolino, si sta cercando di spostare l’attenzione dall’inadeguatezza strutturale del sistema alla responsabilità del singolo individuo; continuamente ci si sente dire, parafrasando John Kennedy, cosa può e deve, ognuno di noi, fare per l’ambiente. Ma non sarà il comportamento virtuoso del singolo a cambiare le cose. Certo le iniziative green che ognuno di noi può permettersi di intraprendere, comprese quelle che comportano un sovrapprezzo per chi può sostenerlo, vanno incoraggiate, meglio ancora incentivate e mai criticate. Ma le scelte individuali, da sole, non saranno mai la soluzione per affrontare la crisi climatica, il nostro destino non è modificabile dalle scelte che si fanno al reparto bio di un supermercato o nell’adozione di una pompa di calore o di un pannello fotovoltaico sul tetto di casa.

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Sono certamente passi lodevoli e forse anche utili ma se qualcosa cambierà sarà solo perché è stato modificato il sistema. E non a prezzo di utopiche decrescite felici, inesistenti fantascientifiche chimere, perché se per un cittadino del mondo occidentale una ancorché minima decrescita comporterebbe il rinunciare a qualche kWh al mese o pagare di più per mantenerlo, per un abitante del Mozambico o di Haiti potrebbe voler dire avere o non avere la luce in casa se non addirittura vivere o morire. Semplice a dirsi il cambiamento non è rinunciare all’energia, ma cambiare alla radice il modo con cui è prodotta. Dobbiamo ridurre le emissioni, non serve l’IPCC per saperlo; non basta compensarle, a partire da adesso e non tra 10 o 30 anni! Ma se la guida di quasi 8 miliardi di esseri umani continuerà ad essere appannaggio di populisti, sovranisti e paternalisti la strada è tuttora in salita, ripida; soprattutto perché a questi quasi 8 miliardi l’evoluzione ha insegnato a non fare programmi per un futuro troppo lontano né tanto meno preoccuparsi di ipotetici benefici che avranno le generazioni future.

Alla prossima COP, perché ce ne sarà un’altra.

     

Nota: la posizione "ormai è troppo tardi" è una delle tipiche posizioni negazioniste. L'ultima, la più disperata dopo averle tentate tutte. I negazionisti, che sia clima o virus, prima negano, poi negano le responsabilità quando non possono più farlo con i fatti, scaricano colpe altrove, poi minimizzano; quando non riescono più a fare tutto questo cercano di salvaguardare il profitto il più possibile, se si parla di regole iniziano a dire questo no, quest'altro nemmeno, non potete fermare tutto ecc. E alla fine, disperati "tanto ormai è tardi" buttato lì. Il negazionismo in 5 mosse.

Originariamente pubblicato il 28/11/2021 su Protectaweb.it

sabato 15 maggio 2021

Civili


Di fronte a certe notizie non riuscirò mai a comprendere la logica che c’è dietro l’atteggiamento di determinati stati e dei relativi governi, ognuno teso ad individuare i propri buoni e gli altrui cattivi, e viceversa ovviamente.
Così come nella dimenticata Siria è ripreso lo stillicidio di vittime civili in quel tormentato territorio e dal conflitto senza fine che è quello israelo-palestinese.
Furono gli strateghi della Wehrmacht nella seconda guerra mondiale a capire che i civili potevano essere usati come fossero essi stessi un'arma ulteriore. Nelle loro rapide avanzate creavano orde di sfollati che spingevano appositamente in direzione delle truppe avversarie a contrastarne il percorso. E civili a decine di milioni morirono durante la seconda guerra mondiale, almeno il doppio rispetto alle vittime in divisa.
Che muoiano per un razzo, un bombardamento aereo o a causa di armi chimiche non ha importanza. L'importante è che ne muoiano il più possibile per indurre presto la controparte a mollare.
Mi rendo conto di quanto qualsiasi intervento esterno in quella zona del mondo sia estremamente complesso e delicato (direi piuttosto improbabile) ma allora perché non molti anni fa ONU e NATO decisero di intervenire in massa bombardando Belgrado a fronte del timore che i serbi facessero strage dei kossovari (con gas nervini, mortai da 120 mm od a mani nude poco importa): e questo è solo uno delle decine di esempi fattibili.
Sappiamo bene che le così tante risoluzioni ONU contro Israele hanno fatto la fine della famosa "carta bianca" di Totò.
Ancora una volta non c’è interesse affinché ci sia la giusta determinazione ad intervenire; non c’è volontà per timore di infastidire gli antagonisti di sempre e soprattutto non c’è motivo per interessarsi veramente se non obtorto collo.
E intanto i civili muoiono ed i profughi aumenteranno, ovunque ci siano e ci saranno vittime civili, ammassati nei campi là intorno.
E non sono forse come morti le migliaia che arrivano da giorni quotidianamente sulle nostre coste?
Non è forse morte quella civile di chi è costretto a lasciare tutto per fuggire dalla guerra?
E nel frattempo un altro razzo, un'altra cannonata tira giù un condominio, e tra le macerie tracce di vita quotidiana, un libro, un orsacchiotto di pelouche...
Guardatevi intorno, e immaginate il palazzo accanto o uno qualsiasi di quelli che vedete dalle finestre, scomparire in un lampo ed una nuvola di polvere.