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giovedì 25 agosto 2016

Un terremoto italiano

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Duo genera sunt, ut Posidonio placet, quibus movetur terra. Utrique nomen est proprium: altera succussio est, cum terra quatitur et sursum ac deorsum movetur, altera inclinatio, qua in latera nutat alternis navigii more. Ego et tertium illud existimo quod nostro vocabulo signatum est; non enim sine causa tremorem terrae dixere maiores, qui utrique dissimilis est; nam nec succutiuntur tunc omnia nec inclinantur sed vibrantur, res minime in eius modi casu noxia; sicut longe perniciosior est inclinatio concussione: nam nisi celeriter ex altera parte properabit motus qui inclinata restituat, ruina necessario sequitur (Seneca, Naturales quaestiones Qui la traduzione)

Tre erano i tipi di terremoto secondo Seneca. Ne aggiungo un quarto: il terremoto italiano.

Ancora una volta mi trovo a scrivere su queste pagine di terremoti e delle loro conseguenze, ma soprattutto delle conseguenze dell’inettitudine umana, unico elemento prevedibile in tutto questo o quanto meno misurabile. Come è possibile tollerare oltre questo terribile deja vu di chiacchiere e promesse? Com’è possibile definire moderno un paese che si straccia le vesti piangente e che si consola dietro la grande umanità, la enorme solidarietà, l’unità dimostrata nel momento del bisogno?

Si dice, ed è molto probabilmente vero, che l’Italia abbia la migliore Protezione Civile del mondo, che sia stata inventata qui, all’indomani del devastante terremoto friulano del 1976: in un paese civile che si rispetti la Protezione Civile dovrebbe passare la maggior parte del tempo a girarsi i pollici perché in un paese civile tutto dovrebbe essere demandato alla prevenzione. Ma nonostante la prevenzione sia suo mandato fondamentale accade invece che quella dai danni causati da eventi naturali -frane, terremoti, inondazioni ed eruzioni vulcaniche- si rivela ahimé, ad ogni loro verificarsi, pressoché inesistente.

91987691Un terremoto da solo non uccide, ciò che uccide sono i manufatti umani, le abitazioni inadatte a dare a chi le occupa quanto meno il tempo e la possibilità di uscire di casa soprattutto se si rapporta all’intensità di quest’ultimo evento.

Il terremoto di suo è un evento naturale e la cosa si ferma qui: non esiste la catastrofe naturale del tutto indifferente alla nostra presenza, esiste solo la nostra incapacità di convivere in un territorio geologicamente giovane e proprio per questo ad altissimo rischio. Dobbiamo quindi assumercene la responsabilità, una responsabilità che finora non è stata presa da nessuno e che viene riciclata periodicamente (statisticamente l’Italia subisce un terremoto distruttivo ogni 5 anni) parlandone per qualche mese, reiterando la solita sequela di polemiche sterili e che ben presto viene dimenticata con la labilità della memoria umana che tende a rimuovere i traumi rapidamente, spesso anche da parte delle vittime stesse che quando non abbandonano il territorio si affidano ad un macabro fatalismo.

I geologi, categoria di professionisti che appare dal nulla ad ogni catastrofe del genere, lo ricordano sempre. Purtroppo sempre dopo visto che nei periodi di intervallo restano inascoltati o peggio, loro stessi tacciono crogiolandosi nel benessere momentaneo della quotidianità.

Il terremoto che ha colpito la zona appenninica tra i Monti della Laga ed i Sibillini è un tipico terremoto italiano: avviene in una zona rurale, marginale e tra collina e montagna, dove si è costruito, anche in tempi recenti, male e senza progettazione antisismica moderna, dove spesso si sono usati materiali di risulta, dove non si è posta mano né al risanamento né alla ristrutturazione e poi, quando il terremoto arriva, ed arriva , tutti cascano dal pero sbalorditi come se il terremoto fosse una fatalità inevitabile.

Italy QuakeCentri abitati con numero di residenti invernali diversi ordini di grandezza inferiori a quelli estivi, con piccole frazioni di qualche decina di abitanti e paesi da uno a poche migliaia di abitanti. Dove molte vecchie case destinate alla villeggiatura estiva, laddove non ereditate da genitori o nonni, sono state comprate a prezzo di realizzo, e ristrutturate negli interni, con nuovi impianti di riscaldamento, bagni ed infissi alla moda ma senza la cura minima per l’aspetto strutturale antisismico, con nemmeno una verifica di tetti, solai, scale e vie di uscita. Negli anni vecchie stalle ristrutturate come appartamenti, strutture turistiche di tipo bed & breakfast ed agriturismi sorti dal nulla ogni poche centinaia di metri, migliaia di euro spesi per fare una piscina e neanche uno per ancorare un solaio ma che dico, per ancorare a muro un armadio che ti crolla sul letto alla prima scossa intrappolandoti!

Ed a questo si aggiunge quella sorta di fatalismo ignorante che fa dimenticare di vivere in un territorio classificato ad elevato rischio sismico, il massimo.

Sono zone sismiche, come tantissime altre in Italia, non definibili tali da qualche secolo, ma fin dai tempi di Cicerone e Tacito le cronache di raccontano di episodi sismici importanti, tali da essere annotati anche allora: stiamo parlando quindi di una delle zone più tipicamente sismiche dell’Appennino e chi, come me, ha studiato geologia, sa bene che da quelle parti esistono linee tettoniche note a livello mondiale e che coincidono con i piani di scivolamento e stiramento di una parte dell’Appennino centro meridionale rispetto a quella nord-orientale. Rimando al blog di Aldo Piombino per gli approfondimenti.

Ma se anche un ospedale, come quelli di Amatrice e di Amandola, e come già successo all’Aquila, una caserma dei Carabinieri, una prefettura, non reggono ad una scossa sismica del genere, mi convinco che la modernità ostentata dal mio paese sia solo apparenza e che in realtà vivo in un paese rimasto al medioevo degli scongiuri e delle processioni. Scosse queste ultime tutto sommato non così forti come si potrebbe pensare a giudicare dalla distruzione che ha seminato. E un albergo che si sbriciola come un biscotto, una scuola che poteva essere piena di bambini o di ragazzi e che si scopre persino andata soggetta a ristrutturazione e di recentissima inaugurazione (Amatrice, 2012)!

E’ stato un terremoto che da punto di vista energetico, rispetto a quello de L’Aquila del 2009, molto meno intenso: ricordando che la magnitudo Richter esprime un valore su scala logaritmica, nel passare dal 6.9 de L’Aquila al 6.0 di Accumoli, la differenza non è solo quello 0,9, ovvero quasi 1 punto, ma in termini di potenza significa decine di volte meno distruttivo ma che però ha prodotto un danno che a vederlo sembra più grave di quello subito da L’Aquila stessa, se si basasse l’analisi sul numero di vittime considerando la maggior densità abitativa della cittadina abruzzese.

Un terremoto del genere, in paesi dove prevenzione antisismica e costruzione adeguata sono all’ordine del giorno come Giappone o California, avrebbe provocato al massimo un gran polverone con successiva spazzolata via, da noi invece contiamo i morti.

Come è possibile che si possa continuare a tollerare e sopportare questa oscenità? Si dice che in questi momenti, quando ancora potrebbero esserci persone sopravvissute da tirare fuori dalle macerie, le polemiche debbano esser messe da parte. E invece secondo me è proprio questo il momento di fare polemica con chi e contro chi non ascolta i moniti, gli avvisi, le raccomandazioni ma soprattutto nei confronti di chi continua a crogiolarsi nell'ignavia e nella presunzione e molto di più contro chi non è stato in grado, in oltre settant'anni di Repubblica, di far valere le posizioni che potrebbero salvare vite.

Quante volte è stato detto che cose del genere non si dovevano ripetere più? E quante volte invece ci siamo trovati davanti alla replica dei medesimi episodi con le medesime parole nelle orecchie? Ancora una volta ad estrarre sopravvissuti e morti da sotto le macerie, a diffondere immagini strazianti di chi ha perso tutto in qualche decina di secondi. Evidentemente chi sta sul territorio non fa quel che deve fare, come minimo mettere sotto controllo le strutture pubbliche più importanti e chiedersi se reggeranno o meno ad un terremoto; anche i cittadini dovrebbero essere indotti, magari con sgravi fiscali se non obbligati per legge, a ristrutturare in maniera antisismica le loro abitazioni.

Ad ogni terremoto così tipicamente italiano, nella sua tragicità e nei suoi effetti, vediamo sempre i medesimi effetti sulle abitazioni: pareti con crepe incrociate ad x da cui non si scampa, una struttura così lesionata è condannata. Solai staccati dalle pareti che crollano uno sull’altro in un tragico effetto quando sarebbero bastate chiavi di ferro infilate nel muro ad evitarlo.

Ricordiamo che molti centri dell’Appennino ristrutturati di recente a seguito di terremoti precedenti, e persino in epoca medievale reggono egregiamente ai terremoti perché fatti bene! Non è necessario il cemento armato, si può fare anche con la muratura e Santo Stefano di Sessanio (AQ) ne è un esempio che ha retto benissimo al terremoto del 2009 e Cerreto Sannita (BN) regge a qualsiasi terremoto da oltre 400 anni. Ed attualissimo il caso di Norcia che è stata epicentro di una delle scosse maggiori ma che ha saputo trarre insegnamenti importanti dai terremoti precedenti, soprattutto da quello del 1979.

Si possono fare bene queste cose risparmiando vite e denaro sapendo inoltre che in Italia finora si è speso molto di più a riparare i danni dei terremoti di quanto sarebbe stato necessario per prevenirli.

Ed è un terremoto italiano soprattutto perché uccide e distrugge quando altrove non avrebbe avuto i medesimi effetti.

E’ paradossale ma proprio quando sembra che le forze dell’ordine stiano lavorando bene ad evitarci un attentato terroristico, questo sì davvero imprevedibile come un terremoto e altrettanto impreventivabile, ce ne stiamo inerti in attesa di questi suicidi di massa periodici. O dovrei dire omicidi?

Arrivederci tra un quinquennio.

domenica 12 gennaio 2014

Una botta di culo…

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Premessa storica.

Dopo il terremoto dell’Irpina del 23 novembre 1980 per rilanciare 20 zone industriali tra Campania e Basilicata vennero stanziati 7.762 miliardi di lire (circa 8 miliardi di € del 2010). Il costo finale fu dodici volte superiore al previsto in provincia di Avellino e diciassette volte in provincia di Salerno. Secondo la relazione finale della Corte dei Conti, i costi per le infrastrutture crebbero fino a punte «di circa 27 volte rispetto a quelli previsti nelle convenzioni originarie». Il 48,5% delle concessioni industriali (146 casi) venne revocato. La Corte dei Conti accusa «la superficialità degli accertamenti e l'assenza di idonee verifiche», approvate senza «adeguatamente ponderare situazioni imprenditoriali già fragili e già originariamente minate per scarsa professionalità o nelle quali la sopravvalutazione dell'investimento, in relazione alle capacità imprenditoriali, ha portato al fallimento dell'iniziativa». Nel 2000, 76 aziende risultavano già fallite, ma solo una piccola parte dei contributi (il 21% nella provincia di Salerno) era stato recuperato. Io stesso ho visto decine di vecchie stalle abbandonate, spesso a decine di km dalla zona sismica, trasformate in lussuose ville grazie ai fondi ricevuti.

Molte altre volte (qui, qui e ancora qui ad esempio), fin dall’inizio della vicenda, ho parlato del terremoto de L’Aquila 6 aprile 2009 e l’ho fatto anche per parlare di sismologia, di geologia, di rischio e di prevenzione nel nostro paese. Paese in cui, nonostante l’ingresso nell’era moderna, nessun governante ha mai capito veramente cosa voglia dire vivere e produrre in una delle zone tra le più sismiche nel mondo e con un territorio in cui le zone veramente prive di sismicità si contano in punta di dita.

E la città abruzzese presa, non solo per la sua bellezza così adagiata sotto il gigantesco massiccio del Gran Sasso, ad esempio della miopia, dell’inettitudine, dell’incompetenza e della macroscopica imbecillità di chi potrebbe manovrare le giuste leve per fare davvero prevenzione visto che, lo ribadisco, la previsione non è percorribile; anche lo fosse comporterebbe comunque piani ben coordinati di gestione dell’emergenza, come nel caso delle zone vulcaniche (Vesuvio ed Etna tra i tanti) che, ancora una volta in Italia, sono inesistenti.

E così oltre all’assoluta mancanza di competenze e dopo aver assistito anno dopo anno alla morte della città, dove tutto è fermo fin dal 6 aprile 2009, dove nulla è stato fatto, e basta passare per i 2 km scarsi di via XX settembre per rendersi conto della stasi, ancora una volta assistiamo a quanto già visto in altre occasioni, a quei terribili e nauseanti deja vu del malaffare, della speculazione a danno degli innocenti, degli onesti e di chi ha perso da qualcosa a tutto.

E dopo aver scoperto nel 2010 che un paio di sciacalli alle 3.32 di quella notte ridevano, le proteste degli aquilani e le manganellate date loro per aver osato protestare, sembrava aver toccato il fondo. Ma al peggio non c’è mai fine si dice e così a distanza di quasi 4 anni si scopre che nulla è cambiato rispetto agli stessi metodi che in tanti altri disastri nazionali sono stati la normalità. La corruzione fatta sistema dopo aver definito il terremoto un colpo di culo, un’occasione d’oro per mettere le mani sui milioni di euro che sarebbero arrivati.

Mani sulle gare d’appalto per lavori di ricostruzione mai iniziati, tangenti su milioni di euro versati per innalzare recinzioni di plastica e sulla carta chiamarle cantieri, sulla costruzione delle famose unità abitative ultra moderne fatte realizzare da Berlusconi e dalle sue imprese in tempi record senza però avvisare gli occupanti che passata l’emergenza avrebbero dovuto comprarsele! E pur se l’emergenza non sembra aver fine le richieste di soldi sono già arrivate costringendo centinaia di famiglie a tornare nei container o ad arrangiarsi in proprio.

Eppure sembrerebbe che molto sia stato già fatto ed io stesso su queste pagine ho messo in evidenza come non tutto è ripristinabile esattamente com’era, che non tutti i campanili od i palazzi storici devono necessariamente avere finanziamenti se non alla fine, se proprio avanzano soldi: ci sono insomma priorità evidenti. Ma in tutto questo quanto altro ancora si sarebbe potuto fare senza il malaffare sistematico?

Inutile fare gli esempi noti del Giappone che dopo il terremoto di Kobe del 1995 scoprì che c’era stato malaffare e corruzione nella costruzione dei manufatti che non sarebbero dovuti crollare e mise in galera centinaia di amministratori pubblici ed imprenditori privati; ed a nulla servirebbe ricordare ancora una volta lo stesso paese che nel giro di pochi mesi rimise in sesto tutte le infrastrutture dopo il devastante tsunami del 2011.

Dal terremoto dell’Irpina sono passati poco più di 30 anni, nel frattempo sono cadute repubbliche e cambiate intere classi dirigenti e scuole di pensiero. Ma in questi casi ancora una volta il risultato sembra il medesimo a ricordarci che non sono criminalità e malaffare a creare cattivi amministratori ma è la cattiva amministrazione che attira come mosche il miele criminali e delinquenti. Nulla è cambiato ed anzi è peggiorato: si è passati dai pochi grandi burattinai che hanno fatto soldi a danno della maggioranza spartendosi ricche torte di denaro pubblico tra pochi eletti all’interno della casta ad un sistema generalizzato e diffuso dove anche l’ultimo degli uscieri comunali vuole averne parte, dove, per dirla alla Fiorito, rubbaveno tutti.

Effetto di una connivenza tutta italiana con situazioni che nascono e fioriscono dalla e con l’ignoranza: l’ignoranza, l’incompetenza e l’ignavia dantesca della stragrande maggioranza dei nostri concittadini che non hanno mai letto un libro, che l’unica cultura che ricevono è quella televisiva e che persino chi legge almeno un quotidiano ogni tanto ignora che quell’informazione è controllata e manipolata tanto da relegarci parecchio in fondo nella classifica del grado di libertà di stampa.

Un paese di ignoranti, stupidi e furbetti pronti ad approfittare di un qualsiasi vantaggio personale a scapito di chiunque sia fuori della cerchia di amici e parenti in milioni di microcosmi egoisti ed isolati che pretendono di chiamare società. La gran parte degli italiani esattamente com’era fascista la (gran parte(gran parte(gran parte(…)))) fino all’aprile del 1945 salvo sparire nel nulla fin dal mese successivo.

E tutto a breve sarà di nuovo dimenticato…beata ignoranza diceva qualcuno sapendo che così avrebbe aumentato il controllo.

E L’Aquila? L’Aquila in tutto ciò è solo un numero di morti, in questo caso piccolo, ed un numero, parecchio più grande, che indica cittadini noti solo alla statistica dei censimenti.

lunedì 22 ottobre 2012

La sentenza: come un sisma devastante

Nel 1996 nel suo libro “Il mondo infestato dai demoniCarl Sagan cercava di spiegare che in una società impregnata di tecnologia come la nostra quasi a contrappasso dantesco si fanno sempre più largo l'irrazionalità, la superstizione, il pregiudizio ed il rischio di entrare in un'epoca di nuovo oscurantismo diventa sempre più alto; la società tecnologica è sempre più assediata da nuovi profeti, impeti di irrazionalità e falsa ricerca del meraviglioso. Basti pensare alla New Age ed alle sue esagerazioni, ai guaritori ed agli astrologi, consulenti di fiducia persino di importanti capi di stato, agli psicochirurghi, all'ufologia ed alla mitologia degli alieni, alle truffe della parapsicologia, alla disonestà di giornali e programmi televisivi che sfruttano la credulità di persone impreparate. Insomma allontanarsi dalla scienza o permettere che venga demonizzata, significa in realtà consegnarci ai veri demoni.

E consegnarci un paio di questi demoni irrazionali preconfezionati è proprio quello che hanno fatto i giudici del processo alla Commissione Grandi Rischi. Con la loro sentenza odierna, che ha condannato per omicidio colposo plurimo i membri della suddetta Commissione. Politicamente discutibili a volte, sono, o meglio erano vista la concomitante sospensione da qualsiasi pubblico esercizio, sono comunque professionisti o scienziati preparati e capaci il cui unico errore è stato quello di attenersi alla scienza. Al suo metodo ed al pensiero scettico come unico mezzo per costruire, capire, ragionare e riconoscere fra argomenti validi e non validi ricorrendo ad una verifica indipendente dei concetti la cui verità deve essere dimostrata ogni qual volta ci sia un dubbio. Insomma quel che è normalmente chiamato metodo scientifico.

Superficialità, leggerezza, forse anche supponenza? Ma le dichiarazioni della Commissione in quei giorni concitati le ricordo e basta rileggerle con attenzione e con spirito obiettivamente scientifico: ma da qui ad emettere una condanna c’è un abisso imperscrutabile grande tanto quanto la probabilità di prevedere un sisma.

E se c’è qualcosa di politico sembra proprio questa sentenza: 6 anni di reclusione ciascuno per “omicidio colposo plurimo” (oltre 300 persone morte per colpa loro dicono i giudici). Troppo poco per il numero di morti e troppo per il tipo di giustificazione senza fondamenti scientifici e razionali. Sappiamo inoltre che in Italia, se incensurati, dietro le sbarre per omicidio colposo non ci va nessuno!

Non indugerò su quanto tante altre volte ho scritto sull’impossibilità di prevedere i terremoti, con i mezzi e le conoscenze odierne: basti ricordare che nemmeno i giapponesi o i californiani ci riescono. Rimando a quanto persone più preparate commentano in queste ore ed a quanto ne sentiremo ancora nei prossimi giorni. Ne riporto solo qualche passo su cui riflettere (via www.geologi.it).

…se invece la Commissione Grandi Rischi avesse concluso che nell'area dello sciame sismico che principalmente interessava il centro de l'Aquila era probabile nell'imminenza un forte terremoto (senza tra l'altro nessun supporto valido scientifico per l'imminenza), chi poteva escludere che ci sarebbero stati meno morti? Magari quelli per cui sono imputati forse si, ma chi poteva escludere che alcuni abitanti del centro dell'Aquila, che avvertivano più di altri tali scosse (come testimoniato da diversi servizi televisivi) sarebbero andati a dormire da parenti o amici nelle frazioni che poi sono risultate essere le più colpite come Castelnuovo, Onna, Sant'Eusanio, San Gregorio, Tempera con il risultato di più vittime?
Chi può escludere ciò?

Che processo balordo…mi piacerebbe sapere quanto viene a costare e che utilità in termini di prevenzione sismica ne scaturisce…intanto in Abruzzo non si riesce ad applicare la normativa sismica regionale per mancanza di personale addetto ai controlli…per mancanza di soldi e di volontà politica…

E’ stato un processo politico e spero che nei successivi gradi di giudizio si possa ribaltare completamente la sentenza odierna.

E intanto all’estero già ridono di noi della serie se avessero dovuto emanare un ordine di evacuazione allora la cosa dovrebbe valere per buona parte dell’Italia…Già, evacuiamo tutti in Francia e magari moriamo per l’esplosione di un reattore nucleare!

Negligenza, imbecillità, inettitudine, mancanza o mancata applicazione di norme specifiche ed altro del genere d’accordo. Ma una condanna del genere è farsesca e ridicola se non fosse tragica.

Mi sento profondamente amareggiato.

Aggiornamento del 23/10/2012-Tutta la comunità scientifica internazionale ribadisce che la sentenza è un non senso privo di qualsiasi fondamento. Ancora una volta il nostro paese non ha perso occasione per coprirsi di ridicolo.

Aggiornamento del 24/10/2012-Il Ministro Clini. Un processo come quello a Galileo.

sabato 9 giugno 2012

“De terrae motus vaticinium” ovvero scienza sovietica

Duo genera sunt, ut Posidonio placet, quibus movetur terra. Utrique nomen est proprium: altera succussio est, cum terra quatitur et sursum ac deorsum movetur, altera inclinatio, qua in latera nutat alternis navigii more. Ego et tertium illud existimo quod nostro vocabulo signatum est; non enim sine causa tremorem terrae dixere maiores, qui utrique dissimilis est; nam nec succutiuntur tunc omnia nec inclinantur sed vibrantur, res minime in eius modi casu noxia; sicut longe perniciosior est inclinatio concussione: nam nisi celeriter ex altera parte properabit motus qui inclinata restituat, ruina necessario sequitur (Seneca, Naturales quaestiones)

Nei lontani anni del comunismo duro e puro di sovietica matrice e fino a tutti gli anni ‘70 in Unione Sovietica era scienza soltanto quanto dichiarato o scoperto dai possessori della tessera di partito mentre gli altri o erano rapiti e costretti comunque a lavorare per lo stato, ma in segreto, o finivano come si diceva e faceva allora in Siberia ed infine i più fortunati riuscivano a passare oltre cortina e costretti all’esilio.

Questo oltre ad aver portato ritardi o clamorosi errori, a volte catastrofici, nei cosiddetti piani pluriennali questa cosa evidenzia, come se già non fosse palese di suo, che la scienza è una e non esiste scienza ufficiale distinta da qualcosa non ufficiale.

In questi giorni di tremori sismici diffusi tornano ancora alla ribalta previsionisti, kabalisti, ballisti e fuffari di varia natura le cui amenità esilaranti ricevono eco da media più o meno diffusi a livello comunque nazionale e da scienza che affiancandosi alla appunto cosiddetta ufficiale sentenzia e pontifica. In questi giorni ho per esempio avuto modo di ascoltare almeno tre interviste diverse all’ormai mitico Giuliani e tirar fuori ancora una volta gli appunti del Bendanti.

Ora più volte io stesso da (ex) addetto ai lavori e, consentitemi, dall’alto della mia laurea cum laude in Geologia ho riportato su queste stesse pagine come sia più facile prevedere quanti gratta&vinci mi separano da una possibilità di vincita piuttosto che un terremoto; ma a quanto pare in questo nostro paese parolaio pieno di cazzari  non si finisce mai di toccare il fondo. Che poi l’acuirsi del fenomeno dei cazzari si è acuito a causa di quest’ultimo ventennio in cui dei medesimi tipi ne erano pieni i governi centrali e locali.

E così tra le tante voci oltre a castronerie micidiali quali quelle di tirare in ballo il fracking anche esimi professori universitari e specialisti che fanno previsioni. Certo, sono previsioni statistiche, con modelli matematici complessi e sofisticati, che danno ovviamente gradi di attendibilità su scala spazio-temporale ridotta, ma sempre statistica è: che significa avere il 97% di possibilità di un evento sismico da grave a catastrofico in una certa zona entro un certo intervallo di tempo (Giuliano Panza docet)? Significa che se quel periodo è di 30 giorni teniamo fuori casa gli abitanti a rischio per 29,1 giorni? Ammesso che il 97% sia un valore ammissibile!

Ora se per previsione intendiamo che in Italia può verificarsi un evento sismico intenso praticamente OVUNQUE (Sardegna esclusa) allora siamo tutti scienziati. Io stesso vista la statistica potrei dire che domani ci sarà un terremoto a Roma (indicata a rischio medio-basso) ed azzeccarla esattamente come potrei azzeccare tra rosso e nero alla roulette! Il tecnico dell’ENEA che ha previso l’evento sismico catastrofico calabro-siciliano da qui a 6 mesi-2 anni? E che significa? Tanto vale associarlo alla previsione Maya!

Ieri il Comitato “Grandi rischi” parlava di possibilità di verificarsi di altre scosse intense nei territori già colpiti…e quindi? E stamattina ha tremato il Friuli…e allora?

Purtroppo è noto che conviene spararle grosse. Se prevedo un terremoto fingendo o millantando competenze scientifiche ed invece sto solo contando su una botta di culo e ci azzecco divento immediatamente un luminare della sismologia internazionale e come minimo incasso subito bei soldi per le mie ricerche…se sbaglio amen, sarò stato uno dei soliti cazzari che finirà nella pattumiera dimenticato insieme al giornale vecchio. Le sparo grosse e me ne frego delle conseguenze sulla popolazione, più o meno quel che ha fatto ieri la commissione grandi rischi. Insomma la scommessa di Pascal applicata ai terremoti.

Vanno però compresi poveretti…Le dichiarazioni di ieri, riprese dal governo e sollevando il putiferio di polemiche che sappiamo sono umanamente comprensibili. Avranno evitato un’accusa ed un processo quale quello in atto contro la commissione che, nel 2009, non seppe prevedere il terremoto aquilanoniente di più ridicolo ed ingiusto. Ma è ovvio: i sismologi, i geologi, i tecnici insomma non riescono a fare previsioni? Incapaci. Ma certo: il mio medico mi dice che sono a rischio infarto e che faccio anziché controllare il colesterolo, smettere di fumare, mangiare sano e fare un po’ di moto? Lo denuncio per incapacità perché non sa prevedere quando avrò il coccolone…tzè

Come ho già scritto ai tempi del terremoto aquilano e come non mi stancherò mai di ripetere il terremoto non è prevedibile, al contrario dell’inettitudine e della imbecillità umana. Le case vecchie non messe in sicurezza (con fondi dei privati possessori) continueranno a crollare, gli edifici del patrimonio artistico non messi in sicurezza (con quali fondi? e da dove/cosa iniziare?) verranno giù come castelli di carta ma gli edifici di recente costruzione, le scuole, le caserme, gli ospedali, le prefetture e le fabbriche ed i loro capannoni non devono invece cedere alla prima scossa, cosa che puntualmente accade. Prima del 1976 in Italia non si sapeva neanche cosa fossero le norme edilizie anti sismiche e dopo non è cambiato granché affidandosi alla buona sorte ed alla protezione in stile partenopeo…a’ maronna c’accumpagne

Ogni volta come a Gemona ed a L’Aquila osserviamo affiancate palazzine esteticamente, e solo esteticamente simili, distante pochi metri l’una dell’altra l’una intatta e la seconda sbriciolata o danneggiata al punto da renderla comunque inagibile, da demolire. E la differenza sta solo nella prevenzione presente in una ed assente nell’altra; non quindi nelle chiacchiere sulle differenze del sottosuolo che era e rimane oscuro e sconosciuto.

In questo articolo, lungo ma esaustivo e preciso ma tutto sommato semplice da capire anche per i non addetti, un geologo serio e preparato mette parecchio ordine riferendosi al recente terremoto emiliano e ancora una volta evidenziando la bufala delle previsioni.

Con buona pace di Galileo, Newton, Darwin ed Einstein la scienza è una ma l’umanità è varia. Attendendo con ansia una notizia di correlazione tra terremoti e scie chimiche…non mi resta altro che ingoiare un altro boccone amaro!

Qui la traduzione del brano di Seneca

domenica 11 marzo 2012

Trenta giorni che sconvolsero il Giappone

L’11 marzo 2011, pochi minuti prima delle tre di pomeriggio, mentre uno degli tsunami più violenti della storia giapponese spazzava via un’intera regione costiera, un gruppo di uomini – su cui poco più tardi si sarebbe riversato uno tsunami di responsabilità ed accuse – se ne stava in vacanza-studio in Cina. A comporre questo gruppo c’erano i dirigenti dei più potenti media del Sol Levante ed i quadri della Tepco, la compagnia che gestisce la centrale di Fukushima.

Le spese del viaggio, come ha poi dovuto ammettere il direttore Tsunehisa Katsumata, erano per più della metà a carico della compagnia elettrica. Mentre i “potenti” dell’informazione si godevano il soggiorno all’estero, nei canali di informazione alternativa giapponese venivano piano piano a galla le notizie, fino ad allora taciute, sul binomio media-compagnia nucleare. Così, da leggende metropolitane sono divenute informazioni confermate quelle che riguardavano la responsabilità dei media che in passato scelsero di chiudere un occhio davanti alle inadempienze di uno degli sponsor più generosi di televisioni e giornali privati. La Tepco, infatti, elargisce annualmente centinaia di milioni di dollari per la pubblicità sui maggior quotidiani e canali televisivi della nazione, fatta eccezione per la TV pubblica NHK.

Il disastro di Fukushima è in parte colpa dei media” affermava Kazuo Hirumi, avvocato ed ex giornalista del quotidiano Sankei Shimbum e lo stesso Hirumi ha confessato di aver ricevuto precisi ordini dai suoi capo-redattori del Sankei perché, e la cosa è valida tutt’oggi, sono due i tabù per un reporter giapponese: l’industria nucleare e quella automobilistica.

Fortunatamente, in un periodo quale quello attuale in cui le tecnologie ed Internet sono indispensabili per la diffusione e per l’eventuale confutazione di fatti od idee, i giornalisti indipendenti hanno cavalcato l’onda che attendevano da tempo per opporsi ai media tradizionali come creatori di dialogo e critici dell’informazione governativa così mentre fino a prima del terremoto e del relativo tsunami in Giappone e nel resto del mondo si era abituati a vedere le news in televisione, ovvero spezzoni di conferenze messe insieme e arrangiate secondo direttive ben precise, grazie all’agorà virtuale messa a disposizione di chiunque i cittadini sono diventati il “quinto potere” in grado di controllare e verificare l’operato dei media e diffondere i fatti reali senza alterazione o manomissione e smascherano le menzogne.

Così sono riapparsi dal dimenticatoio vecchi cartoni animati (1, 2) in cui negli anni novanta il governo giapponese propagandava l’assoluta sicurezza del plutonio o poster disegnati dalle compagnie elettriche per pubblicizzare l’energia nucleare.

Fondamentale è stato inoltre il ruolo di quei pochissimi media internazionali che hanno abbattuto il muro dell’informazione governata e governativa formulando domande e ponendo dei dubbi laddove i giornalisti giapponesi non potevano farlo vuoi per la paura di perdere il posto da parte dei contrattisti vuoi per l’impedimento all’accesso a molte zone imposto ai giornalisti indipendenti giapponesi.

Proprio allo scopo di mettere in ginocchio questo tipo di speculazione mediatica un anonimo fin dai primissimi giorni mise “The wall of shame” (3), un sito dove sono stati riportati, istante per istante, tutti i commenti, le correzioni, le demistificazioni alle notizie apparse sui media. In un’unica pagina ancora oggi si possono vedere alcuni degli esempi più eclatanti di mala informazione che hanno colpito tutti i paesi, dal Canada, al Belgio, allo stesso Giappone. Una lunga lista mostra l’autore del misfatto, il giornalista, spesso assente del tutto dalla zona ma anche dalla stessa regione o dal Giappone, come i corrispondenti da Hong-Kong che realizzavano reportage in diretta. La scala della vergogna va dalla semplice distrazione, al sensazionalismo ed arriva fino al terrorismo mediatico.

Il libro di Pio d’Emilia, da cui mi sono permesso di estrarre questo breve sunto, è la cronaca minuziosa, diretta e scorrevole, dimostra che il vero giornalismo non significa assemblare notizie e lanciarle in rete o confezionarle ad arte per un servizio televisivo ma vuol dire bensì conoscere direttamente la realtà indagata, trasformando una fredda intervista in un dialogo partecipato. Le menzogne che per anni hanno accompagnato i giapponesi potrebbero essere davvero stavolta l’arma da utilizzare per affermare che non esiste e mai esisterà energia nucleare pulita e sicura. Partendo dalla spiegazione del come sia stato possibile per il paese di Hiroshima e Nagasaki accettare incondizionatamente il nucleare fin dalla fine degli anni cinquanta l’autore mette ordine nella disinformazione che ha regnato e tuttora è diffusa tra i più e che ha a che fare con quanto accaduto un anno fa e che riguarda tutto il nostro pianeta.

1) Genpatsu-Kun (centralino). Cartone animato propagandistico dove si illustra che Centralino è un bambino malato e dispettoso che minaccia di fare la cacca dappertutto ma alla fine i medici lo curano e scongiurano la pericolosa deiezione (leggi esplosione della centrale) limitando il danno a qualche scorreggina, anche se radioattiva.

2) Pluto-Kun (plutoncino). Questo spiegava invece ai bambini giapponesi che il Plutonio non è cattivo. Può servire a tante cose, proprio come la dinamite.

3) The Wall of Shame. Il link punta direttamente alle pagine riguardanti errori, omissioni e falsità riportate da “la Repubblica” che comunque è in ottima compagnia. Sulla sinistra il menu che riguarda gli argomenti per ordine di importanza o per testata giornalistica o televisiva.

domenica 24 aprile 2011

L'Aquila stuprata


Poco meno di un anno fa passavo per l'Aquila e quanto vidi l'ho già commentato allora: qui.
Ieri, 23 aprile 2011, torno su quelle stesse strade per recarmi ancora una volta verso il bellissimo Altopiano delle Rocche e percorro ancora una volta, via 20 settembre, neanche 2 km di desolazione, ed è solo quanto visibile in superficie.
La cosa che mi ha colpito, come nel finale di Easy Rider, come un pugno allo stomaco suscitando in me un misto di rabbia e profonda tristezza è che è passato UN ALTRO ANNO, E NULLA E' CAMBIATO.

E passandoci mi sentivo, vergognandome, come quei rari turisti del macabro che incroci anche lì, anche su via 20 settembre, soprattutto davanti alla tristemente nota Casa dello Studente.

Lungo quel viale le transenne giacciono immobili e non arrugginiscono solo perché in alluminio zincato. Le palazzine del sacco edilizio de l'Aquila degli anni 70, che siano le case popolari o moderne palazzine in cortina, si allineano l'una accanto all'altra, vetri e serrande ancora alzate o divelte da quella notte. Le tamponature esplose a macchia di leopardo, i pilastri aggrediti ma tutto sommato ancora in piedi. Il tutto interrotto ogni tanto da qualche palazzina d'epoca. Su qualche edificio, soprattutto quelli con le vestigia tipiche dei palazzotti signorili e d'annata, cartelli di aziende di ristrutturazione private pagate di tasca propria dai rispettivi proprietari.
Ma mi chiedo: anche ristrutturando e consolidando a rendere di nuovo agibile la propria casa CHI andrà a vivere in un deserto testimone di desolazione e dolore?

E quanto si vede lungo via 20 settembre è solo un anticipo di quanto c'è nelle sue traverse verso monte, chiuse da transennature più o meno definitive, lasciando il passo a chi, graziato dal mistero della propagazione delle onde sismiche, può ancora abitare in case stabili circondato da edifici transennati ed inagibili. In questo viale dove le pareti dei suoi palazzi ricordano così violentemente Beirut degli anni '80 o la Sarajevo dei '90.

La strada è ancora a senso unico a causa di un cedimento più o meno a metà strada: basterebbe una ruspa ed una squadra di operai a sistemarlo e riattivare la circolazione a doppio senso senza costringere residenti e non a lunghi giri viziosi e trafficati. Ma queste sono, avrebbe detto Totò, pinzillacchere...

Un anno fa era passato poco più di un anno e la scusa che c'era ben altro da fare poteva a stento reggere ma adesso un altro anno è trascorso e tutto è immobile. La desolata e rabbiosamente sconsolante immagine di quella benna ferma lì da due anni!!! Chi ne sta pagando il costosissimo noleggio giornaliero? E perchè?

Condividendo un caffè con lui ho parlato a lungo con un cordiale (come tutti gli aquilani) barman del bar dello storico Grand Hotel del Parco a chiedergli e chiedersi il perché gli aquilani non si siano ancora armati a tirar giù dai loro comodi letti i responsabili dell'immobilità, menando sprangate a destra e sinistra, quasi alla cieca a scovare, magari per caso, chi debba pagare. L'aquilano è mite, è paziente, è montanaro e vive circondato da montagne: non sa guardare oltre mi diceva. O forse i più, i graziati, gli indenni, non sanno guardare oltre le loro miserabili tasche fregandosene altamente delle migliaia che vivevano e lavoravano intorno a questo tratto di strada che è solo un frammento del dramma. E gli chiedevo come mai non fossero sul piede di guerra, inutile retorica la mia.

Ho promesso che ne avrei parlato, l'avrei fatto comunque, perché questa è cronaca che non fa più notizia, se non localmente e senza peso. E ripenso agli aquilani che vennero a protestare a Roma presi a manganellate dai poliziotti governativi.

E il pensiero che mi sovviene accomuna gli aquilani ai napoletani, anche loro tutto sommato miti (o "muti e rassegnati" come si diceva alle spine in qualche caserma...) e rassegnati di fronte alle tonnellate di spazzatura che da almeno un decennio li perseguita. E anche loro ancora non si sono armati e credo che, come gli abruzzesi, non lo faranno mai. Dante metteva gli ignavi all'inferno ed a questo pensavo davanti a quel caffè: a tutti coloro i quali non si sono mai schierati.

E proprio in questi giorni un'altra scusa al ritardo è stata trovata: il Durc, il documento (certificazioni fiscali, contributive...) che viene chiesto alle imprese prima di affidare loro lavori in base a gare d'appalto pubbliche. Ora si richiede via Internet ed a quanto pare la colpa è proprio della rete, della lentezza della burocrazia italiana che in qualche modo riesce ad ingolfare persino macchine velocissime che per loro natura lavorano 24 ore su 24. Ma per favore. L'azienda per cui lavoro produce spesso questo documento e lo fa nel giro di pochi minuti.

E poi ritardo di cosa? Lavori in ritardo significa che tutto sommato sono partiti ma che ci vorrà più tempo del previsto: qui nulla è partito e tutto è fermo con le quattro frecce come direbbe il ciclista di Striscia la Notizia.

E non si dica che la responsabilità è dei soliti meridionali che aspettano la manna dal cielo, l'assistenzialismo dovuto e preteso; non si citino, e basta!, i famosi condominii di Gemona ricostruiti in un batter d'occhio perché qui non si tratta di poche palazzine ma del tessuto urbano di un'intera parte di una città, un capoluogo di provincia, di regione, il solo tratto da me percorso possiede più palazzine disastrate che l'intero complesso di quelle friulane del 1976.

Poco più di un anno fa scrivevo che l'Aquila muore, che l'Aquila è morta. Devo tragicamente correggere il tiro. Prima di morire sarà stata anche stuprata.





domenica 13 marzo 2011

Sol levante


Terribili giorni questi per il popolo giapponese che abbiamo subito visto ricacciare indietro le lacrime e con una compostezza che solo loro possono avere, rimboccarsi le maniche e guardare al domani con un commento più no comment di qualsiasi altro: "...ci sono stati morti, molti, che altro aggiungere" ha sancito categorico un anziano che girava tra il fango e le macerie di quel che era la sua città, il suo quartiere, la sua casa.

Per tutto il periodo di studi all'Università si citava spesso il Giappone, ancor più che la Califoria, come mirabile esempio della loro capacità di convivenza con la natura altamente sismica del territorio colonizzato da millenni; delle loro tecniche costruttive in cui professori raccontavano aneddoti di cene condite da tremori e scosse ma in ristoranti situati al trentesimo piano di grattacieli di Tokio o di Osaka costruiti per oscillare anche di diversi metri rispetto alla verticale e magari in grado di ricavare energia dagli enormi smorzatori posti alla loro base.

Poi arrivò il terremoto di Kobe nel 1995 e qualcosa colpì la nostra attenzione e cioè che il malgoverno e la corruzione potevano fare più vittime del sisma stesso quando le cosiddette norme antisismiche fossero violate se non peggio, come da noi in Italia, ignorate pressoché del tutto.

E come nel 1923 a Tokio o pochi anni prima a San Francisco dove fu più cruento l'incendio che non il sisma che colpì una città proprio all'ora di cena e con milioni di fornelli accesi in quelle fragili case di legno stavolta il maremoto, più noto come tsunami ha portato morte e devastazione ben oltre ogni limite atteso; e nipponica è la parola tsunami che significa "onda contro il porto".

Impreparati. E' l'attributo che si sente più spesso in queste ore citare anche dalle stesse fonti giapponesi.

Gli effetti sugli edifici(*), persino quelli in legno e soprattutto quelli vitali e pubblici come scuole ed uffici, hanno ampiamente dimostrato che non erano affatto impreparati. Ma se per caso si può essere impreparati ad un terremoto di magnitudo 9 (valore ufficiale di oggi alle 11, ora italiana) come prepararsi a qualcosa la cui potenza non era mai stata registrata prima ed i cui effetti mareografici sono assolutamente inimmaginabili ed incalcolabili?

Lo abbiamo visto tutti: i giapponesi restare calmi, reagire senza panico, adeguarsi alle istruzioni delle centinaia di esercitazioni che fanno fin dall'asilo ovunque ed indipendentemente dall'età; abbiamo visto i grattacieli oscillare e la gente continuare a restare all'interno delle proprie case e degli uffici, considerati sicuri da chi sente tremare la terra diverse volte al mese in quasi tutto il Giappone. E tutto questo nonostante la terra sia mancata sotto i loro piedi per 120 secondi, tanto è durata la prima scossa: un valore enorme ed i cui effetti psicologici sono imprevedibili!

Ma come potersi dire preparati allo tsunami che con onde di altezza variabile da 2 a 10 m (un palazzo di tre piani!) e con velocità iniziali variabili da 500 a 1000 km/h si è abbattuto su centinaia di km di costa spesso a pochissimi minuti dall'evento sismico? Le sirene hanno suonato, gli altoparlanti impartito istruzioni ma non abbastanza in tempo. Onde per cui 2 metri d'altezza già hanno effetti devastanti che si abbattono con pressioni di migliaia di tonnellate per metro quadro su coste spesso pianeggianti con conseguenze a cui non si può essere affatto preparati.

Provate ad immaginare cosa voglia dire andare domani a fare un giro tra Sperlonga e Santa Severa, o tra Cesenatico ed il Lido di Ravenna e non trovare più nulla per una decina di km all'interno se non fango e devastazione. Questa è buona parte della costa orientale giapponese oggi.

Scrivevo prima come questo terremoto abbia fatto registrare un valore di magnituto mai registrato finora. I valori della cosiddetta scala Richter non hanno ahimé un limite superiore perché partono da valori superiori allo zero come intensità sismiche minime misurabili dagli strumenti più sensibili e crescono ad incrementi esponenziali su base logaritmica: ovvero passare da magnituto 1 a 2 significa incrementare di 10 volte l'energia rilasciata, da 1 a 4 di 1000 volte e così via. Magnitudo 9, a conti fatti qualcosa come 30000 volte più forte dell'energia rilasciata dal nostro recente, ma non certo ultimo, terremoto nazionale nel 2009 in Abruzzo.

Ma il popolo del Sol Levante saprà sollevarsi ancora e soprattutto presto e bene, dignitosamente e silenziosamente riconoscente di tutto l'aiuto che ognuno di noi potrà dar loro, anche fossero gocce nell'Oceano; testimonianza che ormai, in questo nostro attuale ed unico mondo, non esiste più il concetto di lontano, di antipodi o di retaggi dei tempi in cui comunicare significava mandare una lettera dall'altra parte del mondo. Il Giappone è dietro l'angolo.

Molto tempo fa ho già scritto di come tutto quanto accade sia assolutamente indifferente alla nostra presenza, di come la Terra -e probabilmente milioni di altri pianeti- si modelli a fronte di equilibri tra inimmaginabili forze endogene ed esogene in attesa di essere vaporizzata dalla trasformazione in supernova del Sole.

Ed è fin troppo facile, inutile e sciocca retorica, ribadire come la situazione del nostro paese, anche se non grave come intensità (ma solo storicamente e statisticamente registrate!) lo è per lo stato delle proprie costruzioni "moderne" che persino in quelle zone a più alto rischio sismico, è del tutto inadeguato e terribilmente mortale.

E null'altro è possibile se non, come i giapponesi, come i californiani, adeguarsi fatalisticamente all'attesa del big one o di dozzine di altri eventi minori ma altrettanto devastanti che nulla hanno insegnato a chi avrebbe semplicemente adottare la logica di chi vive in un territorio a rischio come il nostro.



(*) non mi riferisco qui a quanto accaduto alla centrale nucleare di Fukushima e forse a qualcosa di cui si parla in queste ore su quella di Miyagi che non sembrano affatto relazionati direttamente all'evento sismico pur essendo ovviamente estremamente alta la pericolosità delle situazione.

venerdì 27 agosto 2010

L'Aquila muore. L'Aquila è morta


"L'Aquila è morta".
Queste le parole dette ai fidi centurioni quell'infausto giorno di marzo del 44 pev in occasione dell'assassinio di Giulio Cesare.

Il 19 scorso ho fatto un altro giro in moto e sono ancora una volta passato per l'Aquila. Stavolta senza perdermi come accadde a luglio a causa di strade principali chiuse per..emergenza!

Proveniendo dall'Aquila Est lungo la statale 80 e poi sulla 17 ovest che attraversa la città si superano le rotonde nuove di zecca allestite con tanto di mosaico a pietre grosse a rappresentare questo o quel simbolo (effetto G8 ovviamente, con buona pace degli isolani de La Maddalena) e si entra in città diretti su via XX settembre, quella de "La casa dello studente"...

Su in salita fino all'incrocio con la strada che fiancheggia i giardini di via Crispi e ridiscende verso la parte est della città.

Sono meno di 2 km e bastano per metterti i brividi addosso. Brividi uniti a quel nodo alla gola che ti assale quando una forte emozione si mischia ad una forte rabbia. La strada passa accanto al tristemente noto edificio de "La casa dello studente" dicevo: non lo sapevo e quello che ha attratto in quel punto la mia attenzione sono state le foto dei ragazzi morti quella notte sotto le macerie di una palazzina che non doveva crollare, quella così come tante altre. La sola vista di quella fetta rettangolare mancante nella pianta complessiva della palazzina a cui ancora si affacciano fin l'ultimo piano, porte, ballatoi, vani scala, riquadri di stanze e vite spezzate, da' il capogiro.

La strada, tristemente animata da una sorta di macabro turismo della maceria, forse inconsciamente me compreso, con gente che ci cammina e fa foto, che si sofferma a vedere i danni insieme al traffico cittadino di un giovedì pomeriggio d'agosto, nonostante l'assolata giornata da' i brividi.

Per tutta la sua lunghezza è completamente transennata su entrambi i lati: barriere alte quasi tre metri in rete d'acciao a maglia molto larga, che impediscono il passaggio di incauti pedoni sui marciapiedi; e già, cadono ogni tanto pezzi vari o possono farlo. Le palazzine, da apparentemente robusti condomini in strutture in cemento armato degli anni 60 e 70, a case forse più vecchie di un paio di decenni, sono altrettanto apparentemente sane. Ma osservate senza bisogno di gran dettagli a vista d'occhio appaiono tamponature assenti, intonaci scoppiati a mostrare tramezzi di foratini scomposti, fessure e crepe anche massicce in corrispondenza di luci di finestre, balconi semicaduti, pilastri crepati e via così fino a pilastri di base apparentemente a posto ma a cavallo di serrande di garage o negozi deformate e lesionate. INAGIBILE. E' la terribile parola per chi ha avuto vita lì dentro fino a quella notte. E sotto, lungo la strada, vetrine di esercizi commerciali, da banche a tabaccherie od umili tutto a 1 € definitivamente abbandonati.
Il motivo conduttore macabro che accompagna la vista è che quelle palazzine, quei palazzotti, quella case così come sembrano esser fatte non dovevano crollare, non avrebbero dovuto nemmeno lesionarsi!

E quelle palazzine con i fantasmi delle migliaia di famiglie che le hanno vissute sono lì, in piedi ma lesionate al punto che nessuno oserà mai anche solo pensare che forse si possono restaurare. Certo non sono mica la basilica di Colle Maggio o lo storico palazzo del comune!

E guai a gettare l'occhio nelle traverse che si arrampicano verso la sommità della città, verso il centro: lo spettacolo è ancora più desolante.

Ed in quei pochi minuti impiegati a percorrere quella strada pensavo a come potrebbe essere ricostruita una città nell'interezza del suo cuore centrale, non solo inteso come centro storico, come patrimonio artistico ma patrimonio umano da esso stesso generato ed alimentato. Quando un terremoto danneggia un piccolo centro lo si ricostruisce, non vale la pena stare a sistemare quando si fa prima a demolire del tutto. E' una questione di economia, terribile ma spietata.

Ma si può demolire una città? E quanto costerebbe ripristinarla? Che rapporto tra il valore che aveva e il valore che potrebbe avere risanandola e portandola a nuova vita?Come poterlo fare? Con quali mezzi?

E soprattutto con quali soldi? Chi si assume l'onere economico di un simile scempio?

E allora l'Aquila muore. L'Aquila è morta.
Ma contemporaneamente pensavo, di ritorno dal mio terzo viaggio in Germania, che all'alba della fine della seconda guerra mondiale, praticamente tutte le città grandi e piccole di quel paese andavano da stati quali quello del "completamente rasa al suolo" a situazioni via via meno gravi ma pur sempre drammatiche.

Eppure i tedeschi, sia all'est dominato dai russi od all'ovest sotto il controllo di americani, inglesi o francesi, si sono rimboccati le maniche e mattone per mattone, raccogliendoli dalle macerie, confrontando documenti storici, cartoline, vecchie foto e le testimonianze dei sopravvissuti, sono stati capaci di ricostruire i centri delle città esattamente com'erano prima.

A Berlino pochi mesi dopo l'aprile del 45 già circolava il primo tram, a Dresda, inutile scempio esperimento di "tempesta di fuoco" completamente devastata dal bombardamento e dall'incendio, il popolo delle macerie in due mesi aveva liberato la città ed iniziata la ricostruzione e due mesi dopo c'era già l'acqua corrente ovunque. E così Francoforte, Amburgo, Norimberga, Colonia, Stoccarda, grandi città ma anche Heidelberg, Lipsia, Ulm o Lubecca, città più piccole.

Non scrivo questo per dire che c'è sempre speranza ma proprio per distinguere, ancora una volta, che non siamo tedeschi e non sono tedeschi neanche i nostri governi il cui attuale premier, come noto a molti ma i cui tutti sono ciechi e sordi, ha soltanto saputo cavalcare l'occasione elettorale, pittare di bianco a calcina qualche muro come si faceva in Puglia sotto gli Angioini dopo una pestilenza e poi andarsene sfregandosi le mani perché qualcuno per lui avrebbe fatto affari d'oro con la borsa nera.

E l'Aquila muore. L'Aquila è morta.





COLONIA 2010COLONIA 1945


DRESDA 2010DRESDA 1945



lunedì 19 luglio 2010

Emergenza sisma


Ieri sono tornato a girare in moto. In cerca di frescura in quel di Campo Imperatore e della stupenda strada (SR86 e SS17bis) che dal Valico delle Capannelle dapprima sale verso le propagini nordoccidentali del massiccio del Gran Sasso, ridiscende ad Assergi (da dove parte la storica teleferica per il Gran Sasso) per poi risalire decisa verso quota 1800 e costeggiare tutto il blocco meridionale del massiccio, con deviazione verso Campo Imperatore e lambendo le cime di Monte Aquila a sud, Monte Prena e Monte Camicia a nord. Ma non divaghiamo…sapete com’è: il geologo che è in me si affaccia ogni tanto prepotente.

E tornando da quelle parti sono ripassato per l’Aquilano. Castel del Monte con la sua torre campanaria crollata, Santo Stefano di Sessanio (di cui avevo già scritto) senza più la stupenda torre medicea al posto della quale c’è un intelaiatura di tubi innocenti, la quasi millenaria rocca di Calascio ancora in piedi!!! E ovviamente i paesi sulla SS 17 verso l’Aquila tra cui Onna e la sua tragedia.

E fin qui si parla di cose vecchie: colpisce sempre vedere edifici nuovi intelaiati e posti sotto armatura. anche se a fianco di questi i condomini nuovi realizzati a tempo di record, va ammesso (come ad esempio i coloratissimi edifici all’altezza del nucleo industriale di Bazzano e Paganica nella periferia orientale de l’Aquila). Anche se molti non sanno che gli attuali occupanti dovranno o comprarseli o…andarsene. E spesso non lo sanno neanche gli stessi occupanti. E tornano prepotenti le immagini della recente manifestazione degli aquilani presi a manganellate in tutta risposta alle loro proteste.


Veniamo al punto.
Proprio mentre passavo sulla SS 17 diretto verso il bivio per Torninparte improvviso e mal segnalato un cartello di divieto di accesso impediva la percorrenza della strada verso Antrodoco mentre il traffico proveniente dalla parte occidentale della città era regolare. Il cartello, mal posto perché faceva pensare ad un piccolissimo cantiere locale non aveva ulteriori segnalazioni se non una laterale, sul bivio verso Piagge.
Il cartello recitava (peccato non averlo fotografato!)
“Emergenza sisma. Viabilità consigliata per l’Aquila ecc ecc…”


indicando il percorso alternativo verso S. Elia. A parte che per chi viene da est senza null’altro vedere o sapere si trova in un bel guaio, visto che nulla indica in precedenza alternative valide: me compreso ovviamente che conosco solo quella strada principale e se non fosse stato per l’aiuto di un passante chissà dove mi sarei ritrovato.
Ermergenza? Risparmiandovi richiami etimologici che la direbbero lunga non occorre certo essere un latinista per sapere che il termine è uso a situazioni critiche, condizioni eccezionali, reattività immediata a fronte di poco tempo per organizzare e pianificare e via discorrendo.

Sono passati 15 mesi e definire in emergenza la viabilità periferica, su strade che non sono state affatto interessate dal sisma è ridicolo oltre che penoso costringere aquilani e non solo a seguire un giro lunghissimo e trafficato per andare da una parte all’altra della città intasando le vie centrali oltremodo quando non esiste più quella condizione appunto d’emergenza che consentiva a mezzi di servizio e di soccorso di muoversi più rapidamente.

Emergenza indica uno stato temporaneo, ovvio. Ma questo nostro strano paese abituato a sentirsi raccontare da decenni d’essere in emergenza (idrica, territoriale, economica, geologica ed idrogeologica, abitativa, energetica, governativa, emergenze climatiche estive ed invernali ai primi caldi o freddi di stagione…) ha ormai assorbito il morbo dell’assuefazione e scambia emergenza con normalità spaventandosi di fronte a situazioni che in altri paesi sono invece la comune quotidiana routine.

E così una strada di grande scorrimento viene mantenuta misteriosamente a senso unico senza ragione apparente. E questa situazione di emergenza va venire in mente altre situazioni compreso quella di molte aziende, compresa la mia, che definiscono emergenza situazioni di sovraccarico lavorativo per tutti per nascondere l’impossibilità o peggio, la mancata volontà, di usare l’unico mezzo possibile per uscire dalla contingenza: potenziare. La forza lavoro in questo caso o i veri interventi.

Mentre le aree intorno alle scuole ed agli asili (riaperti!) de l’Aquila sono invase da erbacce e roveti dovuti alla situazione di emergenza e giustificati dalla cronica mancanza di fondi per ruberie (definisco tali anche gli storni a favore di altre iniziative od i tagli alle varie finanziarie nazionali o decentrate) le strade intorno a Coppito sede del G8 sono costellate di fiammanti rotatorie e quelle dalle quali è passato il Giro d’Italia hanno persino le aiuole fiorite!

E se proprio vogliamo parlare di emergenza, senza ricorrere alle tristi vicende del popolo delle carriole vorrei che qualcuno mi spiegasse perché ci sono in giro ancora ammassi di macerie come questo, fotografati dal sottoscritto ieri vicino al casello ferroviario di Sassa Scalo. Certo è poca roba, una pinzillacchera avrebbe detto Totò, rispetto a quanto ancora c’è nel centro storico. Ma visto che il mitico Mister B si è dato tanto da fare a mostrare un aspetto falso e menzognero rispetto alla realtà de l’Aquila (così come fu ed è per Napoli e la sua munnezza) potrebbe far sì che si trovino i 2 o 3 mila € necessari a rimuovere questa catasta di macerie. O devono pensarci i due o trecento residenti di Sassa?





martedì 19 gennaio 2010

Paradossi Haitiani

Le immagini che illustrano questo post sono tutte precedenti il terremoto e rappresentano la condizione haitiana in regime di normalità (N.d.R.).

Tra le tante cose che Cristoforo Colombo non si sarebbe mai aspettato sbarcando nel 1492 sull’isola che egli stesso (ri)battezzò Hispaniola è che quella sarebbe diventata una delle prime nazioni americane a proclamarsi indipendente già nel 1804: Haiti. E ciò, nonostante l’ultimo tentativo di Napoleone che inviò due anni prima decine di migliaia di soldati destinati a morire più di malattie tropicali che di spada o moschetto.

Come in una sorta di contrappasso, furono proprio gli echi lontani della rivoluzione francese, i proclami che abolivano, ma solo sulla carta, la schiavitù, la dichiarazione dei diritti dell’uomo e cose del genere, a provocare i moti di ribellione tra la popolazione di colore importata in catene dall’Africa fin dal XVI secolo e, fino ad allora, schiavizzata dai coloni francesi soprattutto per la faticosissima coltivazione della canna da zucchero.

Una popolazione in decisa maggioranza formata da neri d’origine centro-africana, ma anche di una dozzina di sfumature di colore della pelle dovuti a decine di generazione di incroci e figli illegittimi tra bianchi e nere per lo più, ma anche tra neri e bianche; fino ad avere dei mulatti (o meglio creoli come dicono da quelle parti) la cui tonalità ambrata delle pelle poteva facilmente esser scambiata per quella di un bianco abbronzato. Classi sociali che andavano dai paria rappresentati dagli schiavi, merce spesso piuttosto preziosa e venduta negli appositi mercati isolani, fino a creoli, schiavi affrancati a loro volta possessori di schiavi, e quanti erano chiamati petit e grand blancs ad indicare francesi purosangue ma di bassa od elevata e nobile estrazione sociale rispettivamente: ex marinai, commercianti, piccolo borghesi, artigiani o nobili proprietari terrieri.

Ma gli eroi popolari di Haiti, allora detta Santo Domingo, quali lo stesso Toussaint l’Ouverture, morto in una freddissima prigione francese e a cui è intitolato l’odierno aeroporto di Port-Au-Prince, altro non erano che la grottesca imitazione della grandeur francese da parte di generali con la feluca, ma la pelle di un altro colore.

Corrotti e corruttibili e che hanno dato il via ad un processo sì di liberazione dal giogo coloniale, ma che è proseguito in un progressivo impoverimento delle condizioni di vita di qualche milione di abitanti a fronte di un altrettanto progressivo arricchimento di una classe dominante costituita da pochissimi.

Con spagnoli, inglesi ed i neonati statunitensi pronti fin dalla fine del XVIII secolo a sostituire i francesi nel possesso dell’isola, il tutto non ha fatto altro che tentare di riprodurre il modello economico precedente, ma in totale assenza di organizzazione.

Non voglio certo dire che il modello coloniale e schiavista precedente fosse migliore giacché sappiamo tutti che il significato primo del colonialismo è solo quello di sfruttare ed ottenere profitto col minimo investimento (ovvero costo della manodopera praticamente nullo), ma è un dato di fatto che questo è quasi sempre stato seguito da lunghissimi periodi di auto celebrazione e di culto della personalità tali da nascondere alle masse i veri scopi dei cosiddetti liberatori: liberarsi da qualcuno affinché si liberi il posto che questi occupava. In altre parole, sembra proprio che i paesi ex colonizzati altro non sappiano fare altro che sperimentare lo stesso tipo di dittatura o governo fantoccio che hanno subito fino al giorno prima su loro stessi. La cosa è forse giustificabile per l’assenza di memoria storica precedente.

E così dopo Toussant, che non fece in tempo a praticare ciò che aveva provato pochi anni prima (con un accordo coi francesi in cui chiedeva potere e libertà solo per sé ed i suoi), si arriva, in un altalenante passaggio tra dominazioni più o meno palesi e dittatori da operetta, a figure come quella del famigeratoPapa Doc e suo figlio Baby Doc.

E nei decenni recenti il tutto farcito dalla assoluta inutilità ed inefficienza delle missioni ONU che siano state sotto forma di caschi blu brasiliani o cinesi che sotto forma delle varie ONG. Talmente inefficienti (e idiote) da non essersi minimamente preoccupate d’andare a mettere la propria caserma in un edificio piuttosto malandato poggiato su uno dei territori a più alto rischio sismico del pianeta.

Con quelle condizioni di partenza, seguite e perdurate nei secoli, non è difficile capire come Haiti sia diventato il paese più povero delle Americhe. Con un reddito procapite pari a 1300 dollari l’anno che lo pone al 203mo posto su 229 paesi del mondo, col 60 percento di disoccupati ed una delle mortalità infantili più alte del mondo. In un paese abbandonato a se stesso, alla deriva sulla placca caraibica, schiacciato, non solo tettonicamente, tra quella nordamericana e quella sudamericana, non è altresì difficile comprendere come un terremoto devastante sia stato effettivamente tale; come sia tragicamente facile arrivare a parlare di 200.000 morti, due milioni di senza tetto e ancora decine di migliaia di dispersi ormai senza più speranza di vita. Non ci si meraviglia di fronte ai nuovi alberghi, alle caserme, ai palazzi governativi, crollati al primo colpo.

Se a distanza di mesi anche i più ingenui iniziano a comprendere che le responsabilità di molte delle vittime abruzzesi è stata anche in quella sabbia messa al posto del cemento, nessuno, credo, si meraviglierà della devastazione dell’isola caraibica. E ancora se, come molti tristemente sanno ci vorranno anni per rivedere l’Aquila che conoscevamo, ci vorranno decenni per Haiti.

In tutto questo, continuo amaramente a non capire come si possa andare a prendere il sole in villaggi turistici che alle spalle, a pochi chilometri, hanno delle bidonville ed, altrettanto tragicamente, a non capire come il mondo possa mobilitarsi all’istante per la tragedia haitiana dimenticando da decenni, è solo un esempio, quella sudanese. Ma queste sono altre storie.

P.S.: l’ultimo romanzo di Isabel Allende, “L’isola sotto il mare” è ambientato proprio nel periodo coloniale di Haiti.

Articolo pubblicato su Mentecritica

mercoledì 15 aprile 2009

Santo Stefano di Sessanio e la Rocca di Calascio (AQ)

Non riesco ancora a capire come la notte del terremoto il mio pensiero sia andato quasi subito a Santo Stefano di Sessanio, un meraviglioso e perfettamente conservato borgo medievale, tra i più belli d'Italia. Nel mio post precedente c'è fotografata la mia moto nella piazzetta in una fredda mattina di gennaio, allora praticamente deserta; e c'è una foto panoramica (si intravede la torre medicea) scattata dai primi versanti che salgono verso Fonte Vedica e Campo Imperatore con una tortuosissima strada di montagna.

 

Ebbene i miei timori sono stati tristemente confermati. La torre medicea è crollata giù, un amaramente ricco reportage fotografico ne rende testimonianza dolorosa.

E quel pensiero nelle ore e nei giorni successivi si andava acuendo: quel minuscolo borgo rappresentava soltanto uno tra i tanti dei minuscoli borghi che costellavano i costoni rocciosi, i contrafforti di quelle montagne oltre ai tristemente noti Onna, Preturo, San Gregorio.

E Santo Stefano di Sessanio con le sue pietre millenarie ferito a rappresentare quanto danno può fare un terremoto non correttamente prevenuto può fare ad un paese ricco come il nostro di arte e di storia come pochissimi nel mondo.

E lì vicino, pochi chilometri di curve sul fianco del massiccio montuoso, verso la Maiella rosa dei tramonti invernali che da lontano domina l'orizzone con i suoi oltre 2800 metri d'altezza, lì da presso c'è Calascio e la sua rocca millenaria: rovine di un castello che ha attratto l'attenzione degli autori di quella bellissima favola d'amore che è stato "Lady Hawke" tanto da volerne ambientare e girare il rifugio del vecchio monaco (ed molti esterni su quelle montagne). La rocca di Calascio è ancora in piedi dopo aver vibrato ancora, almeno quella.

Consola sapere che non ci sono state vittime da quelle parti ed altrettanto consola sapere che se questo borgo meraviglioso è ancora praticamente intatto lo si deve alla lungimiranza dell'imprenditore e dell'azienda che anni fa hanno ristrutturato molte delle antiche case impiegando tecniche ed aggorgimenti quanto più prossimi a quelle antisismiche concedibili in tali frangenti: rispettare cioè le antiche architetture e murature.

E quanto ha scritto Stella di recente farà molto riflettere, purtroppo solo i pochi che lo hanno letto.

lunedì 6 aprile 2009

Il terremoto non è prevedibile. L'inettitudine sì


Da laureato in geologia e specializzato in geofisica la cosa mi sta particolarmente a cuore. Ed essendomi inventato da zero tutt'altro lavoro a causa della endemica e cronica mancanza di lavoro per la nostra (ex per me) categoria ne soffro ulteriormente gli aspetti che montano la mia rabbia ed il senso di frustrazione.
E penso anche a quelle centianaia di piccoli e piccolissimi paesi che costellano quella zona montagnosa così bella ed ora così devastata.
Stanotte (3:32), e con me tutta la mia famiglia, sono stato svegliato di soprassalto dal ritmico rumore della testata del letto che batteva contro il muro e dal tintinnio delle campanelline tubolari giapponesi appese in corridoio: terremoto. E dopo aver preso completa conoscenza vista l'ora nella quale il sonno è più profondo ho fatto due rapide considerazioni topologiche, relative alla intensità percepita nel mio quasi quarto piano di una palazzina di Roma sud ed alle recenti notizie sismiche dall'aquilano e ho detto ai miei che secondo me c'era stata una fortissima scossa in Abruzzo. Tristemente confermata poco dopo dalle pagine del Televideo.
Ne avevo già parlato tempo fa in un altro mio post e, ancorché la cosa non sia affatto consolante, l'Italia fa parte speciale di quelle parti del pianeta dove l'eppur si muove di galileiana memoria si può riferire a quei movimenti che da miliardi di anni fanno e disfanno la superficie di ogni pianeta dell'universo che sia, come dire, terrestre.
Ed ora inizierà la ridda di polemiche inutili, di chiacchiere del senno di poi, di opinionisti come tronisti che col culo al caldo delle poltrone di studi televisivi con aria condizionata faranno come sempre una gran confusione tra gradi Mercalli e gradi (che tali non sono, essendo indici di grandezza logaritmica altresì detti "magnitudo") Richter. Che blatereranno di ondulatorio e sussultorio e che arriveranno, ne sono certo, in qualche caso a dar la colpa alla troppa neve caduta quest'anno. Il tutto concluso con ospitate del Mago Otelma e/o di Branko che si accuseranno l'un l'altro di ciarlatanismo.
Ma la rabbia ancora una volta monta non solo di fronte ad episodi inconcepibili quali quelli che vedono il moderno e di recente costruzione ospedale civile de l'Aquila sottoposto ad evacuazione (L'ospedale! la struttura che per prima deve essere e restare attiva!!!); la rabbia per la meraviglia della pubblica opinione che si chiede come sia possibile che strutture in cemento armato abbiano subito lesioni del genere e non ricorda che ad esempio i modernissimi condomini di Gemona (Friuli) distrutta dal sisma del 1976 vennerò giù come castelli di sabbia perché sì, in cemento armato, ma privi di qualsiasi struttura preventiva antisismica; e ciò come un esempio tra migliaia.
La rabbia sale al pensiero che il nostro paese ha una delle organizzazioni di Protezione Civile tra le più efficienti del mondo e che sta però troppo in giro e sempre in movimento! In un paese civile che si rispetti la Protezione Civile dovrebbe passare la maggior parte del tempo a girarsi i pollici perché in un paese civile tutto dovrebbe essere demandato alla prevenzione. Prevenzione dai danni causati da eventi naturali quali frane, terremoti, inondazioni ed eruzioni vulcaniche che è del tutto inesistente da noi!
Nell'ultimo disastroso terremoto giapponese appurate le responsabilità e le incurie nella realizzazione di opere pubbliche e di civile edilizia sono finiti in galera parecchi funzionari ed esponenti del governo. Da noi scommetto che non verrà applicata neanche una multarella amministrativa.
Se ne parlerà per mesi, finché durerà lo stato di emergenza avremo i plastici di cardinal Vespa e centinaia di ore di speciali infarciti di tanti spot di pannolini e biscottini (vista l'audience attesa). E poi tutto verrà messo a tacere ancora una volta, aspettando il prossimo terremoto. Le cose da noi vanno avanti così dal 1908, dall'anno del terremoto di Messina e Reggio Calabria. E la gente che ha perso tutto nel Belice od in Irpinia sta ancora aspettando risposte.
Dice bene il premier (una tantum e giusto perché retorica trita e ritrita) di metter da parte le polemiche ora ed aiutare la gente colpita. Ma questo modo di fare è, ahimé, ancora una volta il solito escamotage per dimenticare ancora una volta.
Una nota scientifica
Questa volta ci sarà ancora più da chiacchierare visto che qualcuno (Giampaolo Giuliani, INFN Gran Sasso indagato e denunciato fin dal 1 aprile scorso per "Procurato allarme") aveva previsto (si noti bene il corsivo!) non l'evento sismico in sé collocabile nello spazio e nel tempo, cosa che sarebbe stata del tutto ascientifica, ma la possibilità di averne uno di forte intensità a breve. E lo aveva fatto analizzando i risultati delle emissioni di Radon in coincidenza dello sciame sismico che da febbraio interessa la zona. Andavo ancora all'università quando già presso il dipartimento di Geofisica Applicata de "la Sapienza" si parlava e si studiava il comportamento del Radon quando si verificano rilasci di energia causati da movimenti tettonici interessanti la crosta terrestre. Ora che il sig. Giuliani abbia impiegato anni a costruire il suo strumento è poco discutibile ma decisamente opinabile è che si parli di studio del Radon come panacea e scoperta miracolosa e soprattutto è fortemente sbilanciato quando afferma che tutti (nel mondo scientifico) sanno che i terremoti siano prevedibili! I terremoti non sono prevedibili (ad eccezione forse ed in parte di quelli dalla natura particolare legati all'attività vulcanica). Decenni di studi nazionali (e la scuola di sismologia italiana è tra le migliori del mondo, anche causa di forza maggiore vista la natura ballerina del nostro giovane territorio) ed internazionali (i giapponesi sono leader indiscussi del settore) hanno dimostrato che non esistono, ad oggi, metodologie scientifiche valide ed inconfutabili per la previsione dei terremoti. Quindi, mia personalissima opinione, è che il sig. Giuliani (che è solo un tecnico poi, neanche laureato) abbia solo avuto un gran culo nell'osservare gli aumenti di Radon giustificabili scientificamente dal punto di vista sismico con un evento catastrofico a breve termine. Altre volte in passato, sia in quella che in altre zone fortemente sismiche del nostro paese, gli sciami sismici anche di forte intensità, gli aumenti di emissioni di Radon ed anche le anomalie geomagnetiche rilevabili non hanno di fatto poi condotto al verificarsi di un evento sismico successivo.

Se è per questo e per restare nel campo del poco probabile già oltre vent'anni fa un mio conoscente appassionato radioamatore era convinto d'aver trovato qualche (probabile) anomalia nelle emissioni elettromagnetiche della radiofrequenza: la cosa fu anche sottoposta a qualche prof de "la Sapienza" e non se ne seppe più nulla. Per fortuna...
Ma la questione è: si immagini di poter prevedere ora e minuto di un terremoto. A prescindere dall'evacuazione della popolazione (dove metterli poi?) cosa accadrebbe se l'evento non si verificasse o fosse d'intensità molto minore del previsto? Ancora una volta la risposta non sta nella previsione bensì nella prevenzione!




Articolo pubblicato su Mentecritica