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martedì 27 settembre 2022

Cambiamento Climatico. Note perplesse, e profane, sull’efficacia e sull’utilità degli interventi.


Se i climatologi hanno ragione quando parlano di inerzia del sistema climatico globale, allora non possiamo aspettarci miracoli. La Terra continuerà a riscaldarsi anche qualora tutti i paesi del mondo si comportassero in maniera esemplare e riducessero drasticamente i gas di scarico. Questo potrà forse irritare qualcuno. Ma è una notizia migliore rispetto alle previsioni di un imminente glaciazione che circolavano all’inizio degli anni ’60. Ogni volta che la temperatura si abbassa di molto, la società è scossa alle radici. Per contro, il riscaldamento ha prodotto alcune fioriture culturali: se si può imparare qualcosa nella storia della civiltà, è questo: è vero che gli uomini sono “figli dell’eraclip_image002 glaciale”, ma la civiltà è figlia dell’interglaciale. La rivoluzione neolitica e la nascita delle prime civiltà superiori ebbero luogo in periodo in cui faceva un po’ più caldo di oggi. Se le prognosi dell’IPCC sono corrette, nel corso di questo secolo raggiungeremo nuovamente quei valori. A quel punto i ghiacciai alpini si scioglieranno, ma non quelli dell’Antartide. È già successo più volte. Risparmieremo sul riscaldamento e bruceremo meno energia fossile. Che ne sarà dei deserti? Davvero si estenderanno? Durante il Periodo Atlantico, (tra 5.000 e 7.500 anni fa, con una temperatura media più alta di circa 2,5 °C)(*) nell’area circolava più acqua di adesso, il Sahara era fertile (come testimoniato anche da stratificazioni sedimentarie di origine lacustre risalenti all'inizio a quel periodo).

clip_image006Difficile prevedere il futuro. Gli scienziati seri dovrebbero guardarsi dal voler interpretare il ruolo di Nostradamus. Le simulazioni al computer non funzionano meglio delle premesse in base a cui i dati vengono forniti; descrivono delle attese, non il futuro. La storia delle scienze naturali è anche una storia fatta di teorie false e prognosi sbagliate. È interessante conoscere i margini di imprecisione dei metodi di datazione proposti dalle scienze naturali. Le datazioni stabilite col metodo del carbonio 14 o con altri procedimenti fisici, per poter essere utilizzabili devono essere “calibrate”. In concreto: solo grazie alle cronache storiche è possibile riportare le scienze esatte sul binario giusto. Gli umanisti non sono abituati a tanta imprecisione. Rispetto ai periodi su cui gli scienziati calcolano con un margine d’errore di cento anni in più o in meno, gli storici sanno indicare il giorno, l’ora, persino il minuto. Non bisognerebbe farsi troppe illusioni sull’esattezza delle scienze naturali.

Scrivere una “storia culturale del clima”, specie se affronta le conseguenze culturali e sociali dei mutamenti climatici, vuol dire conoscere le premesse metodologiche della scienza della cultura e vuol dire prendere sul serio quei dati che non si ricavano dal ghiaccio o dal fango, ma dagli archivi della società. L’esperienza ci dice che è redditizio combinare i metodi storici con quelli propri delle scienze naturali. La storia culturale del clima ci insegna che il clima è sempre stato in trasformazione e che la società ha sempre dovuto fargli fronte. In ciò le prognosi apocalittiche non si sono mai rivelate utili. Per capirlo non c’è bisogno di risalire alla caccia alle streghe o al crollo delle dinastie dell’Antico Egitto. Basta confrontare i provvedimenti progettati negli anni settanta per combattere il raffreddamento globale con quelli che vediamo discutere oggi contro il riscaldamento globale. E quindi opportuno invitare i climatologi alla moderazione quando parlano della storia del clima e alla cautela quando ne va della civiltà e della società.

E la combinazione di ricerca scientifica e storica confermano che l’umanità ha avuto continuamente fasi alterne di cambiamenti climatici importanti, ora molto più caldi ora molto più freddi di adesso. A volte per qualche decennio, se non anni, altre per secoli.

clip_image008Il clima cambia. Il clima è sempre cambiato. Come vi reagiamo, è una questione di cultura. Il ciò conoscere la storia ci può aiutare. I mutamenti climatici sono stati spesso percepiti come delle minacce. I falsi profeti e gli imprenditori morali hanno tentato sempre di trarne dei vantaggi. Non lasciamo l'interpretazione dei mutamenti climatici nelle mani di chi non sa nulla della storia della civiltà. Gli uomini non sono come gli animali, che devono subire passivamente ogni trasformazione del loro mondo e nella storia recente il mutamento climatico ha avuto anche conseguenze positive. Se quello attuale dovesse rivelarsi di lunga durata, e così sembra il momento, non c'è che una cosa da fare: restare calmi. Il mondo non andrà a fondo. Se farà più caldo, ci prepareremo. Un classico adagio latino dice: tempora mutantur, et nos mutamur in illis. I tempi cambiano, e noi con loro.

clip_image010Le immagini che gli astronauti delle missioni Apollo, a cominciare da quella bellissima alba della Terra, mandavano del nostro pianeta ripreso dallo spazio ne evidenziarono per la prima volta agli occhi del mondo tutta la sua fragilità.

A partire dagli anni 90 il timore del riscaldamento globale ha rimpiazzato i precedenti, come quello per la “Moria dei Boschi” o quello per il buco nell’ozono. Per la prima volta, alla sbarra non è più solo l'industria, ma ogni consumatore finale.

In pratica ogni abitante della terra è colpevole: il boscimano sudafricano, che incendia la savana per cacciare o per guadagnare terreno coltivabile, e il fazendero argentino, i cui manzi producono metano, il coltivatore di riso a Bali e il banchiere cinese, che fa i suoi affari in uno studio dotato di aria condizionata. Alcune regioni in Italia vietano rigorosamente l’uso di caminetti a legna o stufe a pellet e centinaia di milioni di indiani, miliardi in tutto il mondo, utilizzano esclusivamente la legna per scaldarsi e cucinare.

Quando, in questo contesto, si parla di protezione del clima o dell'ambiente, occorre aver ben presente di che cosa si tratta. La Terra esiste da circa cinque miliardi di anni e ci sono molte buone ragioni per ritenere che essa continuerà a esistere indipendentemente da ciò che gli uomini le fanno. La scala dei possibili mutamenti va dal pianeta infernale e rovente (Adeano) fino allo scenario della palla di neve (Snowball Earth, argomento di cui ho scritto di recente). Negli ultimi miliardi di anni della sua esistenza, per la maggior parte del tempo sulla Terra ha fatto più caldo di adesso. Solo negli ultimi milioni di anni il clima è diventato più variabile, cioè a volte è molto più caldo di adesso, altre volte -e ciò avviene più spesso- è molto più freddo. E ogni mutamento climatico ha delle conseguenze per la vita sulla Terra. Ma la natura non è un sistema morale. Alcune specie di piante e di animali prosperano quando fa più caldo, altre quando fa più freddo; alcune hanno bisogno di maggiore umidità, altre di minore umidità. Rispetto alla natura tutti i cambiamenti dell'ecosistema sono neutrali, perché ciò che danneggia una specie offre dei vantaggi a un'altra. Chi vorrebbe ergersi al giudice su questo?

Gli sforzi tesi a proteggere la natura sono di segno conservatore: clip_image012gli ambientalisti non vogliono preservare la “natura”, ma una forma abituale di natura, cioè una condizione ecologica che è “naturale” né più né meno di ogni altra. Quando si parla di “protezione della natura”, ciò che interessa davvero non è la natura, ma il benessere dell’uomo. Quando certi ambientalisti si riferiscono alla “natura” spesso stanno invece descrivendo il frutto di attività umane iniziate circa 10.000 anni fa e protrattesi fino ad oggi. In ciò c’è anche una certa incoerenza, come si può vedere dal fatto che la maggior parte degli abitanti dell’Europa centrale, pur temendo gli effetti del riscaldamento globale, decidono di trascorrere le vacanze in paesi caldi, per sfuggire al freddo e alla pioggia di casa propria. O peggio, e lo abbiamo visto quest’anno nonostante le raccomandazioni date anche dal conflitto in Ucraina, se fa caldo pochissimi sono disposti a rinunciare a tenere i climatizzatori al massimo, alla faccia delle conseguenze sul riscaldamento globale. E così, al contrario, sarà il prossimo inverno, in questa società che ci vede in maniche di camicia d’inverno negli uffici o nei centri commerciali e col golfino sulle spalle d’estate!

Il parolone “protezione del clima” serve solo a nascondere la paura di fronte al cambiamento. In realtà nelle regioni finora svantaggiate, come i Poli e i territori di alta montagna, si diffonderà un’enorme varietà di specie. Quelle iper specializzate, per contro, si estingueranno. Non è una questione di morale, ma di evoluzione.

Con ciò non si vuole contestare, si badi, la necessità di proteggere la natura. Ma bisogna chiarire che cosa deve essere protetto, e perché. Che la protezione delle specie debba avere una priorità maggiore rispetto alla loro scomparsa, dovrebbe risultare evidente a chiunque (quanto meno perché le specie coesistenti e coeve alla nostra fanno parte del nostro ambiente). Tuttavia è lecito chiedersi se gli orsi polari siano una specie a rischio a causa del riscaldamento o a causa dello sfruttamento dell'Artide da parte di attività umane come l’agricoltura, l’industria e la costruzione di insediamenti. Da lontano, stando al sicuro, è facile deplorare che non si possa impedire né l’una né l'altra cosa. Ma laggiù un orso polare che si aggira vicino ai cassonetti non è meno pericoloso dell’orso che nell'estate del 2006 girovagava per i boschi tra Germania e Austria suscitando rifiuti e paura nei diretti interessati. Gli animali dell’Artide saranno minacciati allo stesso modo degli animali dell’Africa o dell’Amazzonia. Per garantire la loro sopravvivenza fuori dai giardini zoologici, in coesistenza con insediamenti umani sempre più estesi, c’è bisogno di progetti seri e ben meditati.

clip_image014La lotta all'inquinamento dell'aria ha senso anche a prescindere della questione se i gas di scarico producono un effetto serra o gli aerosol contribuiscono al raffreddamento. Tuttavia, in presenza di una densità della popolazione molto alta, spostare questo o quell’insediamento non sarà facile come nel Neolitico. Anzi, non mancherà di provocare conflitti che peraltro sono palesemente già in atto se consideriamo la reazione media di fronte alla immane tragedia dei migranti climatici e/o economici.

Soprattutto per questo la comunità mondiale ha interessi a contenere i mutamenti climatici entro certi limiti. L’adattamento, volenti o nolenti, che le popolazioni umane subirono in passato, dal Neolitico alla Piccola Era Glaciale non è più attuabile.

Essa deve prepararsi a una grande trasformazione del clima (adaptation), ma al tempo stesso deve impedire che essa sia troppo grossa (mitigation). Non ha alcun senso voler contrapporre una strategia all’altra, come troppo spesso accade. Ma finora si sente quasi esclusivamente parlare di mitigation, spesso ignorando del tutto che dei due questo è l’obiettivo più difficile, apparentemente impossibile, da raggiungere.

(*) ricordo che, secondo i modelli di IPCC, il limite superiore da non superare è di 1,5 °C rispetto ai livelli preindustriali. Ogni ulteriore aumento porterebbe alla catastrofe per l’umanità (…)

Bibliografia
Wolfgang Behringer – Storia culturale del clima. Dall'era glaciale al riscaldamento globale.

giovedì 21 luglio 2022

Quando la Terra era una palla di ghiaccio

clip_image002[8]Nota sulla figura: la distribuzione dei continenti allora non era affatto questa.

L’ossigeno libero in atmosfera non è sempre stato presente sulla Terra, ma questa è un’altra storia.

Quando l'ossigeno divenne finalmente disponibile e si affiancò ai cicli biologici di zolfo e carbonio è possibile che abbia dato origine a un cambiamento radicale nel clima terrestre, e probabilmente fu anche responsabile della prima estinzione di massa su questo pianeta.

Le prove in nostro possesso suggeriscono in maniera stringente che circa 200 milioni di anni dopo il Grande Evento Ossidativo in varie parti del mondo si siano formati enormi ghiacciai che durarono più o meno 300 milioni di anni. Si tratta di una delle glaciazioni più lunghe e massicce della storia della Terra. Il ghiaccio era presente non solo sulla terraferma, ma anche lungo gli oceani, forse fino all'Equatore: la Terra insomma, si presentava come una gigantesca «palla di neve». Ma cosa determinò un tale sconvolgimento climatico?

clip_image004[8]Una delle possibili cause fu l’accumulo di ossigeno nell'atmosfera. Mentre l'interno della Terra è riscaldato dalla radioattività, l’esterno è riscaldato dal Sole. Le radiazioni solari vengono riflesse, rimbalzando indietro verso lo spazio, ma alcune rimangono intrappolate nell'atmosfera terrestre. Attualmente i principali gas che trattengono il calore sono il vapore acqueo e l'anidride carbonica. Se l'atmosfera fosse priva di gas serra, in effetti, gli oceani della Terra sarebbero congelati. Ma 2,4 miliardi di anni fa la situazione era ancora più estrema. In quell'epoca il sole era del 25% circa meno luminoso rispetto ad oggi, motivo per cui emanava meno calore. Affinché gli oceani fossero liquidi in superficie, i gas dovevano essere molto abbondanti e in grado di assorbire energia solare, specie le radiazioni infrarosse, una forma di energia oltre che il di calore invisibile a occhio nudo ma percepita dalla nostra pelle. Uno dei gas più efficaci nell'assorbire le radiazioni infrarosse è il metaclip_image006[8]no.

 

Oggi come oggi il metano è un gas serra relativamente minore, anche se con effetti climalteranti maggiori degli altri, ma 2,4 miliardi di anni fa era quasi sicuramente molto più abbondante. La sua composizione è semplicissima: un atomo di carbonio legato a quattro atomi di idrogeno. Il metano brucia facilissimamente in presenza di ossigeno, segno che nei suoi legami è immagazzinata un'enorme quantità di energia. È il prodotto della respirazione di certi microbi in condizioni strettamente anaerobiche. Vale a dire che, se l'ossigeno non è disponibile, alcuni microbi possono ricorrere a una speciale nanomacchina per estrarre l'idrogeno dagli zuccheri ed altri molecole organiche, unirlo all'anidride carbonica e formare così il metano come prodotto di scarto. Questi microbi sono gli Archaea, il secondo grande gruppo dei procarioti. Il nano apparato dei microbi produttori di metano è molto sensibile all'ossigeno; bastano piccole concentrazioni di ossigeno perché si interrompa la produzione di metano. Oggi i microbi metanogeni si trovano comunemente in natura, per esempio negli intestini di mucche e altri ruminanti, nonché negli esseri umani, ma 2,4 miliardi di anni fa organismi del genere erano abbondantissimi anche nelle acque costiere di tutto il mondo.

clip_image007[8]

Pur in presenza di ossigeno, diversi altri tipi di microbi usano il metano come fonte di energia e per la crescita cellulare. Il consumo di metano da parte dei microbi rappresenta una delle modalità più semplici e veloci per eliminare il gas. Una volta evoluta questa capacità, dobbiamo supporre anzitutto che l'apparato per l'eliminazione del metano ne abbia drammaticamente ridotto il flusso dagli oceani nell'atmosfera, e in secondo luogo che l'ossigeno nell'atmosfera abbia eliminato, con l'aiuto della luce solare, il metano atmosferico. Parallelamente alla scomparsa di un'importante gas in grado di assorbire il calore infrarosso, il sole, ancora giovane e debole, non forniva calore sufficiente a impedire il congelamento degli oceani . E’ quasi certo che la conseguente formazione di ghiaccio o melma ghiacciata lungo la superficie dell'oceano abbia ridotto l'area per la crescita dei microbi fotosintetici e allo stesso tempo impedito lo scambio di gas tra oceano e atmosfera. La documentazione geologica indica che seguirono lunghi periodi di freddo, durante i quali gli oceani rimasero ambienti inospitali: era nata la «Terra a palla di neve», il primo episodio di perturbazione climatica indotta dai microbi nella storia geologica del pianeta.

clip_image009[8]Le condizioni di questa epoca sembrano essersi ripetute più volte nel corso del tempo; l'ultima è collocabile intorno a 750 milioni di anni fa. Incredibile ma vero, le istruzioni per costruire le nanomacchine fondamentali furono in qualche modo trasmesse ai pochi microbi sopravvissuti. Questi organismi furono dei veri e propri pionieri, in quanto traghettarono la vita da un'area all'altra, preservandola dalla desolazione planetaria.

 

 

Conclusione
Se un climascettico conoscesse bene questa storia, forse tornerebbe sui suoi passi cercando di argomentare per rispondere ad una delle domande fondamentali che da anni Aldo Piombino rivolge loro.

clip_image010[4]

Il grafico riporta l’andamento delle temperature medie nel corso della storia della Terra per due modelli: una per un pianeta privo di atmosfera e l’altra con un contenuto analogo all’attuale. Con una fonte di calore ridotta a causa della minore energia proveniente dal Sole la Terra sarebbe rimasta congelata fino ad almeno 1,5 miliardi di anni fa. E invece sappiamo bene che la vita, con la presenza di acqua liquida fondamentale per essa, era presente da almeno 3,5 miliardi di anni (chi dice poco più chi poco meno). E senza un contributo importante di gas serra come sarebbe stato possibile?

E ancora: come mai la glaciazione planetaria de la Terra «a palla di neve» inizia proprio dopo il Grande Evento Ossidativo con un crollo dell’anidride carbonica, dei gas serra in generale, e finisce quando la diffusione degli Archaea inonda l’atmosfera del metano, potentissimo gas serra?

Non appare al signor climascettico che sia proprio la maggiore o minore presenza di gas serra un elemento pressoché fondamentale nella regolazione climatica del sistema Terra? Certamente non da solo, ma sicuramente, al di là di ogni ragionevole dubbio e corroborato dal 97% di consenso scientifico internazionale e multidisciplinare, LA causa del cambiamento climatico in corso: quella di origine antropica.

La storia è maestra di vita si dice. Che lo sia anche la storia della Terra!

venerdì 8 luglio 2022

La sostenibilità non è un fatto personale

08-07-2022 09-36-38

Prendendo spunto da un post mi sono tornate alla mente alcune vecchie considerazioni.

E’ il solito discorso sulla sostenibilità scaricata sul singolo. In molti, e in malafede, spostano l’attenzione dall’inadeguatezza strutturale del sistema alla responsabilità del singolo individuo; continuamente ci si sente dire cosa può e deve, ognuno di noi, fare per l’ambiente. Ma non sarà il comportamento virtuoso del singolo a cambiare le cose. Certo le iniziative green che ognuno di noi può permettersi di intraprendere, comprese quelle che comportano un sovrapprezzo per chi può sostenerlo, vanno incoraggiate, meglio ancora incentivate e mai criticate. Ma le scelte individuali, da sole, non saranno mai la soluzione per affrontare né la crisi climatica, né la siccità e neppure il sovraccarico di spazzatura di Roma!

Il nostro destino non è modificabile dalle scelte che si fanno al reparto bio di un supermercato o nell’adozione di una pompa di calore o di un pannello fotovoltaico sul tetto di casa. O evitando i concerti di Jovanotti.

Sono certamente passi lodevoli e forse anche utili ma se qualcosa cambierà sarà solo perché è stato modificato il sistema. E non a prezzo di utopiche decrescite felici, inesistenti fantascientifiche chimere, perché se per un cittadino del mondo occidentale una ancorché minima decrescita comporterebbe il rinunciare a qualche kWh al mese o pagare di più per mantenerlo, per un abitante del Mozambico o di Haiti potrebbe voler dire avere o non avere la luce in casa se non addirittura vivere o morire. Semplice a dirsi il cambiamento non è rinunciare all’energia, ma cambiare alla radice il modo con cui è prodotta.

E questo, per quanto paradossale possa apparire, vale anche per quello che ti dicono, riferendosi ai migranti o ai profughi, “perché non te lo prendi a casa tua?”.

Per lo stesso motivo per cui non guido l’ambulanza da solo per portarmi al pronto soccorso.

E, per tornare al post che mi ha inspirato, non sarà tirando lo sciacquone una volta su 10, non lavarsi o cambiarsi le mutande una volta a settimana ad evitare la siccità, soprattutto quando gli impianti idrici perdono per strada il 40 percento di acqua ogni anno.

martedì 21 giugno 2022

ENSO - El Niño Southern Oscillation

Dopo la lettura di un articolo di Nature portato alla mia attenzione in risposta ad un post dell’amico Aldo Piombino, ho voluto approfondirne un aspetto in particolare.

L’articolo in sé non dice molto se non mettere in evidenza come pare ci sia un modello che evidenzia comeil frequente verificarsi di eventi “El Niño” del Pacifico centrale ha svolto un ruolo chiave nel rallentamento del riscaldamento della Groenlandia e forse nella perdita di ghiaccio marino artico. Ma, lasciatemi un margine di dubbio, nello stesso articolo leggo anche che «Questo riscaldamento dell'Artico non uniforme può essere attribuito alla variabilità naturale, piuttosto che alla forzatura antropogenica, sebbene la maggior parte dei modelli climatici non sia in grado di simulare ragionevolmente la variabilità naturale non forzata sulla Groenlandia». Sebbene…

Mentre questo modello potrebbe essere fallace, pur con i loro limiti non lo è la media delle centinaia di profilazioni e modellazioni fatte in decenni e che, contrariamente a quanto è stato detto in queste pagine, non è vero che IPCC tenda a sovrastimare, anzi, è
esattamente vero il contrario. E tornando ai modelli ricordo che la climatologia è scienza difficile, visto che i modelli che si creano, anche quelli per fare le previsioni che inondano con centinaia di fonti, telefonini e smartwatch, funzionano al contrario e senza entrare nei dettagli, facendo "previsioni sul passato".

Ma tornando a El Niño, o meglio a ENSO, «El Niño Southern Oscillation» su questo vorrei spendere più che qualche parola perché è una delle prove di quanto possa essere complesso lo studio di fenomeni climatici globali, studio in grado comunque di produrre evidenze e certezze.

Questo fenomeno è quanto di meglio si possa avere sottomano per effettuare un vero e proprio esperimento planetario ed analizzarne i risultati, proponendo modelli. Ed è, soprattutto, uno degli strumenti naturali a disposizione che possano metterci in grado di capire quanto possa essere delicato, interconnesso per vie ancora da esplorare, relazionato indipendentemente da latitudini e longitudini, il sistema climatico mondiale, e quanto sia ogni sua variazione, globale!

L'ENSO del 2010 provocò fenomeni meteorologici estremi pressoché contemporaneamente negli Stati Uniti centro-occidentali (Tennessee e Kentucky) e Pakistan. Un'origine nel Pacifico Equatoriale ed effetti così lontani.

I livelli raggiunti sia dal fiume Cumberland che dal Tennessee batterono ogni record. Ci furono ventisei vittime, per lo più a causa di inondazioni improvvise di torrenti e altri corsi d'acqua nei bacini sottostanti. Più il fiume non riusciva a contenere l'acqua che continuava a cadere dal cielo, più le sale da concerto, gli impianti sportivi, le aziende e le case di Nashville si ritrovarono coperti di acqua e fango.

Ma fu poca cosa rispetto a quel che accadde in Pakistan.

Alla fine di luglio del 2010 fu catastrofe. Due dighe, quella di Tangala e quella di Mangia, rappresentavano tutto lo stoccaggio disponibile sui principali affluenti dell'Indo. Il resto era fuori controllo. Le inondazioni imperversarono lungo tutto il bacino dell'Indo trascinando con sé migliaia di vite. I fiumi Kabul e Swat ruppero gli argini. Centinaia di persone morirono a causa delle inondazioni che seguirono. Le frane devastarono il nord-ovest del paese. In centinaia persero la vita.
Un quinto del Pakistan finì sott'acqua. Il 29 luglio la situazione aveva raggiunto una gravità senza precedenti. Il 31 luglio l'ONU dichiarò quelle inondazioni le più gravi a memoria d'uomo. Nella prima parte di agosto, quando le acque si ritirarono, fu possibile valutare l'entità del disastro. Erano morte quasi 2000 persone, e in venti milioni avevano bisogno di un rifugio, di cibo e di cure, più che durante lo tsunami indiano nel 2004, i terremoti del Kashmir nel 2005 e di Haiti nel 2010 e il ciclone Nargis del 2008 messi insieme.

Dai tropici alle medie latitudini l'umidità non si sposta uniformemente. Le immagini satellitari a microonde mostrano che spesso essa viaggia come lunghi filamenti d'aria di alcune centinaia di chilometri di ampiezza, a volte intorno a sistemi meteorologici che si estendono per alcune migliaia di chilometri. Questi fiumi atmosferici sono grandi. Da cima a fondo, uno di questi corsi d'acqua nel cielo può trasportare tanta acqua quanta il Rio delle Amazzoni, o dieci volte quella del Mississippi.

Il sistema climatico sta cambiando. È probabile che possa cambiare molto al di là dell'esperienza recente, grazie all'impatto della modernità sulla chimica dell'atmosfera. L'iniezione di anidride carbonica, pardon, di diossido di carbonio (sono anziano e mi scappa di chiamarla ancora anidride carbonica) derivante dall'uso dei combustibili fossili e la trasformazione del paesaggio su una scala senza precedenti hanno entrambe avuto un impatto significativo sul bilancio energetico del pianeta.

È ancora troppo presto per comprendere appieno la portata della sfida di un clima che cambia. Occasionalmente, tuttavia, il sistema climatico propone un esperimento naturale che permette di intravedere ciò che potrebbe avere in serbo. Il 2010 fu un anno di ENSO particolarmente forte. L’ENSO è un fenomeno quasi periodico per cui le calde acque del Pacifico equatoriale ad una profondità di qualche centinaio di metri oscillano da est a ovest dal Perù all'Australia e viceversa come una gigantesca altalena, per un periodo che va dai tre ai cinque anni. Il fenomeno si manifesta maggiormente sulla superficie dell'oceano: durante lo stato freddo chiamato La Niña, le acque più fredde e profonde raggiungono la superficie nel pacifico orientale mentre le acque calde si accumulano a ovest; Durante lo stato opposto quello caldo o El Niño, si trovano di nuovo verso est. L’ENSO è uno dei segnali naturali più importanti e misurabili del sistema climatico. il caso vuole che sia anche un perfetto esperimento naturale in grado di spiegare ciò che accade quando il sistema climatico cambia nel corso di più anni.
Durante la fase fredda, La Niña stabilisce un forte gradiente di temperatura sulla superficie dell'oceano dal Perù all'Australia. Non dovrebbe sorprendere che una zona anomala di temperatura fredda a cavallo dell'equatore, nell'oceano più grande del pianeta, stimoli una reazione nell'atmosfera. Ha anche un impatto profondo sulla distribuzione dell'acqua in tutto il globo. Durante una tipica La Niña, le precipitazioni aumentano nell'Asia meridionale in alcune aree degli Stati Uniti. Quei cambiamenti, a loro volta, interagiscono con altri fenomeni meteorologici a breve termine traducendo una miriade di eventi anomali e localizzati che dappertutto mettono alla prova la resilienza delle comunità.

domenica 20 febbraio 2022

La metafora del rogo

Da ragazzino e da adolescente, come tanti della mia generazione, ho vissuto quasi con rassegnata indifferenza, o con incosciente presunzione, un periodo in cui i capi di stato delle cosiddette superpotenze avevano a disposizione un potenziale distruttivo tale da destinare la Terra ad un mortale inverno nucleare e oggi la situazione è persino peggiore, essendo aumentate le nazioni che detengono armamenti nucleari. Come potrà la stessa umanità rendersi conto di ciò che si sta preparando ed attuando, giorno dopo giorno, da qui a 30, 50 o 100 anni? E se un secolo vi sembra chissà quanto tempo pensate ai vostri nonni e ai vostri nipoti, e quel secolo l'avrete abbondantemente coperto con persone con cui siete stati, siete o sarete in relazione.

Ma possiamo farcela.

Ça va sans dire, più che efficaci termini francesi per un caso francese, è di ieri la notizia della débâcle della grandeur della Francia di Macron in Mali. Sarà l’invasione dell’Europa gridano già le destre. Senza avere la minima idea di quel potrebbe accadere in termini di migrazioni incontenibili di centinaia di milioni di profughi climatici. In queste poche pagine non voglio affatto alimentare la paura o dipingere scenari catastrofistici ma è paradossale che il problema non potrà essere risolto finché tutti non lo avranno considerato un problema, noto quindi non solo la comunità scientifica che ce lo sta dicendo da decenni! Che ci aveva avvisato per tempo ma che, probabilmente, non ha saputo trovare le parole giuste per far sì che un rumore di fondo, un fastidioso ma innocuo debole acufene, simile a quello del timore di una guerra atomica della mia gioventù, diventasse invece un fragoroso e intollerabile rombo continuo!

Possiamo ancora cambiare direzione, non dobbiamo lasciarci andare alla disperazione, al cinismo e alla rinuncia né tanto meno al negazionismo: chi ancora oggi nega i cambiamenti climatici causati dall’uomo lo colloco direttamente, senza appello né dialogo, con i terrapiattisti, i novax e quelli che l’uomo sulla Luna era finto: inutili idioti.

Possiamo farcela.

E’ stato calcolato che per creare un nuovo sistema energetico globale, nel corso dei prossimi decenni, e tanto è il tempo rimastoci, occorrerebbe investire il 2-2,5 percento del PIL mondiale: sembra una percentuale sorprendentemente bassa e proviamo a contestualizzarla. La quota media europea destinata alla ricerca scientifica è pari al 2 percento del PIL. Per affrontare la Seconda Guerra Mondiale la Gran Bretagna utilizzò il 50 percento del suo PIL. Per mandare 4 uomini sulla Luna gli Stati Uniti per dieci anni hanno devoluto il 2,5 percento del loro PIL. A livello mondiale il contributo delle spese per la difesa ammonta a circa il 2,5 percento del PIL[1]. E non esiste esercito in grado di difenderci dalle conseguenze dei cambiamenti climatici.

Dobbiamo farcela. L’alternativa è un immenso, invisibile rogo.

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Siamo convinti che il fondamento della società sia il pensiero politico, ma se andiamo ad approfondire, da non moltissimo tempo, quanto basta per mettere in fila una manciata di generazioni, alla base di tutto c’è la produzione di energia. L’era, o la parte di questa, che più di qualcuno ha deciso meritasse un nome proprio: Antropocene. E produrre energia serve poi a trasferirla tra sistemi diversi, con lo scopo, come ci insegna la fisica senza entrare nei dettagli, di generare forze, lavoro insomma, con inevitabile produzione di calore.

Antropocene. Quando inizia? Nel 1945 con i risultati delle ricerche di Oppenheimer ed i suoi 10.000 scienziati riuniti nel deserto del New Mexico? O sarebbe meglio spostare ancora più indietro lo spartiacque geocronologico? Senza arrivare ai tempi del controllo del fuoco o della diffusione delle pratiche agricole a me piace collocarla nella seconda metà del XVIII secolo. Quando, nel 1765, un ingegnere scozzese, James Watt, potenzia e migliora, col suo regolatore centrifugo ed altre modifiche sostanziali (r. di Watt), il motore a vapore, figlio di tanti ingegni che vi si erano applicati in precedenza.

E da allora la produzione energetica è cresciuta a ritmi esponenziali, e più se ne aveva più se ne produceva, con un ciclo a feedback positivo che sembrava non avesse fine. Bruciare, produrre, produrre, bruciare.

Non a caso qualcuno ha coniato il nome di un nuovo periodo geologico: il Pirocene.

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Qualche decennio fa ricordo dibattiti da cui scaturivano previsioni sulla fine dei combustibili fossili sulla Terra, sull’esaurimento di carbone, petrolio e gas naturale; oggi sappiamo che, per quanto riguarda il petrolio, stando alle conoscenze attuali sulla posizione di nuovi giacimenti e con i tassi di consumo attuali saremmo coperti per almeno un altro mezzo secolo: 50 anni, il 2070, non è poi così lontano in termini di generazioni, un nipote ed un pronipote per chi è nonno oggi. Non sto dicendo che il petrolio finirà tra 50 anni, magari verranno fuori nuovi giacimenti o si scoprirà d’aver sottostimato gli attuali, sto dicendo che questo è il punto di riferimento. O magari finirà prima in un ultimo devastante rush finale.

100 milioni di barili di petrolio, tanto bruciamo ogni giorno nel mondo: 36,5 miliardi di barili ogni anno.

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Dipendiamo dall’energia fossile. Circa l’80 percento del consumo totale di energia del mondo viene da fonti fossili, petrolio, carbone e gas naturale. E per quanto nel futuro la percentuale derivante dalle cosiddette «energie rinnovabili[2]» sarà sicuramente maggiore, non è possibile pensare di smettere da un giorno all’altro di dipendere dalle fonti fossili: sarebbe come pensare di poter fermare un treno in corsa con una mano, un’idea irrealistica, talmente utopica da essere ormai parte del mondo delle ideologie; pensare di sostituire dall’oggi al domani le fonti energetiche attuali con qualcos’altro porterebbe al collasso della società.

Quindi iniziamo a pensare fin d’ora che per transizione energetica va inteso il periodo di tempo che servirà per passare da fonti prevalentemente fossili ad un mondo, perché se mondo non fosse sarebbe quasi inutile, basato su fonti sostenibili e rinnovabili. E mi fermo qui: non è delle alternative che voglio scrivere.

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E’ a Watt che voglio tornare. Quando Watt accese il motore a vapore la concentrazione di CO2 in atmosfera era di 280 ppm. Oggi è arrivata a 415 ppm, il valore più alto mai registrato in 3 milioni di anni! E per chi si è posta la domanda, soprattutto i negazionisti, «…e allora i vulcani?» risponderò subito che è stato già calcolato che il contributo annuale di tutta l’attività vulcanica della Terra è pari a circa 200 milioni di tonnellate di CO2, mentre l’attività umana ne produce qualcosa come 50 miliardi di tonnellate l’anno (Gton)! 36 per i più ottimisti, che, pur essendo un dato sottostimato resta un’enormità.

Per avere un metro di paragone con il vulcanismo, circa 65 milioni di anni fa, per 30.000 anni di seguito, una regione dell’attuale India e che allora stava da tutt’altra parte, ha eruttato e deposto basalti senza tregua (500.000 kmq con spessore medio di 2 km), alterando così tanto il clima del pianeta da contribuire in grande misura, insieme al famoso impatto dell’asteroide, all’ultima estinzione di massa occorsa sulla Terra, quella tra Cretaceo e Paleocene. Ultima? Se escludiamo quella in corso. Ma questa è un’altra storia, anche se direttamente legata ai cambiamenti climatici d’origine antropica.

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Bruciando centinaia di miliardi di tonnellate di carbone e petrolio quell’enorme quantità non è svanita nell’aria, evaporata, ma è diventata diossido di carbonio, anidride carbonica come si diceva un tempo.

Tornando al paragone col vulcanismo delle 50 Gton/anno (Gton, Giga-tonnellata, un miliardo di tonnellate) non vediamo né fuoco né fumo, contrariamente anche ad un solo vulcano, in grado di preoccuparci e spaventarci. Nel 2010 il vulcano islandese dall’impronunciabile nome, Eyjafjallajökull, eruttò fermando per una settimana tutto il traffico aereo europeo, con un rilascio di CO2 che arrivò ad appena il 40 percento di quello che lo stesso traffico produce quotidianamente! Un vulcano ambientalista insomma! Con due semplici calcoli si scopre che le emissioni antropiche quotidiane corrispondono a 600 Eyjafjallajökull che eruttino senza sosta ventiquattrore al giorno per tutto l’anno.

Il vulcano siamo noi.

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Quando le notizie di cronaca ci riportano le immagini di un deposito di carburante, una petroliera, un impianto di produzione in fiamme, non ci soffermiamo a pensare che era comunque destinato a bruciare, non tutto insieme e nello stesso posto. Quel che invece quotidianamente bruciamo non lo vediamo. Non vediamo il fuoco e molto raramente vediamo direttamente il carbone o il petrolio. Ogni volta che prendiamo un aereo non abbiamo idea di che razza di falò potrebbero scatenare 20 tonnellate di benzina avio. Facciamo il check-in per il bagaglio ma non per il barile di petrolio (circa 160 litri) che ci portiamo dietro e che occorre bruciare per ogni passeggero che compia un volo entro i confini europei. Non scompare: 160 litri di petrolio, tra ricerca, produzione, prodotto, trasporto, distribuzione e consumo diventano 350 kg di CO2, 50 tonnellate per 150 passeggeri.

Sarebbe istruttivo visualizzare la catasta di barili di petrolio che ognuno di noi usa nel corso della vita, e se 100 barili in giardino (200.000 km con un’automobile di media cilindrata) vi sembrano pochi pensate a quanto grande possa essere il rogo che produrrebbero se bruciati in un sol colpo. Sto pensando al giardino di un tassista!

Paghiamo per l’energia, per averne, ma ad oggi non paghiamo per le conseguenze di aver rilasciato tutto quel CO2 in atmosfera; e non pagare non è un’opzione. Se non lo facciamo adesso lo faranno le generazioni future, a caro prezzo. E la domanda è: quanti di noi sono davvero disposti a pagare il green premium? Il sovrapprezzo che occorrerà, volenti o nolenti, pagare per ottenere energia che non rilasci gas climalteranti[3]?
Proprio in questi giorni le cronache ci ricordano che le bollette stanno subendo aumenti mai visti in precedenza, nemmeno al tempo della crisi petrolifera degli anni ’70, e i governi stanno correndo ai ripari per evitare ai cittadini stangate micidiali all’economia, già provata da due anni di pandemia. E chi correrà ai ripari quando sarà la normale produzione energetica a dover costare di più affinché ogni singola tonnellata di CO2 rilasciata venga compensata ma soprattutto quando finalmente saranno avviati gli impianti di cattura e stoccaggio per centinaia di miliardi di Gton già rilasciate e che, abbassando a 280 ppm, valori preindustriali, si scongiuri o si mitighi in maniera importante l’effetto del riscaldamento globale. O chi pagherà per i necessari investimenti in tema di energia da fonti nucleari? Nel 2018 il rapporto sul clima del
IPCC lo aveva avvisato a lettere cubitali: le conseguenze di un aumento di temperatura media superiore ad 1,5 °C sarebbero disastrose.

In un articolo recentemente comparso su "Scientific American" si evidenzia come i climatologi sottovalutino la gravità e la velocità dell'emergenza climatica per evitare di sbagliare ed essere messi alla berlina dai negazionisti e spesso i rapporti ufficiali tendono a sottovalutare i potenziali pericoli climatici: è eccesso di prudenza forse, ma che resta comunque uno dei pilastri del metodo scientifico, non sinonimo di ignoranza.

Ciò significa che se gli scienziati prevedono un aumento della temperatura media del pianeta di 2 gradi, significa che sarà almeno 2 gradi! E allora, se un prudentissimo IPCC ha sottolineato di recente l'urgenza di limitare a 1,5 °C rispetto a 2 °C riflettiamo sul significato perché, quel mezzo grado, rappresenta una differenza enorme in termini percentuali e delle sue conseguenze!

12 miliardi di tonnellate di petrolio, carbone e gas ogni anno diventano 50 Gton di CO2 equivalente, sempre considerata l’intera filiera. Spegnere tutto entro il 2050? Impossibile. Impensabile. Dobbiamo comunque essere grati alle fonti energetiche che finora, così abbondanti, ci hanno permesso di trasformare un barile di petrolio nel lavoro di un uomo per 10 anni, riscattando il genere umano dalla fatica e dal freddo, favorendo dapprima i paesi occidentali e poi, negli ultimi decenni, anche miliardi di altre persone.

E pur con degli squilibri ancora grandissimi il problema non è essere usciti dalla povertà, che ci ricorda che quelli de la descrescita felice, erano solo sognatori piuttosto stupidi, ma esserci buttati a testa bassa e con i paraocchi nel consumo eccessivo e negli sprechi, in un modello tale per cui la maggior parte delle cose che creiamo, pensiamo e facciamo finisce in spazzatura, ovvero in emissioni. E non è nemmeno pensabile che possa essere sostenibile un modello planetario che vede l’1 percento più ricco del mondo responsabile per emissioni pari a quelle di 175 individui appartenenti al 10 percento più povero, fascia enorme di umanità che più di ogni altra patirà le conseguenze dei cambiamenti climatici.

Azzerare le emissioni entro il 2050 per evitare che il riscaldamento globale superi quel valore di 1,5 °C. Realizzare (la tecnologia c’è, già ce ne sono diversi modelli, qualcuno, pur piccolo, in produzione!) dispositivi che estraggano il CO2 direttamente dall’atmosfera. E’ una delle prove più grandi che l’umanità abbia mai dovuto affrontare. Il 2050 sta nel futuro come il 1990 sta nel passato. E da allora le emissioni sono aumentate del 60 percento! E anche se riuscissimo a ridurre del 50 percento le emissioni l’inerzia del sistema Terra sarà tale che comunque il problema continuerebbe ad aggravarsi finché non sarà stato rimosso tutto il diossido di carbonio presente ad oggi: la Terra continuerà a scaldarsi, i ghiacciai a sciogliersi, la superficie dei mari ad alzarsi e questi ad acidificarsi, con conseguenze devastanti e anzi, i temi ambientali relativi ai mari sono sempre stati trattati in minima parte: a lungo si è pensato che il mare potesse ricevere una quantità infinita di CO2 ma così non è. Il mare si acidifica ed a ritmi sostenuti, scatenando una serie di eventi che minano la base delle catene alimentari dell’intero pianeta: il solo fitoplancton produce il 60 percento dell’ossigeno che respiriamo!

La resistenza più grande che l’umanità dovrà affrontare è, come ho scritto in apertura, lo scontro con chi l’energia, che è alla base di tutto, la produce e la commercia. Il mercato del petrolio vale oggi qualcosa come 6 miliardi di dollari al giorno! Quei grossomodo 100 milioni di barili di petrolio che bruciamo quotidianamente. Il fondamento di interi sistemi economici e chi basa il proprio profitto su questi non li lascerà andare senza dar battaglia, con milioni di posti di lavoro in gioco.


Siamo tra incudine e martello: se non spegneremo il fuoco moriremo di certo; se lo spegneremo rischieremo di morire.

Possiamo spendere al massimo altre 800 Gton di emissioni, ottimisticamente tra meno di 25 anni la nostra quota sarà esaurita. Ma stiamo puntando senza staccare il piede dall’acceleratore dritti verso il baratro: se continua così entro la fine del secolo saremo ad un aumento tra i 3 ed i 4 °C.

Un secolo: l’arco della vita dei nipoti di chi è nonno oggi.

Nota: grazie ad Andri Snaer Magnason ed al suo bellissimo libro “Il tempo e l’acqua”. Iperborea 2020. (edizione originale islandese, 2019).


[1] L’Istituto internazionale di ricerca sulla pace di Stoccolma, nel suo rapporto annuale riporta: nel 2020 la spesa militare totale nel mondo è salita a 1.981 miliardi di dollari, con un aumento del 2,6% rispetto al 2019, malgrado una diminuzione del Pil globale del 4,4%. E per il 2021 è previsto un ulteriore aumento con il superamento della cifra di 2.000 miliardi di dollari. In questi giorni l’Ucraina è al centro delle attenzioni: sappiate che nel 2022 questo paese ha raddoppiato gli investimenti militari: 6% del PIL.

E visto che in questi giorni l’Ucraina è al centro delle attenzioni sappiate che nel 2022 questo paese ha raddoppiato gli investimenti militari: 6% del PIL.

[2] Termine alquanto improprio e piuttosto infelice, dando l’idea che tutte le fonti cosiddette rinnovabili possano essere tali: eolico e solare dipendono dalla produzione di minerali ed elementi chimici (il litio o i lantanidi, le terre rare che così rare non sono poi). Solo idroelettrico e nucleare possono essere considerati davvero rinnovabili, considerando il tipo di materia prima di cui hanno bisogno.

[3] Diossido di carbonio - CO2, metano - CH4 e monossido di diazoto - N2O

giovedì 20 gennaio 2022

E’ tutto grasso che cola o è tutto gas che sfiata?

Un interessante video sulla pagina Facebook di Geopop ha stimolato in me riflessioni di varia natura che, almeno per ora, non mi hanno convinto sulla reale necessità e sull’altrettanto concreto beneficio derivante dall’incremento della produzione di gas naturale in Italia. E preciso subito che i complottismi notriv o gli ambientalismi grinpis non hanno nulla a che fare con ciò. 

Ricapitolando.

Consumo annuo di gas naturale in Italia: 70 miliardi di mc, dati 2020. Qui una fonte.
Produzione attuale annua di gas naturale in Italia: 3,6 miliardi di mc, pari a circa il 5% del fabbisogno (1,7 da giacimenti on-shore, a terra, e ben 1 mld di questi dalla sola Basilicata, e 1,9 mld di mc da giacimenti off-shore, a mare).
Qui la tabella dal MISE.
Riserve: soltanto nell’Adriatico settentrionale si stimano riserve per 35 mld di mc, mentre il totale nazionale ammonterebbe a circa 90 (70 se pessimisti).

Perché non estraiamo?
Per l’art. 8 della legge n. 133 del 6 agosto 2008 che recita testualmente: "1. Il divieto di prospezione, ricerca e coltivazione di idrocarburi nelle acque del golfo di Venezia"; è tutto bloccato da allora temendo che l’estrazione possa provocare fenomeni di subsidenza(*) (abbassamento del livello del suolo) che metterebbero a rischio –dicono, ma chi lo dice?- la città di Venezia e più in generale tutta l’area nord adriatica, dal delta del Po fin quasi alla costa triestina. Ma il fenomeno di subsidenza è stato dimostrato non avere nulla a che fare con le attività di estrazione, se non e non sempre, limitatamente alla zona prossimale al pozzo. Appurato ciò non ho capito questo cosa c’entri con la possibilità di estrazione in tutte le altre aree che non siano appunto, il nord Adriatico. Perché non si estrae in tutto il resto delle aree più produttive? E soprattutto cosa c'entra questa legge con il blocco delle perforazioni o dell'ampliamento di quanto già in produzione? Situazione questa che impedirebbe di avere gas naturale a 5 centesimi al metro cubo anziché a 50, tanto paghiamo quello importato (
https://www.ilsole24ore.com/art/trivellazioni-adriatico-ferme-ma-gas-italiano-costa-decimo-AEgbV0u).

Ma facciamo finta che la legge venga abrogata: l’iter istituzionale richiederebbe almeno un anno di tempo; l’analisi di impatto ambientale che porterebbe ad autorizzare le estrazioni richiederebbe altri 16 mesi, per un totale di 28, e siccome siamo in Italia facciamo 36 e non se parli più. Tre anni, dopo l’avvio dello sblocco, per fornire ad ENI l’autorizzazione ad avviare la costruzione degli impianti necessari ad estrarre il gas: altri 2 o 3 anni almeno, totale 6 anni per avere i primi metri cubi di gas dalla riserva. E non consola sapere che le spese di realizzazione non sono a carico dei cittadini perché sono tutte di ENI; anche se presumo che questa e le varie altre, sapranno trovare la scusa per un bel rincaro delle forniture in essere.

Trascurata l’ipotesi comica di estrarre tutti i 90 miliardi in un colpo solo, il piano è quello di fornire 5 o 6 ulteriori miliardi l’anno per un totale di 10-15 anni. Quindi la produzione nazionale passerebbe da 3,6 a circa 10 mld di mc, arrotondando.
10 su 70, necessità odierna e sempre che questa non cresca in futuro. Quindi andremmo a coprire il 14% circa del fabbisogno nazionale. In tempo di magra anche un incremento dell’8 o del 10% è tutto grasso che cola (o forse sarebbe meglio dire gas che [non] sfiata); ma è un incremento tale da non giustificare affatto una diminuzione dei costi “alla pompa”.
L’utilizzo del gas del nostro sottosuolo quindi non serve a ridurre i costi in bolletta: le dinamiche internazionali la farebbero comunque da dominante perché fonte di ben 60 su 70 miliardi di metri cubi di fabbisogno.

E allora a che scopo? Ambientale? E qui mi trovo in parziale disaccordo con l’autore del video. Trovo abbastanza ridicolo sostenere che l’estrazione nazionale, questo ipotetico contributo di 10 mld di mc l’anno, ha un impatto ambientale estremamente più basso dell’equivalente estero che deve attraversare migliaia di km di gasdotti. E’ altrettanto vero però che la produzione italiana tra perdite di gas dagli impianti, attrezzature in regola e mancato trasporto taglia del 40% le emissioni correlate all'attività (il solo il trasporto brucia fino al 30% del metano prodotto) e quindi quei 10 miliardi impatterebbero molto meno. Per esser minore quindi, questo impatto lo è, ma nel bilancio complessivo delle maggiori o minori emissioni è quasi ininfluente.

Gli unici benefici reali deriverebbero dalla creazione di nuovi posti di lavoro e dall’incasso delle royalties da parte dello stato italiano, che potrebbe investirli nelle nuove tecnologie legate al rinnovabile o comunque allo scopo di rispettare la decarbonizzazione auspicata.
Ma il conto economico è estremamente complesso da realizzare.

Nella prima figura ho importato anch’io in Google Earth i dati ViDEPI delle zone di estrazione A, B, C e D, il quadrettato con colori diversi, da nord a sud da A a D; i pallini verdi sono invece tutti i pozzi di estrazione realizzati in Italia dall’inizio del novecento.       
      
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In quest’altra mappa, sempre da nord a sud, le zone E, F e G, più che altro di ricerca per ulteriori aree e di scarsa produttività.

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(*) E’ ampiamente documentato che la subsidenza dei territori del Polesine o di Venezia sono state provocate dal prelievo di acque, a scopo agricolo, e da fenomeni di compattazione geologica del terreno alluvionale caratteristico dell’area alluvionale.

venerdì 14 gennaio 2022

COP26–Note a margine

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Si è conclusa da poco la COP26, Conference of Parties, ultima di una lunghissima serie nata la prima volta a Berlino nel 1995 a seguito della creazione dell’IPCC (International Panel on Climate Changes) nel 1988 e del successivo UNFCCC (United Nations Framework Convention on Climate Change) entrambi enti ONU. Una delle COP più famose è la terza, quella del 1997, che portò all’altrettanto famoso Protocollo di Kyoto. Perché allora? Perché è in quegli anni che diventa evidente, dati scientifici alla mano, che è in atto un cambiamento climatico con una causalità diretta legata alle attività umane.

I primordi del sospetto

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Da già parecchi decenni prima se ne aveva il fondato sospetto: per quel che vale, ricordo qualcuno all’Università nel 1980 che già parlava di tipping point, punto di non ritorno. Nel 1958 Charles D. Keeling (nella foto), chimico e pioniere della nascente climatologia, aveva raccolto dati che dimostravano che la quantità di CO2 in atmosfera varia notevolmente nel tempo e da luogo a luogo, e nel 1965 l’allora presidente USA era al corrente dei cambiamenti climatici in atto e misurabili. Alla fine degli anni Settanta persino le ricchissime e gigantesche aziende del cosiddetto «Big Oil», investendo diversi milioni di dollari di allora, avevano condotto ricerche scientifiche di pregio che confermavano quanto era già noto alla comunità scientifica del settore, e al di là di ogni ragionevole dubbio, i due punti fondamentali: è in atto un cambiamento climatico e dipende dalle attività umane. Ed è già allora che inizia a germogliare la macchina del negazionismo climatico, sovvenzionata ed alimentata da tutti coloro i quali ritenevano che qualsiasi regolamentazione avrebbe ridotto, se non impedito, la regola d’oro: profitto ad ogni costo e a breve termine.

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In testa a tutti proprio il mondo «Big Oil», per ovvii motivi, ma in ottima compagnia di imprenditori e politici, e quanto più si intensificavano le reazioni o le azioni genericamente dette ambientaliste, quanto più il negazionismo si espandeva e faceva proseliti cercando di dimostrare che diverse posizioni contrastanti erano in «dibattito» tra loro: nulla di tutto ciò, nessun dibattito o possibilità di dibattere, da un lato fatti e dati scientifici e dall’altro menzogne manipolate ad arte, con tecniche così sofisticate da rendere plausibili le loro tesi, così come un fotomontaggio potrebbe rendere plausibile la scalata dell’Everest per chiunque. Dopo tutto, se «Big Tobacco» per decenni ha negato persino l’evidenza che il fumo è dannoso per la salute fino ad uccidere può non averlo fatto «Big Oil»? Ovvero il mondo delle aziende direttamente coinvolte nella estrazione, produzione e vendita dei combustibili cosiddetti fossili (petrolio, gas naturale e carbone). Ma questa, quella della macchina del negazionismo, pur se drammatica, è un’altra storia.

La percezione del problema

La questione di cui vorrei trattare è un’altra. Innanzi tutto sarebbe opportuno usare sempre il suo vero nome: «riscaldamento globale», purché non porti ad immagini rilassanti, che so, una spiaggia ai Caraibi, tanto che in inglese qualcuno ha proposto di passare da global warming a global heating perché quel warm può far pensare al tepore di un caminetto acceso. Comunque sia, nonostante il termine cambiamento può inconsciamente far pensare ad una transizione verso qualcosa di migliore, se parlare di emergenza o crisi può avere risvolti positivi, le emergenze passano e le crisi aprono opportunità, il cambiamento climatico ci riguarda tutti. E qui sta uno dei punti cruciali: se tutti sono coinvolti allora non è coinvolto nessuno e l’assuefazione alle immagini del povero koala bruciacchiato o dell’esausto orso bianco che nuota per decine di chilometri fa il resto. Siamo tutti nella stessa barca si dice e si scatena quello che gli anglosassoni chiamano bystander effect (effetto spettatore): maggiore è il numero di persone che stanno a guardare qualcuno che affoga, minore è la probabilità che qualcuno si tuffi per salvarlo.

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Se a ciò aggiungiamo che la reiterazione di messaggi, ancorché corretti soprattutto scientificamente, alla fine crea assuefazione persino in chi ha gli strumenti cognitivi per comprenderli, la cosa diventa ancora più complessa. Purtroppo si vive ancora tutto questo come «non ora, non qui». E, non ultima, l’enorme sacca di ignoranza e sfiducia nella scienza prima ancora che nei singoli scienziati, fa il resto. Ed è l’ignoranza, non solo scientifica, che crea ponti d’oro alla manipolazione, alla mistificazione dei fatti, alla propaganda intesa nella sua accezione più negativa, arrivando ad instillare dubbi o ripensamenti persino nei più attenti, complice l’enorme cassa di risonanza che i social mettono a disposizione a chiunque.

Gli anni passano, le COP sul clima si susseguono l’una all’altra, ma a quanto pare “il copioso flusso di esternazioni green che tutti ci avvolge e seduce è ancora elemento retorico, nebuloso” (Enzo di Giulio); ma nonostante ci sia una certa responsabilità dovuta all’incapacità della scienza di spiegare se stessa, di chi, pur se parte stessa del mondo accademico, veicola al suo posto messaggi che hanno lo scopo di generare ritorni economici, di potere, di immagine o vuoi solo di reputazione (e guarda caso il negazionismo ha come scopo principale l’interesse di pochi a danno di molti); questo genera un modo generalista di fare politica, che giustifica le decisioni con un «lo dice la scienza» senza aver capito cosa dice la scienza! E si torna all’ignoranza diffusa o semplicemente alla mancanza dei necessari strumenti cognitivi che portano non già a non fidarsi di questo o di quello scienziato, ma della scienza in quanto tale, che non ha mai avuto la pretesa di essere la depositaria della verità assoluta ma di avere sempre solide fondamenta di quando afferma qualcosa: fidarsi dunque perché fondata!

La cattiva… disinformazione

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Dopo tutto, è dall’inizio del 2020 che è palese il come la macchina del negazionismo abbia utilizzato gli stessi mezzi, copiati alla lettera, per diffondere il dubbio e la menzogna, mentre si sta cercando di debellare la pandemia da Covid-19. Premesso quindi che le strategie utilizzate per la disinformazione scientifica sul virus sono le medesime di quelle adottate per negare l’emergenza climatica e nonostante la scelta possa portare a vivere o morire, se una percentuale cospicua dell’umanità vaccinabile, penso ad esempio ai paesi occidentali che ne hanno i mezzi, ha deciso di ignorare del tutto dati e fatti concreti, dimostrabili e replicabili, ma quanta parte dell’umanità non ha ancora realizzato che quando si parla di emergenza climatica si sta parlando di qualcosa di terribilmente e tremendamente serio? E di questa, quanta è convinta che sia…il solito complotto? Troppa a quanto pare.

A chiusura della COP26 vorrei quindi ricordare un’accusa mossa spesso ai dati che arrivano dagli enti che, da decenni, forniscono le prove del cambiamento climatico in atto e della sua origine pressoché esclusivamente antropica. In un articolo recentemente comparso su «Scientific American» si evidenzia come i climatologi sottovalutino la gravità e la velocità dell’emergenza climatica per evitare di sbagliare ed essere messi alla berlina dai negazionisti e spesso i rapporti ufficiali tendono a sottovalutare i potenziali pericoli climatici: è eccesso di prudenza forse, ma che resta comunque uno dei pilastri del metodo scientifico, non sinonimo di ignoranza.

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Ciò significa che se gli scienziati prevedono un aumento della temperatura media del pianeta di 2 gradi, significa che sarà almeno 2 gradi! E allora, se un prudentissimo IPCC ha sottolineato di recente l’urgenza di limitare a 1,5 °C rispetto a 2 °C riflettiamo sul significato perché, quel mezzo grado, rappresenta una differenza enorme in termini percentuali e delle sue conseguenze!

Il dopo…

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a COP26 non ha aggiunto molto a quel che già era noto, proprio perché assodato, e non mi stancherò mai di ripeterlo, oltre ogni ragionevole dubbio (il famoso 98% di consenso scientifico), né purtroppo lo ha fatto rispetto a quanto si era già ratificato a Parigi nel 2015 o a Kyoto nel 1997!

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Né le lacrime di delusione del Presidente Alok Sharma (nella foto) potranno cambiare in un altro valore quel 40% di quei circa 50 miliardi di tonnellate di CO2 equivalente di emissioni prodotto da soli tre produttori (Cina, India, e Stati Uniti) su oltre 200 paesi o, peggio ancora, se si confrontano le emissioni pro-capite di un cittadino USA con uno della Gran Bretagna (il triplo). E non consola sapere che l’Europa e gli Stati Uniti si sono schierati dalla parte dei virtuosi, perché proprio in questi giorni ci giungono le immagini delle città indiane soffocate dall’inquinamento che è soltanto l’altra faccia della stessa medaglia: l’emergenza climatica.

Nonostante le numerose ratifiche e gli impegni, sul metano, della deforestazione, sul carbone, i problemi di sempre restano gli stessi: nessuna certezza sulla fattibilità più che sulla validità, poche alternative energetiche davvero in grado di implicare uno sguardo di insieme: da una parte quelli che credono si possa risolvere tutto con le auto elettriche, l’eolico e il fotovoltaico, e rinunciando alla bistecca; dall’altra quelli che, tra malati di assuefazione e negazionisti fino all’ormai è troppo tardi, continuano a dire che va bene così.

Concludo ricordando che è ormai tantissimo tempo che, con operazioni studiate a tavolino, si sta cercando di spostare l’attenzione dall’inadeguatezza strutturale del sistema alla responsabilità del singolo individuo; continuamente ci si sente dire, parafrasando John Kennedy, cosa può e deve, ognuno di noi, fare per l’ambiente. Ma non sarà il comportamento virtuoso del singolo a cambiare le cose. Certo le iniziative green che ognuno di noi può permettersi di intraprendere, comprese quelle che comportano un sovrapprezzo per chi può sostenerlo, vanno incoraggiate, meglio ancora incentivate e mai criticate. Ma le scelte individuali, da sole, non saranno mai la soluzione per affrontare la crisi climatica, il nostro destino non è modificabile dalle scelte che si fanno al reparto bio di un supermercato o nell’adozione di una pompa di calore o di un pannello fotovoltaico sul tetto di casa.

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Sono certamente passi lodevoli e forse anche utili ma se qualcosa cambierà sarà solo perché è stato modificato il sistema. E non a prezzo di utopiche decrescite felici, inesistenti fantascientifiche chimere, perché se per un cittadino del mondo occidentale una ancorché minima decrescita comporterebbe il rinunciare a qualche kWh al mese o pagare di più per mantenerlo, per un abitante del Mozambico o di Haiti potrebbe voler dire avere o non avere la luce in casa se non addirittura vivere o morire. Semplice a dirsi il cambiamento non è rinunciare all’energia, ma cambiare alla radice il modo con cui è prodotta. Dobbiamo ridurre le emissioni, non serve l’IPCC per saperlo; non basta compensarle, a partire da adesso e non tra 10 o 30 anni! Ma se la guida di quasi 8 miliardi di esseri umani continuerà ad essere appannaggio di populisti, sovranisti e paternalisti la strada è tuttora in salita, ripida; soprattutto perché a questi quasi 8 miliardi l’evoluzione ha insegnato a non fare programmi per un futuro troppo lontano né tanto meno preoccuparsi di ipotetici benefici che avranno le generazioni future.

Alla prossima COP, perché ce ne sarà un’altra.

     

Nota: la posizione "ormai è troppo tardi" è una delle tipiche posizioni negazioniste. L'ultima, la più disperata dopo averle tentate tutte. I negazionisti, che sia clima o virus, prima negano, poi negano le responsabilità quando non possono più farlo con i fatti, scaricano colpe altrove, poi minimizzano; quando non riescono più a fare tutto questo cercano di salvaguardare il profitto il più possibile, se si parla di regole iniziano a dire questo no, quest'altro nemmeno, non potete fermare tutto ecc. E alla fine, disperati "tanto ormai è tardi" buttato lì. Il negazionismo in 5 mosse.

Originariamente pubblicato il 28/11/2021 su Protectaweb.it

domenica 14 maggio 2017

Ma quale energia pulita?


L’energia eolica non è né pulita né verde e fornisce energia complessiva pari a zero. Le posizioni ambientaliste estreme vanno fermate ed occorrono invece maggiori investimenti nel campo degli idrocarburi gassosi e nel nucleare, con particolare attenzione agli investimenti nella ricerca sulla fusione.

GettyImages-103570612(foto: Getty)

DSCN5577Nell’ultimo rapporto del Global Wind Energy Council vengono enfatizzati da un lato la proliferazione dell’energia eolica nel mercato della potenza globale, a ritmi forsennati addirittura, e dall’altro i più di 54 gigawatt di energia eolica, pulita e rinnovabile si dice, installati e ricavati lo scorso anno attraverso il mercato globale.

Immagini di turbine eoliche, onnipresenti in ogni reportage sull’ambiente, pubblicità su come ogni aeroporto inglese ricavi energia dal vento, sono molto impressionanti e danno l’idea che l’eolico stia dando un grande contributo al fabbisogno attuale di energia. E invece, dopo decenni di sviluppo –direi secoli se pensiamo all’invenzione dei mulini a vento- il suo contributo è tuttora banalmente piccolo al punto di essere del tutto irrilevante.

Facciamo un quiz, senza discutere. Approssimando all’intero, quale percentuale del consumo energetico mondiale è stata fornita dall’eolico nel 2014, ultimo anno per il quale esistono dati attendibili? Era il 20, il 10 od il 5 percento? Ebbene, nessuno dei valori precedenti: era lo 0 percento. Ovvero, al numero intero più vicino, non esiste tuttora energia eolica sulla Terra.

Anche mettendo insieme eolico e fotovoltaico questi stanno fornendo meno dell'1 percento del fabbisogno energetico globale. I dati 2016 “Key Renewables Trends” dell’Agenzia Internazionale per l’Energia si legge che l’eolico ha fornito lo 0,46 percento del consumo globale di energia nel 2014 e, combinando insieme solare e mareale un altro minuscolo 0,35 per cento. Voglio ribadire che stiamo parlando di  energia totale, non solo di energia elettrica che è meno di un quinto di tutta l'energia finale, con i combustibili solidi, gassosi e liquidi che rappresentano il nucleo per la fornitura di  energia per fornire calore, trasporto ed i fabbisogni industriali.

Anche se questi numeri non sono difficili da trovare non appaiono mai nei rapporti in tema di energia che arrivano dalle inattendibili lobbies del solare e dell’eolico. Barano nascondendosi dietro l’affermazione che circa il 14 percento dell’energia mondiale è rinnovabile, dando per scontato ed implicito che questa sia data da eolico e solare. In realtà di quel 14 percento la stragrande maggioranza, i tre quarti, sono dati da biomassa, principalmente legna, e la gran parte è infine “biomassa tradizionale”, ovvero i tronchi, gli arbusti e lo sterco bruciato dai poveri nelle loro case per cucinare. Queste persone hanno bisogno di energia pagando un prezzo elevato in termini di danni alla salute causati dalla inalazione del fumo.

Anche nei paesi ricchi che giocano con energia solare ed eolica sovvenzionata, una quota enorme della loro energia rinnovabile proviene da legno ed idroelettrico, le uniche fonti rinnovabili affidabili. Nel frattempo, la domanda mondiale di energia è cresciuta di circa il 2 percento l'anno per quasi 40 anni! Tra il 2013 ed il 2014, sempre utilizzando i dati dell'Agenzia Internazionale per l'Energia, il fabbisogno è cresciuto di circa 2.000 terawatt per ora (TWh).

Se questo fabbisogno avesse dovuto essere realizzato tutto con turbine eoliche quante se ne sarebbero dovute costruire ogni anno?  La risposta è quasi 350.000, dal momento che una turbina da due megawatt può produrre circa 0,005 TWh all'anno. Questo numero è pari ad 1,5 volte la quantità di turbine costruite in tutto il mondo dai primi anni 2000, ovvero dal momento in cui i governi hanno iniziato ad usare le tasse dei cittadini per finanziare questa industria nascente.

Ad una densità di, molto approssimativamente, 20 ettari per megawatt, valore tipico per i parchi eolici, il calcolo ci porta ad un fabbisogno di superficie pari all’estensione dell’intero arcipelago britannico(*). Ogni anno. Se estendiamo il calcolo ad un periodo di 50 anni avremmo dovuto ricoprire di parchi eolici ogni chilometro quadrato di una superficie delle dimensioni della Russia. E ricordo che tutto questo servirebbe semplicemente a soddisfare la nuova domanda di energia  e non sostituire l’enorme contributo esistente dai combustibili fossili, che attualmente forniscono l'80 percento del fabbisogno energetico mondiale.

E non serve neanche rifugiarsi nell’idea che in futuro le turbine eoliche potrebbero rivelarsi più efficienti. C’à un limite a quanta energia si può estrarre da un fluido in movimento e le turbine eoliche lo hanno già raggiunto (limite di Betz).

La loro efficacia è determinata dal vento che è disponibile e che varia di secondo in secondo, di giorno in giorno e di anno in anno. Come altre macchine le turbine eoliche sono già piuttosto buone; il problema è la risorsa vento e non possiamo cambiare la situazione. E’ un flusso fluttuante di energia a bassa densità. L'umanità ha smesso di usarlo per il trasporto e per fornire potenza meccanica molto tempo fa, e per buone ragioni.

Per quanto riguarda il consumo di risorse e l'impatto ambientale, gli effetti diretti delle turbine eoliche sono già abbastanza gravi senza trascurare l’uccisione di uccelli e pipistrelli e le profonde fondazioni in calcestruzzo. Ma ciò che non si vede ad esempio è l'inquinamento profondo generato in quei paesi dove si estraggono i metalli delle terre rare per i magneti delle turbine(1). Questo genera rifiuti tossici e radioattivi su scala epica, che è il motivo per cui parlare di energia pulita è un ossimoro da evitare assolutamente.

Ma c’è di peggio. Le turbine eoliche, a parte le pale in fibra di vetro, sono realizzate per lo più in acciaio, con fondazioni imponenti. Hanno bisogno di circa 200 volte più materiale di qualità per per ognuna di esse rispetto ad una moderna turbina a gas a ciclo combinato. L’acciaio è fatto col carbone addizionato al ferro, e carbone per  fornire il calore per la fusione dei minerali. Insomma tutta l’attrezzatura per produrre energia pulita deriva da combustibili fossili di cui soprattutto carbone. (NdA: in cambio di una quantità di energia prodotta praticamente pari a zero rispetto a quella necessaria per costruire la struttura)

Una turbina eolica due megawatt pesa circa 250 tonnellate e, complessivamente, ci vuole circa mezza tonnellata di carbone per fare una tonnellata di acciaio. Occorre aggiungere altre 25 tonnellate di carbone per la produzione del cemento e si sta parlando di 150 tonnellate di carbone per turbina. Ora, tornando all’esempio del solo fabbisogno annuale in aumento, se vogliamo costruire 350.000 turbine eoliche, solo per tenere il passo con la crescente domanda di energia, occorreranno 50 milioni di tonnellate di carbone all'anno. E questa quantità è pari alla metà di tutto il carbone estratto nella UE. (2)

Questi grandi numeri rappresentano è che l’aritmetica smentisce clamorosamente le posizioni delle cosiddette rinnovabili, che si ritrova essere invece inaffidabili. Pensare che l’energia eolica possa dare un contributo significativo al fabbisogno mondiale è ridicolo senza contare le enormi emissioni inquinanti date dall’approvvigionamento di altre risorse necessarie a costruire le pale eoliche.

Se si vuole soddisfare il fabbisogno energetico della civiltà riducendo le emissioni di gas serra ci si deve concentrare su come spostare la produzione di energia, calore e mezzi di trasporto verso il gas naturale le cui riserve sono molto più abbondanti di quanto si possa sognare con effetti collaterali che sono i più bassi dell’intera catena energetica a vantaggio della salute.

E cercare infine di usare un po’ di questa ricchezza crescente nel nucleare, fissione e fusione, in modo che possa prendere il posto del gas nella seconda metà di questo secolo. Questo è un futuro pulito indirizzabile ed ingegnerizzabile. Tutto il resto è ingerenza politica in tematiche che non le competono o più semplicemente propaganda politica, la più controproducente politica climatica e, peggio ancora, una politica che deruba vergognosamente i poveri per rendere i ricchi ancora più ricchi.


Liberamente tradotto ed estratto da Matt Ridley che discute di energia eolica.

Link all’originale qui:
https://www.spectator.co.uk/2017/05/wind-turbines-are-neither-clean-nor-green-and-they-provide-zero-global-energy/#

(*) NdA – L’autore nel suo originale commette un errore di calcolo molto grossolano. Che l’impatto ambientale in termini di fabbisogno spaziale sia molto grande è cosa nota, ma che sia inimmaginabile è ben altra. Le 350.000 turbine dichiarate (derivate dal calcolo 2.000/0.005 dei TW/h approssimati, non approssimando sono 400.000) ipotizzando circa 1 ha per turbina, o 2 acri più o meno, non possono occupare l’intero arcipelago britannico, che è grande poco meno di 300.000 kmq, ovvero 30.000.000 di ettari!

 

(1) Soprattutto in aree minerarie mongole e cinesi grandi come regioni e devastate da tenori di metalli pesanti tali da creare dei veri e propri disastri ambientali a lento ma inesauribile progresso.

(2) L’impatto ecologico (ecological footprint) di un campo eolico o solare, è ben lungi dall'essere verde: riduce solo un po’ la produzione complessiva di gas serra ma questa potrebbe essere tagliata già del 50% convertendo da carbone a metano e spostando altrove, dove non ci sono impedimenti ambientali e dove la popolazione non ha strumenti per intervenire sulla gestione del territorio, il peso ambientale della produzione. La chimera dell’eolico ha distolto ingenti energie alla ricerca vera, ovvero quella sulla fusione nucleare.

domenica 10 giugno 2012

Guardie ecozoofile

10062012Incuriosito dalla divisa di uno degli avventori di una nota area di servizio romana (una sorta di guardia forestale ma troppo verde oliva e con strani stemmi) all’uscita non ho potuto fare a meno di notare la vecchia Alfa 155. Mai visti prima!

E dopo la Polizia Idraulica Fluviale oggi un’altra inattesa quanto rara entità si è palesata nel parcheggio di una nota area di servizio romana. Le Guardie Ecozoofile.

Inizialmente ho pensato ad un qualche retaggio di costole provinciali e locali di refusi di enti inutili e da sopprimere ma mi sono immediatamente ricreduto dopo una breve ricerca. Questo corpo, facente parte della Onlus ANPANA (Associazione Nazionale Protezione Animali Natura Ambiente) è composto da volontari ed è autofinanziato con una parte dei contributi proveniente dal Ministero dell’Ambiente che lo riconosce ufficialmente. E’ nato nel 1984 ed ha sede a Roma. Il ruolo dei membri è quello di tutelare e vigilare sull’osservanza delle leggi e regolamenti generali e locali relativi alla protezione degli animali, alla difesa del patrimonio zootecnico, faunistico ed alla tutela ambientale. Quando in esercizio sono equiparati a pubblici ufficiali con funzioni di Polizia Provinciale ed Amministrativa negli ambiti di loro competenza.

Una curiosità. I mezzi utilizzati da questo corpo sono talmente famosi da essere entrati nel novero della collezione virtuale di questo Alfa 155 Club dove viene persino specificato che a differenza di altre Alfa in dotazione a corpi militari e non queste delle Guardie Ecozoofile sono state equipaggiate after-market dell’occorrente: dai lampeggiatori alla radio.

PS) voglio augurarmi che la guardia che aveva con sé la famiglia avesse avuto regolare permesso per usare la vettura di servizio.

sabato 9 giugno 2012

“De terrae motus vaticinium” più seriamente scrivendo

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La pianificazione delle risorse da dedicare alla messa in sicurezza del patrimonio edilizio esistente, civile, pubblico, privato od storico-artistico, sarebbe certamente favorita dal conoscere con mesi od anni di anticipo che una zona dell’Italia sarà molto probabilmente colpita da una scossa forte (di magnitudo M>5.5). Ancora una volta in questi giorni ritornano prepotenti argomenti come questo, che fanno notizia ovviamente, salvo poi dimenticarsene fino al prossimo terremoto.

Da molti anni la ricerca scientifica in atto tra le più promettenti e serie è quella relativa alle analisi del cosiddetto rilassamento post-sismico che sembra contenere quelle informazioni citate precedentemente e fa apparire questo tipo di previsione raggiungibile.

Una conoscenza approfondita dell’assetto sismico e tettonico del territorio ed in condizioni particolari ogni qual volta che una forte scossa colpisce una zona può, a seguito della deformazione e della successiva riorganizzazione della crosta, accentuare la pericolosità delle zone che si trovino intorno alla zona originale.

Analizzando i terremoti forti degli ultimi 4 secoli è nato quindi questo tipo di approccio che ha evidenziato come ci siano certamente correlazioni piuttosto evidenti tra la sismicità intensa di certe zone italiane influenzata in modo significativamente regolare dalla distribuzione dei terremoti nelle principali zone tettoniche mediterranee ed una correlazione più locale tra aree tettoniche nazionali ben individuate. In particolare, è stato messo in evidenza che negli ultimi due secoli i terremoti forti (M>5.5) nell’Appennino meridionale sono avvenuti entro un breve intervallo di tempo (1-3 anni) dalle principali fasi sismiche (M>6) nelle Dinaridi meridionali. Una simile correlazione (con tempi di ritardo leggermente più lunghi: 3-8 anni) è stata osservata tra le scosse forti nell’Arco Calabro ed i periodi di forte sismicità nell’Arco Ellenico (da Creta a Cefalonia). Insomma con questi ridotti tempi, infinitesimi su scala geologica, è come se in un gigantesco domino la caduta delle tessere in una parte del pianeta non può non influenzare le zone tettonicamente circostanti e con questo non si intende certo che l’odierno terremoto veneto-friulano è legato a quello emiliano degli scorsi ma solo che il cosiddetto rilassamento post-sismico influenza la distribuzione spazio-temporale dei terremoti.

Altri esempi sono suggeriti da sequenze sismiche nella catena appenninica, che sembrano notevolmente coerenti con il quadro deformativo a breve termine riconosciuto nell’area
mediterranea centrale: dopo il devastante terremoto di Avezzano del 1915 (M=7.0) nel periodo 1916-20 si verificarono ben sei scosse M>5.5 dalla Val Tiberina alla Garfagnana con una relazione di causa-effetto tra i due fenomeni citati suggerita anche dall’assetto delle deformazioni che hanno interessato la catena appenninica nelle ultime centinaia di migliaia di anni.

Insomma lo studio del rilassamento post-sismico (unito ad una profonda conoscenza del quadro tettonico) può fornire informazioni molto utili per la stima della pericolosità sismica; e questo dovrebbe indurre i responsabili della ricerca in Italia (che sono tuttora oggetto di studio astrologico…) ad incentivare le indagini in questa direzione. Ma questa è un’altra storia, un altro paese, un’altra era…geologica!

Nota a margine: l’immagine della schermata di uno dei tanti software di previsione delle estrazioni del Lotto è puramente…voluta!

(parte del documento è estratto da D. Mantovani, M. Viti, D. Babbucci, Dipartimento di Scienze della Terra, Università degli Studi di Siena)