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martedì 9 settembre 2014

Incompetenza consapevole

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So di non sapere. Questa era la massima competenza si Socrate, quasi 2500 anni fa.

In un determinato ambito o campo di azione essere incompetenti significa semplicemente essere mancanti di quanto occorre, in termini di conoscenze ed abilità, a praticare un compito od un tipo di attività, lavorativa o meno; gli anglosassoni tagliano corto definendo unskilled la persona che si trovi in questo stato tant’è che da qualche anno nella ricerca di lavoro continuamente appare il termine skill (capacità, perizia, abilità) sia da parte di chi offre che di chi cerca lavoro.

Nell’era di Internet e soprattutto con l’avvento dei forum, dei gruppi di discussione, dei social network (di tutto un po’, da LinkedIn a Google+ passando ovviamente da Facebook) sappiamo, spesso a spese della nostra salute mentale, che chiunque può diffondere la propria opinione in qualsiasi campo della conoscenza umana e con essa diffonde molto spesso la propria incompetenza con l’aggravante e la recidiva, come direbbe un magistrato, che l’incompetenza diventa ancor più rischiosa quando è inconsapevole ovvero credersi competente fa più danni che essere incompetenti.

Ci sono poi altri aspetti altrettanto negativi che si associano alla presunzione di competenza e sono quelli che comunemente etichettiamo con termini quali ignoranza, negligenza, supponenza e via discorrendo, tutti atteggiamenti che incontriamo spesso nella quotidianità e su Internet.

Ed è quasi sempre l’ignoranza che genera l’incompetenza saccente; ignoranza non assolutamente limitata all’aspetto culturale perché così come esistono analfabeti estremamente competenti in un determinato campo molto più spesso un ignorante culturale è anche un ignorante sociale.

Essere ignoranti, più o meno profondamente, è uno stato e con ciò ne deriva che certamente non è una colpa: lo si è per mancanza di mezzi ed opportunità per studiare o semplicemente mancanza di capacità, si può essere ignoranti in un ambito semplicemente perché ci si occupa d’altro ma ricordo che l’ignoranza diventa davvero pericolosa se applicata in ambito sociale, di gruppo, pubblico. E da quest’ultimo punto di vista l’ignoranza dilagante su Internet sta facendo parecchi danni.

download (1)Se chiediamo ad un ignorante con la presunzione di sapere di spiegarsi o, peggio, di spiegarci, un determinato fatto può imbattersi in errori madornali che il più delle volte, con aggravio di presunzione, vengono passati per opinioni personali su cui, come noto, sembra non si possa mai dissentire ed anche se non si tratta di opinioni quali quelli relative alla sfumatura di un colore, viziata dall’illuminazione o dalle condizioni della propria retina, ma di veri e propri errori di fatto inconfutabili. Ciò che vede l'ignorante può essere assolutamente lontano dalla realtà perché questa è già condizionata dalla percezione personale indipendentemente dal livello di competenza così come la percezione di quanto siamo e sappiamo è altrettanto soggettiva. Quante volte parlando ad un pubblico incompetente non ci si rende conto di questa cosa e si tende a sminuire le proprie competenze sopravvalutando il prossimo? Non è né facile né scontato essere coscienti con pienezza dei propri limiti e delle proprie conoscenze.

Quando poi l’incompetenza arriva da parte di persone che si ritengono invece competenti ma che siano palesemente impreparate la cosa è ulteriormente aggravata: su Internet per esempio moltissime persone sono in condizioni tali da bersi la prima bufala che passa solo perché non solo lo hanno letto su Internet ma chi lo ha scritto era un professore, dottore, esperto e via discorrendo.

Ed il male dilagante del fenomeno ha il suo specchio dei tempi. In quella fiera di ignoranza ed incompetenza che è ormai la quasi totalità dei programmi televisivi invitano a titolo di esperti od opinionisti persone fino a poco prima note per essere, a modo loro, competenti in tutt’altro: showgirl che intervengono in argomenti di geopolitica ed economia globale, attori che dicono la loro su tematiche scientifiche, giornalisti di nera che vengono trattati come criminologi di fama internazionale, e sono solo pochi esempi.

Purtroppo lo scontro tra opinioni –ricordo che quasi sempre una tra queste è invece un errore clamoroso- è talmente forte che è praticamente impossibile far cambiare parere a chi si dice già convinto ed allora meglio tagliare corto: ognuno la pensi come vuole ma l'importante è che la realtà che è una sola che deve guidare le scelte senza perdere tempo dietro strade che porterebbero solo all’assunto che tutte le domande sono lecite ma non è detto che ogni domanda debba avere risposta. Inoltre molto spesso è estremamente difficile, spesso impossibile, spiegare le proprie ragioni o dimostrare la realtà perché il substrato culturale dell’ignorante ed incompetente è insufficiente: privo completamente delle basi necessarie si trincera dietro un muro di mutismo talmente alto che la discussione con un incompetente è del tutto inutile non portando a nessun risultato ed anzi, spesso fa chiudere a riccio l'interlocutore che diventa sempre più chiuso ed incapace di osservare anche la semplice realtà.

$_35Provare a far osservare a chi si reca a Lourdes per motivi di salute che un viaggio nella località francese ha un tasso di efficacia nel guarire i malati dello 0.0000335% o, se può rendere meglio, un'inefficacia del 99.9999665% è assolutamente inutile così come dirgli che il tasso di guarigione spontanea, anche inspiegabile, in medicina è più alto di quello di tutti i siti dei miracoli al mondo messi insieme.

 

Ma allora perché si continuano a diffondere voci allarmistiche, infondate, scientificamente smentite che per molti sono verità scottanti e proibite? E le cui smentite sono spesso bollate come legate agli interessi di caste e lobbies di varia natura.

Perché se un incompetente diffonde una voce allarmante, questa farà il giro del mondo e resterà impressa nelle menti anche se dopo viene smentita. E credetemi che basta molto poco a far sì che perduri nel tempo e nell’opinione comune la falsa notizia piuttosto che quella vera. Le leggende metropolitane nascono in questo modo e la prova della loro tenacia è che resistono decenni, se non secoli in qualche caso, nonostante reiterate smentite.

In Corea del Sud, se provate ad acquistare un ventilatore troverete l'avvertenza di non dimenticare mai l'apparecchio in funzione durante il sonno: in quel paese è infatti diffusa l'opinione che dormire con il ventilatore acceso possa uccidere, già. In Corea del Sud lasciare il ventilatore acceso durante il sonno è considerato un atto particolarmente pericoloso(*).

Nulla di più falso eppure la leggenda si sparse, così velocemente che ancora oggi i ventilatori in vendita in Corea del sud hanno un timer che blocca il meccanismo dopo un certo numero di minuti e soprattutto si sottolinea l'avviso di non dormire mai con il ventilatore acceso. Per una serie di coincidenze furono rinvenute diverse persone decedute in casa con il ventilatore acceso in un ristretto periodo di tempo e ciò fu sufficiente per spargere la notizia fino al punto da far emanare un comunicato ufficiale da parte di un ente che avrebbe invece dovuto tutelare i consumatori da fesserie del genere.

Qualcuno, invece di riflettere sul fatto che durante la stagione estiva sono in molti (soprattutto anziani!) ad utilizzare un ventilatore e che trovare un anziano morto con un ventilatore acceso poteva essere un normale reperto, notò quella "strana" presenza: trovare consecutivamente più di tre morti con il ventilatore in funzione poteva significare che il ventilatore uccide. Non pensò affatto che molte di quelle povere persone erano appunto anziane, molte altre alcoliste e diverse in cattive condizioni di salute.

Un po' come dire che trovare tanti fazzolettini di carta a casa di chi è raffreddato, significhi che i fazzolettini causano il raffreddore. Chi può smentirlo, in fondo.

L'incompetenza unita alla capacità di discernere realtà da fantasia, i fatti dalle ipotesi può modificare il corso di una vita.

Ed ecco come la competenza, l'analisi seria dei fatti, l'obiettività e la mancanza di pregiudizi possono condizionare in senso positivo le nostre opinioni e persino la vita.

La competenza è per tutti, chiunque può diventare competente ma non è possibile improvvisare, un principiante non sarà mai competente ma resta un dilettante. Bisogna quindi scartare le informazioni false, inutili, non leali. Se voglio appassionarmi a qualcosa posso anche usare Internet come punto di partenza ma in seguito e soprattutto devo studiare (tanto) sui testi, frequentare corsi, ascoltare docenti, interagire con persone che condividono la mia stessa passione e sete di conoscenza. Altrimenti si resterà sempre nel dominio dei ciarlatani e degli incompetenti.

Va da sé che tutto ciò l’ho scritto da perfetto incompetente.

(*) La storia nacque da un comunicato stampa del Korea Consumer Protection Board, un ente governativo che si occupa di informare periodicamente i consumatori sui provvedimenti legali e commerciali legati ai prodotti di largo consumo: dai dati raccolti dall'agenzia era "evidente" che dormire con un ventilatore in funzione provocasse la morte per ipotermia e per aumento di anidride carbonica dovuta all'aumentata circolazione di ossigeno nell'ambiente nel quale era in funzione l'apparecchio. In realtà nessuno dei due meccanismi è plausibile e soprattutto non può essere collegato in maniera convincente al funzionamento di un ventilatore, non vi è oltretutto alcuna base scientifica che spieghi la "morte da ventilatore".

giovedì 19 settembre 2013

San Gennaro facite ‘a grazia

Festa San Gennaro

Sono appena tornato da una breve trasferta lavorativa a Napoli. E come sempre quanto riporto lo faccio con tristezza nei ricordi di quella Napoli che tanto mi piaceva ed amavo quando ci andavo col caro zio Vittorio.

Qualche altra volta su queste pagine ho avuto modo di riportare le impressioni terribili che ricavo nel vedere come mese dopo mese, amministrazione dopo amministrazione, nulla cambi nella china, lenta ed inesorabile, che la città ed i suoi cittadini hanno imboccato: quella di un degrado costante che ha fatto pronunciare ad un mio collega che non era mai stato a Napoli “mi sembra di stare in qualche favelas sudamericana!”.

Ma stavolta l’idea che mi sono fatto è diversa da quella espressa a volte. Fino a poco tempo fa ritenevo che la città fosse formata da una maggioranza di persone per bene in stile “Un posto al sole”, la nota soap di RaiTre che dal 1996 fa credere al resto d’Italia che Napoli sia un posto meraviglioso. E questa maggioranza ostaggio dei cattivi.

Non sono i panni stesi, le macchine contro mano, i sensi unici violati e neanche i vicoli stretti fatiscenti e maleodoranti di un’edilizia improvvisata e arrampicata dal mare verso il Vomero e Camaldoli o Posillipo e paradossalmente non è neanche l’azione del singolo o lo stato di degrado e grigiore inesorabile degli intonaci scrostati ovunque. Ma è l’atmosfera complessiva che si percepisce che mi spingono amaramente a pensare che saranno sì in maggioranza persone per bene che nel loro angolo individualistico sono come tanti ma che tutti insieme formano quella comunità: i napoletani appunto ed il loro modus vivendi.

Durante le pause per il pranzo si chiacchierava del più e del meno con due tecnici che hanno collaborato con me e dal livello culturale decisamente basso e durante queste conversazioni è emerso ad esempio come questo essere napoletano si esprima. Uno di loro ad esempio è passato con classe dall’antico a Napoli non c’è lavoro ad una disquisizione in buona fede su come il napoletano sia specializzato nel fregare il prossimo perché, dato che appunto non c’è lavoro, impera l’arte di arrangiarsi. E queste sono cose che sentiamo da decenni. E l’altro, che evidentemente vive in una bella casetta abusiva alle pendici del Vesuvio che asseriva sicuro che il Vesuvio è morto e che è il governo che dice che è pericoloso perché li vuole mandar via senza cacciare soldi…con buona pace del vulcanologo giapponese e dei suoi avvertimenti recenti (visto che sicuramente Plinio e i calchi di Pompei sono inutili prove).

Domanda retorica. Possibile che in decenni non ci sia stato modo di risollevare Napoli ed i napoletani ad un livello analogo a quello di altre situazioni italiane che (ri)partivano dalla stessa condizione di degrado post bellico? E cito il 1945 tanto per fissare un limite al passato.

Nulla cambia ed anzi sembra quasi che esista una volontà al mantenimento se non al peggioramento. Non stiamo parlando solo delle periferie degradate, della suburra raccontata da Saviano ma anche del centro, compreso il più antico e storico, della zona delle rappresentanze governative della città. Possibile che basti entrare a Napoli ed osservare lo stato delle strade e delle case per sentirsi in un posto strano…sensazione che non si prova in nessun’altra città italiana e che non ho mai provato in nessuna delle tante città europee che ho visto?

E allora la mia conclusione è che esiste davvero questa volontà. Ed è una maggioranza di napoletani che schiaccia quei pochi rassegnati perché questo è l’unico modo per nascondersi dietro un anonima napoletanità e poter continuare a fare i loro interessi primo fra tutti l’interesse a mantenere costante la situazione. Un napoletano fuori Napoli è infatti immediatamente identificabile (un esempio: un pullman di napoletani in gita che si ferma in autogrill).

Oggi a Napoli si festeggia San Gennaro ed in milioni in tutto il mondo (da New York a Sidney)chiederanno le loro piccole grazie, tutte mirate a guadagnare qualcosa di estremamente personale ed individuale a loro esclusivo vantaggio e, volenti o nolenti, fregando qualcun altro. E questa cosa la parodiava il compianto Massimo Troisi nel 1978: trentacinque anni fa.

Che si sciolga o meno quella sostanza tissotropica che gli stolti credono essere sangue non importa, purché sia un coro di San Genna’…facite ‘a grazia!

Il tesoro di San Gennaro (sicuramente arricchito da pesanti donazioni d’origine malavitosa e camorristica) si dice valga più di quello della Corona inglese o degli zar.

Venderlo per fare qualcosa, qualsiasi cosa, no? No, perché nulla deve cambiare e nulla cambierà affinché l’antico adagio sia perpetuato: chiagne e fotte.

Mi è molto piaciuto anche quanto riportato poco fa su “Il post”.

Massimo Troisi e Lello Arena - 1978

sabato 9 giugno 2012

“De terrae motus vaticinium” più seriamente scrivendo

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La pianificazione delle risorse da dedicare alla messa in sicurezza del patrimonio edilizio esistente, civile, pubblico, privato od storico-artistico, sarebbe certamente favorita dal conoscere con mesi od anni di anticipo che una zona dell’Italia sarà molto probabilmente colpita da una scossa forte (di magnitudo M>5.5). Ancora una volta in questi giorni ritornano prepotenti argomenti come questo, che fanno notizia ovviamente, salvo poi dimenticarsene fino al prossimo terremoto.

Da molti anni la ricerca scientifica in atto tra le più promettenti e serie è quella relativa alle analisi del cosiddetto rilassamento post-sismico che sembra contenere quelle informazioni citate precedentemente e fa apparire questo tipo di previsione raggiungibile.

Una conoscenza approfondita dell’assetto sismico e tettonico del territorio ed in condizioni particolari ogni qual volta che una forte scossa colpisce una zona può, a seguito della deformazione e della successiva riorganizzazione della crosta, accentuare la pericolosità delle zone che si trovino intorno alla zona originale.

Analizzando i terremoti forti degli ultimi 4 secoli è nato quindi questo tipo di approccio che ha evidenziato come ci siano certamente correlazioni piuttosto evidenti tra la sismicità intensa di certe zone italiane influenzata in modo significativamente regolare dalla distribuzione dei terremoti nelle principali zone tettoniche mediterranee ed una correlazione più locale tra aree tettoniche nazionali ben individuate. In particolare, è stato messo in evidenza che negli ultimi due secoli i terremoti forti (M>5.5) nell’Appennino meridionale sono avvenuti entro un breve intervallo di tempo (1-3 anni) dalle principali fasi sismiche (M>6) nelle Dinaridi meridionali. Una simile correlazione (con tempi di ritardo leggermente più lunghi: 3-8 anni) è stata osservata tra le scosse forti nell’Arco Calabro ed i periodi di forte sismicità nell’Arco Ellenico (da Creta a Cefalonia). Insomma con questi ridotti tempi, infinitesimi su scala geologica, è come se in un gigantesco domino la caduta delle tessere in una parte del pianeta non può non influenzare le zone tettonicamente circostanti e con questo non si intende certo che l’odierno terremoto veneto-friulano è legato a quello emiliano degli scorsi ma solo che il cosiddetto rilassamento post-sismico influenza la distribuzione spazio-temporale dei terremoti.

Altri esempi sono suggeriti da sequenze sismiche nella catena appenninica, che sembrano notevolmente coerenti con il quadro deformativo a breve termine riconosciuto nell’area
mediterranea centrale: dopo il devastante terremoto di Avezzano del 1915 (M=7.0) nel periodo 1916-20 si verificarono ben sei scosse M>5.5 dalla Val Tiberina alla Garfagnana con una relazione di causa-effetto tra i due fenomeni citati suggerita anche dall’assetto delle deformazioni che hanno interessato la catena appenninica nelle ultime centinaia di migliaia di anni.

Insomma lo studio del rilassamento post-sismico (unito ad una profonda conoscenza del quadro tettonico) può fornire informazioni molto utili per la stima della pericolosità sismica; e questo dovrebbe indurre i responsabili della ricerca in Italia (che sono tuttora oggetto di studio astrologico…) ad incentivare le indagini in questa direzione. Ma questa è un’altra storia, un altro paese, un’altra era…geologica!

Nota a margine: l’immagine della schermata di uno dei tanti software di previsione delle estrazioni del Lotto è puramente…voluta!

(parte del documento è estratto da D. Mantovani, M. Viti, D. Babbucci, Dipartimento di Scienze della Terra, Università degli Studi di Siena)

“De terrae motus vaticinium” ovvero scienza sovietica

Duo genera sunt, ut Posidonio placet, quibus movetur terra. Utrique nomen est proprium: altera succussio est, cum terra quatitur et sursum ac deorsum movetur, altera inclinatio, qua in latera nutat alternis navigii more. Ego et tertium illud existimo quod nostro vocabulo signatum est; non enim sine causa tremorem terrae dixere maiores, qui utrique dissimilis est; nam nec succutiuntur tunc omnia nec inclinantur sed vibrantur, res minime in eius modi casu noxia; sicut longe perniciosior est inclinatio concussione: nam nisi celeriter ex altera parte properabit motus qui inclinata restituat, ruina necessario sequitur (Seneca, Naturales quaestiones)

Nei lontani anni del comunismo duro e puro di sovietica matrice e fino a tutti gli anni ‘70 in Unione Sovietica era scienza soltanto quanto dichiarato o scoperto dai possessori della tessera di partito mentre gli altri o erano rapiti e costretti comunque a lavorare per lo stato, ma in segreto, o finivano come si diceva e faceva allora in Siberia ed infine i più fortunati riuscivano a passare oltre cortina e costretti all’esilio.

Questo oltre ad aver portato ritardi o clamorosi errori, a volte catastrofici, nei cosiddetti piani pluriennali questa cosa evidenzia, come se già non fosse palese di suo, che la scienza è una e non esiste scienza ufficiale distinta da qualcosa non ufficiale.

In questi giorni di tremori sismici diffusi tornano ancora alla ribalta previsionisti, kabalisti, ballisti e fuffari di varia natura le cui amenità esilaranti ricevono eco da media più o meno diffusi a livello comunque nazionale e da scienza che affiancandosi alla appunto cosiddetta ufficiale sentenzia e pontifica. In questi giorni ho per esempio avuto modo di ascoltare almeno tre interviste diverse all’ormai mitico Giuliani e tirar fuori ancora una volta gli appunti del Bendanti.

Ora più volte io stesso da (ex) addetto ai lavori e, consentitemi, dall’alto della mia laurea cum laude in Geologia ho riportato su queste stesse pagine come sia più facile prevedere quanti gratta&vinci mi separano da una possibilità di vincita piuttosto che un terremoto; ma a quanto pare in questo nostro paese parolaio pieno di cazzari  non si finisce mai di toccare il fondo. Che poi l’acuirsi del fenomeno dei cazzari si è acuito a causa di quest’ultimo ventennio in cui dei medesimi tipi ne erano pieni i governi centrali e locali.

E così tra le tante voci oltre a castronerie micidiali quali quelle di tirare in ballo il fracking anche esimi professori universitari e specialisti che fanno previsioni. Certo, sono previsioni statistiche, con modelli matematici complessi e sofisticati, che danno ovviamente gradi di attendibilità su scala spazio-temporale ridotta, ma sempre statistica è: che significa avere il 97% di possibilità di un evento sismico da grave a catastrofico in una certa zona entro un certo intervallo di tempo (Giuliano Panza docet)? Significa che se quel periodo è di 30 giorni teniamo fuori casa gli abitanti a rischio per 29,1 giorni? Ammesso che il 97% sia un valore ammissibile!

Ora se per previsione intendiamo che in Italia può verificarsi un evento sismico intenso praticamente OVUNQUE (Sardegna esclusa) allora siamo tutti scienziati. Io stesso vista la statistica potrei dire che domani ci sarà un terremoto a Roma (indicata a rischio medio-basso) ed azzeccarla esattamente come potrei azzeccare tra rosso e nero alla roulette! Il tecnico dell’ENEA che ha previso l’evento sismico catastrofico calabro-siciliano da qui a 6 mesi-2 anni? E che significa? Tanto vale associarlo alla previsione Maya!

Ieri il Comitato “Grandi rischi” parlava di possibilità di verificarsi di altre scosse intense nei territori già colpiti…e quindi? E stamattina ha tremato il Friuli…e allora?

Purtroppo è noto che conviene spararle grosse. Se prevedo un terremoto fingendo o millantando competenze scientifiche ed invece sto solo contando su una botta di culo e ci azzecco divento immediatamente un luminare della sismologia internazionale e come minimo incasso subito bei soldi per le mie ricerche…se sbaglio amen, sarò stato uno dei soliti cazzari che finirà nella pattumiera dimenticato insieme al giornale vecchio. Le sparo grosse e me ne frego delle conseguenze sulla popolazione, più o meno quel che ha fatto ieri la commissione grandi rischi. Insomma la scommessa di Pascal applicata ai terremoti.

Vanno però compresi poveretti…Le dichiarazioni di ieri, riprese dal governo e sollevando il putiferio di polemiche che sappiamo sono umanamente comprensibili. Avranno evitato un’accusa ed un processo quale quello in atto contro la commissione che, nel 2009, non seppe prevedere il terremoto aquilanoniente di più ridicolo ed ingiusto. Ma è ovvio: i sismologi, i geologi, i tecnici insomma non riescono a fare previsioni? Incapaci. Ma certo: il mio medico mi dice che sono a rischio infarto e che faccio anziché controllare il colesterolo, smettere di fumare, mangiare sano e fare un po’ di moto? Lo denuncio per incapacità perché non sa prevedere quando avrò il coccolone…tzè

Come ho già scritto ai tempi del terremoto aquilano e come non mi stancherò mai di ripetere il terremoto non è prevedibile, al contrario dell’inettitudine e della imbecillità umana. Le case vecchie non messe in sicurezza (con fondi dei privati possessori) continueranno a crollare, gli edifici del patrimonio artistico non messi in sicurezza (con quali fondi? e da dove/cosa iniziare?) verranno giù come castelli di carta ma gli edifici di recente costruzione, le scuole, le caserme, gli ospedali, le prefetture e le fabbriche ed i loro capannoni non devono invece cedere alla prima scossa, cosa che puntualmente accade. Prima del 1976 in Italia non si sapeva neanche cosa fossero le norme edilizie anti sismiche e dopo non è cambiato granché affidandosi alla buona sorte ed alla protezione in stile partenopeo…a’ maronna c’accumpagne

Ogni volta come a Gemona ed a L’Aquila osserviamo affiancate palazzine esteticamente, e solo esteticamente simili, distante pochi metri l’una dell’altra l’una intatta e la seconda sbriciolata o danneggiata al punto da renderla comunque inagibile, da demolire. E la differenza sta solo nella prevenzione presente in una ed assente nell’altra; non quindi nelle chiacchiere sulle differenze del sottosuolo che era e rimane oscuro e sconosciuto.

In questo articolo, lungo ma esaustivo e preciso ma tutto sommato semplice da capire anche per i non addetti, un geologo serio e preparato mette parecchio ordine riferendosi al recente terremoto emiliano e ancora una volta evidenziando la bufala delle previsioni.

Con buona pace di Galileo, Newton, Darwin ed Einstein la scienza è una ma l’umanità è varia. Attendendo con ansia una notizia di correlazione tra terremoti e scie chimiche…non mi resta altro che ingoiare un altro boccone amaro!

Qui la traduzione del brano di Seneca

domenica 11 marzo 2012

Trenta giorni che sconvolsero il Giappone

L’11 marzo 2011, pochi minuti prima delle tre di pomeriggio, mentre uno degli tsunami più violenti della storia giapponese spazzava via un’intera regione costiera, un gruppo di uomini – su cui poco più tardi si sarebbe riversato uno tsunami di responsabilità ed accuse – se ne stava in vacanza-studio in Cina. A comporre questo gruppo c’erano i dirigenti dei più potenti media del Sol Levante ed i quadri della Tepco, la compagnia che gestisce la centrale di Fukushima.

Le spese del viaggio, come ha poi dovuto ammettere il direttore Tsunehisa Katsumata, erano per più della metà a carico della compagnia elettrica. Mentre i “potenti” dell’informazione si godevano il soggiorno all’estero, nei canali di informazione alternativa giapponese venivano piano piano a galla le notizie, fino ad allora taciute, sul binomio media-compagnia nucleare. Così, da leggende metropolitane sono divenute informazioni confermate quelle che riguardavano la responsabilità dei media che in passato scelsero di chiudere un occhio davanti alle inadempienze di uno degli sponsor più generosi di televisioni e giornali privati. La Tepco, infatti, elargisce annualmente centinaia di milioni di dollari per la pubblicità sui maggior quotidiani e canali televisivi della nazione, fatta eccezione per la TV pubblica NHK.

Il disastro di Fukushima è in parte colpa dei media” affermava Kazuo Hirumi, avvocato ed ex giornalista del quotidiano Sankei Shimbum e lo stesso Hirumi ha confessato di aver ricevuto precisi ordini dai suoi capo-redattori del Sankei perché, e la cosa è valida tutt’oggi, sono due i tabù per un reporter giapponese: l’industria nucleare e quella automobilistica.

Fortunatamente, in un periodo quale quello attuale in cui le tecnologie ed Internet sono indispensabili per la diffusione e per l’eventuale confutazione di fatti od idee, i giornalisti indipendenti hanno cavalcato l’onda che attendevano da tempo per opporsi ai media tradizionali come creatori di dialogo e critici dell’informazione governativa così mentre fino a prima del terremoto e del relativo tsunami in Giappone e nel resto del mondo si era abituati a vedere le news in televisione, ovvero spezzoni di conferenze messe insieme e arrangiate secondo direttive ben precise, grazie all’agorà virtuale messa a disposizione di chiunque i cittadini sono diventati il “quinto potere” in grado di controllare e verificare l’operato dei media e diffondere i fatti reali senza alterazione o manomissione e smascherano le menzogne.

Così sono riapparsi dal dimenticatoio vecchi cartoni animati (1, 2) in cui negli anni novanta il governo giapponese propagandava l’assoluta sicurezza del plutonio o poster disegnati dalle compagnie elettriche per pubblicizzare l’energia nucleare.

Fondamentale è stato inoltre il ruolo di quei pochissimi media internazionali che hanno abbattuto il muro dell’informazione governata e governativa formulando domande e ponendo dei dubbi laddove i giornalisti giapponesi non potevano farlo vuoi per la paura di perdere il posto da parte dei contrattisti vuoi per l’impedimento all’accesso a molte zone imposto ai giornalisti indipendenti giapponesi.

Proprio allo scopo di mettere in ginocchio questo tipo di speculazione mediatica un anonimo fin dai primissimi giorni mise “The wall of shame” (3), un sito dove sono stati riportati, istante per istante, tutti i commenti, le correzioni, le demistificazioni alle notizie apparse sui media. In un’unica pagina ancora oggi si possono vedere alcuni degli esempi più eclatanti di mala informazione che hanno colpito tutti i paesi, dal Canada, al Belgio, allo stesso Giappone. Una lunga lista mostra l’autore del misfatto, il giornalista, spesso assente del tutto dalla zona ma anche dalla stessa regione o dal Giappone, come i corrispondenti da Hong-Kong che realizzavano reportage in diretta. La scala della vergogna va dalla semplice distrazione, al sensazionalismo ed arriva fino al terrorismo mediatico.

Il libro di Pio d’Emilia, da cui mi sono permesso di estrarre questo breve sunto, è la cronaca minuziosa, diretta e scorrevole, dimostra che il vero giornalismo non significa assemblare notizie e lanciarle in rete o confezionarle ad arte per un servizio televisivo ma vuol dire bensì conoscere direttamente la realtà indagata, trasformando una fredda intervista in un dialogo partecipato. Le menzogne che per anni hanno accompagnato i giapponesi potrebbero essere davvero stavolta l’arma da utilizzare per affermare che non esiste e mai esisterà energia nucleare pulita e sicura. Partendo dalla spiegazione del come sia stato possibile per il paese di Hiroshima e Nagasaki accettare incondizionatamente il nucleare fin dalla fine degli anni cinquanta l’autore mette ordine nella disinformazione che ha regnato e tuttora è diffusa tra i più e che ha a che fare con quanto accaduto un anno fa e che riguarda tutto il nostro pianeta.

1) Genpatsu-Kun (centralino). Cartone animato propagandistico dove si illustra che Centralino è un bambino malato e dispettoso che minaccia di fare la cacca dappertutto ma alla fine i medici lo curano e scongiurano la pericolosa deiezione (leggi esplosione della centrale) limitando il danno a qualche scorreggina, anche se radioattiva.

2) Pluto-Kun (plutoncino). Questo spiegava invece ai bambini giapponesi che il Plutonio non è cattivo. Può servire a tante cose, proprio come la dinamite.

3) The Wall of Shame. Il link punta direttamente alle pagine riguardanti errori, omissioni e falsità riportate da “la Repubblica” che comunque è in ottima compagnia. Sulla sinistra il menu che riguarda gli argomenti per ordine di importanza o per testata giornalistica o televisiva.

domenica 22 gennaio 2012

Vedi Napoli e poi muori

Sono tornato a Napoli per lavoro di recente, e dovrò tornarci ancora.

Non ce l’ho con Napoli in sé ed ho alcuni amici napoletani; direi che ce l’ho con tutto ciò che rappresenta e che ha a che fare con la totale assenza di senso della collettività, del bene comune. E forse Napoli è solo uno specchio esasperato ed ingigantito della nostra coscienza nazionale, di quel che sta accadendo in questi giorni con le reazioni di fronte alle ipotesi di liberalizzazione, sensazioni riportate poco fa. Proprio come esasperate ed ingigantite sono le grida ed i pianti di disperazione delle donne napoletane ai cortei funebri.

Oltre alla solita kabul distinta da quella vera solo perché le strade hanno un po’ d’asfalto ma le stesse buche (non da mortaio fortunatamente per i napoletani) devo dire che c’è un po’ meno spazzatura concentrata ma tantissima rimane quella endemica, autoctona direi. Insomma i mezzi e gli addetti della Asia passano e puliscono ma nulla possono contro il partenopeo medio che dissemina in modalità imprevedibile. Ricordo a margine che il presidente della Asia (Raphael Rossi) nonostante il gran bel lavoro e la sua rettitudine è passato come si dice “ad altro incarico” per la tristissima vicenda di questi giorni.

Per il resto la città è la solita fetenzia ed altre volte ne ho scritto tentando di descrivere aspetti che solo vivendoli appaiono; proprio una fetenzia come dicono da quelle parti e come sempre a fronte di una minoranza di napoletani responsabili, tra cui tutti i professionisti con cui mi onoro di collaborare, il resto della città è seppellita sotto quella che ormai non è più endemica e tipicamente partenopea rassegnazione a secoli di vessazioni e soprusi ma è connivenza e menefreghismo, utilitarismo e settarismo. E non sto parlando delle periferie degradate da decenni ma anche del centro; il termine degrado inoltre mal si addice a certe realtà perché implica un processo di decadimento nel tempo mentre da quelle parti e per la maggioranza delle zone a cui mi riferisco sono nate già degradate.

Nelle parole di un collega napoletano trovo la semplice spiegazione, quasi lapalissiana, ma talmente banale da sembrare assurda pur non violando il principio di semplicità. Napoli è e così resterà perché soltanto in questo modo la maggioranza incivile e menefreghista dei suoi abitanti potrà continuare a fare il proprio comodo. Come potrebbero agire indisturbati napoletani di quella risma trapiantati a Berlino? Se la città fosse ordinata e regolata, se la maggioranza facesse il proprio dovere civico la minoranza salterebbe all’occhio e sarebbe individuabile e circoscrivibile facilmente.

Insomma l’antico chiagn ‘e fotte ancora una volta impera. Lasciamo che Napoli sia quel che è perché solo così potranno continuare a far passare inosservate le malefatte d’ogni tipo, perché nella media dell’accettazione collettiva.

A seguire una carrellata rapidissima di immagini dello stato di degrado di un ufficio pubblico, alla faccia della 626 (se fosse ordinato e regolamentato potrebbero mai permettersi la moka in archivio?) e di un edificio di centralissima strada in perfetto stile “campano non finito” con antenna parabolica ma foratino in piena vista.

Non lo posso tollerare

308375_279803928714279_111483475546326_1100182_1056350785_n[1]Puntuale come un treno ai tempi del fascismo arriva la solita inutile, e costosissima, campagna FAO, di questa assoluta inutile organizzazione di cui ho spesso scritto.
Da qualche giorno passando in viale Aventino troneggiano gli striscioni di questo tipo su entrambe le facciate del palazzo sede della FAO.
Se cerco dati concreti e reali sul loro operato non ne trovo. Solo sterili e particolari minute non filtrate da enti indipendenti. Anzi, approfondendo, si scopre che la situazione dopo il passaggio dei loro esperti pagati quanto un ministro ed a bordo di bianchissimi e costosissimi SUV peggiora perché qualcuno degli indigeni ha da questi imparato a lucrare su questo dannatissimo status quo.
Un miliardo di persone soffrono la fame in maniera cronica. E sono più dell’anno, del decennio, del cinquantennio e persino più di quante ce n’erano prima che la FAO fosse costituita e con questa quell’inutile sequenza di enti derivati quali l’IFAD o l’IPGRI.
E loro non possono tollerarlo invitandoci ad indignarci. Loro.

lunedì 12 dicembre 2011

Fumi? No. Ho smesso.

E-facile-smettere-di-fumareDa molto tempo avrei voluto portare su queste pagine la mia testimonianza diretta su come sia stato per me semplice smettere di fumare.

Mi rivolgo direttamente ai fumatori che spero potranno diventare a breve degli ex come me; i non fumatori che difficilmente capirebbero determinati punti di vista potranno invece fare tesoro di quanto leggeranno parlandone a fumatori di loro conoscenza.

E tutto questo grazie alle parole scritte di un fantastico libro qual è “E’ facile smettere di fumare se sai come farlo” di Allen Carr.

Sono ormai quasi quattro anni che ho gettato via la mia ultima sigaretta e fin dai primissimi giorni in cui non ne ho più accese ho sempre saputo trovare nelle parole di Carr le motivazioni a non mollare, senza impegni particolarmente onerosi, senza sforzi sovrumani, senza viverlo come una punizione ma molto più semplicemente conscio del fatto che fumare è da imbecilli. E visto che non mi considero tale il resto è stato quasi ovvio.

Altre volte avevo provato a smettere ma in maniera non del tutto conscia e quindi forzatamente pretesa. La reazione fu quindi quella di riprendere pressoché subito o di non smettere mai in effetti di fumare.

Un primo errore, che viene ampiamente spiegato nel testo di Carr, è quello di prendere surrogati della nicotina nel tentativo di liberarsi della sigaretta. E quindi gomme, cerotti o sostituti del genere che servono soltanto ad ingrassare le già ricche tasche delle aziende farmaceutiche che producono queste cose. La prima cosa da fare è liberarsi della nicotina che circola nel sangue ed è quindi ovvio che assumerne in altre forme certamente rende vano ogni sforzo in tal senso.

Oltre ad essere un best seller diffusosi soprattutto col passa-parola questo libretto in vendita presso librerie ed autogrill oltre che ovviamente online rappresenta e descrive quanto ogni fumatore più o meno consciamente sa o, di contro, porta la testimonianza diretta di un fumatore accanito che ha scoperto in autonomia tutto ciò che ogni altro fumatore fa difficoltà ad ammettere: l’unica vera ragione per cui si fuma è la tossicodipendenza da nicotina. Il resto sono motivazioni di natura psicologica personali e sociali, dirette ed indirette, consce e soprattutto, le più difficili da comprendere, analizzare ed estirpare, quelle inconsciamente derivate.

Liberarsi dalla nicotina, primo fondamentale passo per liberarsi dalla dipendenza chimica e fisiologica è la parte paradossalmente più semplice. Tempo due o tre settimane di astinenza e il sangue è privo di ogni traccia di questa sostanza, la curva di abbattimento del tasso di nicotina cade esponenzialmente in maniera molto rapida e con variazioni che dipendono da persona a persona: dopo circa un’ora dall’aver fumato una sigaretta nel sangue ce n’è già la metà e questo ad esempio è il motivo per cui si sente il desiderio di fumare ancora. Dopo tutto la dipendenza da nicotina è un fenomeno anomalo rispetto ad altre: non ci si sveglia in piena notte col desiderio di fumare e già questo potrebbe far riflettere sul fatto che se l’organismo accetta di stare qualche ora senza nicotina potrebbe continuare a farlo per sempre.

L’autore del libro mette in evidenza in maniera a volte ironica ma sempre con semplicità estrema che fumare è come portare tutto il giorno ai piedi un paio di scarpe più strette di due numeri per il solo piacere di liberarsene alla sera; tutte le motivazioni indotte dall’esterno e che potremmo chiamare sociali si smontano facilmente alla luce della presa di coscienza di essere dipendenti dalla nicotina e non da altro.

Il fumatore, come tutti i tossico-dipendenti, è un mentitore. Mente a se stesso ed agli altri per giustificare la sua dipendenza, la sua necessità. C’è quello che afferma di non poter smettere in determinati momenti della sua vita particolarmente carichi di impegno e di stress e l’altro che invece dice di non poterlo fare perché sta per andare finalmente in ferie e allora sì che potrà godersi appieno le sigarette: fumare come associazione a concetti antitetici, di benessere o di malessere. C’è il fumatore che afferma che fumare piace e fuma sempre soltanto la sua marca preferita ma sa benissimo che in caso di mancanza prolungata di sigarette fumerebbe anche il cartone! Come fa a piacere una cosa che istintivamente da’ disgusto? Provate a ricordare la reazione alla prima sigaretta o come reagiscono i bambini se viene loro soffiato del fumo in faccia.

L’aspetto più appagante dell’aver smesso da fumare è quello della perdita di dipendenza psicologica, ritrovare la libertà dopo decenni di schiavitù, perché di questo si tratta: fumare è essere schiavi della presenza e dell’uso della sigaretta.

In una società quale quella occidentale dove fumare sta diventando sempre più impossibile, e per fortuna! Uffici, locali pubblici e privati, cinema, ristoranti, a breve forse persino gli stadi o per strada in determinate condizioni sono già off-limit per i i fumatori. Notate il fumatore ansioso che si accende affamato la sigaretta appena messo piede fuori dalla stazione o dall’aeroporto, quello che alla festa di amici si guarda intorno smarrito con la cenere nella mano e che finisce segregato in balcone per non dar fastidio agli altri; per non parlare della desolante immagine che offrono i fumatori che aspirano avidamente le loro sigarette fuori dei locali o degli uffici, nelle zone loro concesse, in pochi minuti e magari intirizziti dal freddo o sudati a causa della canicola. Non è forse schiavitù questa?

L’autore non si soffermerà a lungo sui danni fisici, neanche sull’aspetto economico di come si mandino letteralmente in fumo migliaia di euro ogni anno: quella è roba nota.

Credetemi. Metterà in evidenza analizzandoli con serenità uno per uno tutti gli aspetti psicologici che portano il fumatore a mentire: chiunque con un minimo di buon senso saprà trarne le dovute conclusioni. Certo, un po’ di buona volontà ci vuole, ma è davvero poca, non serve essere né dei martiri né degli asceti per smettere di fumare e se ci sono riuscito io, subito e senza sofferenza, potrete farlo anche voi.

Effetti collaterali? Nessuno. Qualche chilo in più ma non perché ci si abbotta di cibo per non fumare. Semplicemente perché il fumatore ha un metabolismo più rapido in quanto l’organismo tenta di liberarsi del veleno che viene immesso; quindi, smettendo il metabolismo rallenta, si mangia come prima e si tende a prendere peso.

Ultima considerazione che da’ molti spunti di riflessione ed approfondimento è quella del danno sociale che il fumo porta alla società. Ogni paese occidentale, la stragrande maggioranza dei media esaltano e condannano aspramente qualche decina di morti ogni anno per uso di eroina, cocaina od altre sostanze stupefacenti mortali ma fanno finta di dimenticare le migliaia di persone che ogni anno muoiono o si ammalano gravemente a causa del fumo con dispendio ed aggravio per i servizi sociali e sanitari. La lobby delle case produttrici di tabacco e derivati è potentissima, ancora oggi.

Lo stesso ovviamente dicasi per la dipendenza da alcool che è spessissimo associata a quella da nicotina (non il contrario).

Come nota a margine va detto che Allen Carr sull’onda del suo metodo the easy way ha scritto altri libri dedicandosi ai metodi facili per smettere di bere, di mangiare (male), per fumatori adolescenti, per donne fumatrici ed altro ancora.

Ho letto quello sul controllo del cibo ma in questo caso non mi sono trovato d’accordo, troppo anglosassone. Ma questa è un’altra storia sulla quale penso tornerò perché per me è stato molto più facile smettere di fumare che controllare il cibo.

venerdì 28 ottobre 2011

Facile premonizione





Il 6 ottobre 2010 scrivevo:

"Ma che ve lo scrivo a fare? Forse è solo un ennesimo inutile promemoria a dimostrare, da qui al prossimo autunno, alla prossima ondata di pioggia più intensa del normale, che siamo alle solite cazzate.

Non serve neanche seppellire i morti ed aspettare la prossima: spesso ci ha già pensato il fango.

Ogni anno la Liguria affoga, ora qui ora lì, con le ennesime esondazioni dei torrenti o dei fiumi che vengono giù dritti verso il Mar Ligure."

E ancora oggi leggo titoli altisonanti ed usuali quali "FANGO ASSASSINO"...
Cazzate, un mare di cazzate. Soltanto questo ancora una volta sento e leggo.


bla bla bla...

E l'altra sera a Matrix m'è molto dispiaciuto sentire che anche Mario Tozzi ormai si è adeguato al sistema sparando altrettanto cazzate...




domenica 13 marzo 2011

Pubblica distruzione



Siamo alle solite...
Mariastella Gelmini ha perso un'altra occasione...per tacere.
Dovremmo ormai essere assuefatti alle sue sparate ma oggi, all'indomani del C-Day, non ha perso occasione per dirne una delle sue.

http://www.tgcom.mediaset.it/politica/articoli/1003014/gelminiincoerente-chi-va-in-piazza.shtml?1#page

"Molti di quelli scesi in piazza per la scuola pubblica poi mandano i figli alle paritarie". E' l'accusa lanciata dal ministro dell'Istruzione, Mariastella Gelmini. "La trovo una incongruenza e forse vuol dire che non hanno poi tutta questa fiducia nella scuola pubblica", ha detto il ministro che ha difeso la sua politica di austerity: "Ho tagliato solo gli sprechi".

"Gli insegnanti sono troppi""Gli insegnanti sono troppi rispetto al bisogno in Italia: lo ha detto il ministro dell'Istruzione, Mariastella Gelmini, intervistata a "Che tempo che fa". ''Gli insegnanti sono pagati pochissimo - ha detto - perché sono troppi'', sono un quantitativo ''superiore al fabbisogno''.

Gelmini ha ricordato che chi insegna in una scuola superiore con 15 anni di anzianita' in Italia prende circa 20 mila euro in meno di un collega tedesco. ''Dobbiamo pagarli adeguatamente - ha sottolineato - ma se cresce il numero all'infinito sono proletarizzati''.

Ho insegnato nove anni in una popolosa scuola cosiddetta cattolica paritaria legalmente riconosciuta, una di quelle per mia fortuna didatticamente valide dove non vigeva nepotismo né pressioni da parte del collegio direttivo (preti): un plesso scolastico con tanto di elementari che facevano da fucina alle tre sezioni delle medie e queste che alimentavano annualmente una sezione di liceo classico ed una di scientifico. Autoalimentata o quasi.

Ma credetemi, per quanto non tutti i genitori appartenessero a categorie snob ed abbienti, non ne ricordo uno che sarebbe stato disposto a scendere in piazza per qualcosa, e intendo per qualsiasi cosa.

Non era (è) nel loro DNA e per quanto all'epoca facesse notizia il movimento studentesco pubblico de "la pantera" genitori e studenti di quei licei dove insegnavo non avevano né la voglia né le motivazioni per scendere in piazza in antitesi alla loro scelta paritaria, scelta dovuta non solo a motivi legati ai timori che la pubblica desse loro (impreparazione, caos, indisciplina, ambiente ecc) ma soprattutto alla loro coscienza tranquilla nel sapere che lasciando il figlio a scuola lì l'avrebbero trovato al loro ritorno.

Quindi ripeto che quanto ha detto la Gelmini non è plausibile né credibile: è solo la solita demagogia.

E la seconda sparata, apparentemente slegata è invece più che attinente con quanto accadeva (e accade) nelle scuole paritarie. All'epoca, e ancor oggi è così, dato che i bilanci delle scuole private attingono solo a quanto incassano dalle rette pagate dai singoli studenti avevamo in classe mediamente da 30 a 35 studenti, al limite della normativa pubblica del ministero. Chi ha insegnato o insegna sa cosa voglia dire avere tanti alunni in una sola classe...

Se i professori sono stati troppi negli anni '70, infornati da dozzine di corsi abilitanti che hanno rifilato cattedre di ruolo a migliaia di proletarizzati o sindacalizzati vorrei solo ricordare che quei 25-40 enni di allora sono già in pensione da un pezzo o stanno per andarci! E quindi il numero dei professori non è affatto diverso, in proporzione, a quanto esistente nella Germania da lei citata!

giovedì 11 novembre 2010

Inutile FAO

Il 7 marzo 1985 usciva "We are the world (we are the children)" su iniziativa di Quincy Jackson, musicato da Michael Jackson e su un'idea di Lionel Ritchie. Un brano che avrebbe ben presto fatto il giro del mondo e con tutti i proventi destinati ad aiuti umanitari nell'ambito della iniziativa chiamata "USA for Africa".

Rientrando da Fabriano ieri sera ho avuto l'occasione di riascoltarlo e stavo riflettendo come in 25 anni non sia cambiato nulla ed anzi la situazione sia drammaticamente peggiorata e riferendoci alla sola Africa, senza quindi contare le vastissime aree di fame e malnutrizione endemiche in Asia od in Sud America.

25 anni è un periodo enorme soprattutto se comparato al tasso di crescita di qualsiasi altro settore tecnologico o semplicemente socio-economico col quale si muove il pianeta. In 25 anni anziché leggere di un leggero miglioramento di alcune aree del pianeta si legge di peggioramenti. Il numero di persone che ogni hanno muoiono di fame è in crescita, quando ero ragazzo rimasi colpito profondamente dal sapere che ogni pochi secondi un bambino al di sotto dei 5 anni muore di stenti (tic, tac, tic...ne è morto un altro! Qualcosa come 200.000.000 ogni anno!!!) e la cosa è peggiorata.

E la FAO ancora una volta quest'anno ha presentato il suo inutilissimo rapporto (altrettanto inutile quello dell'anno scorso!) pubblicizzato da un enorme poster che pende sul Viale Aventino qui a Roma dove di fronte alla cifra di (almeno) 1.000.000.000 di persone che patiscono la fame cronica ogni anno rischiando di morire appare la scritta "I'm mad as hell", idioma inglese per "infuriato".

Infuriato? IO, e come me molti altri, siamo incazzati come bestie incazzate per l'inutilità di queste organizzazioni e l'assoluta inerzia che mostrano nel esercitare pressioni nei confronti dei governi, proprio quegli stessi governi dai quali dipendono facendo finta di sputare nel piatto in cui mangiano e chiedendo a noi di firmare la petizione affinché si faccia pressione per sensibilizzare i governi dei paesi dove si mangia non per uno, né per due ma addirittura per 10 rispetto a quanto hanno a disposizione i poveri della terra.

In 25 anni nulla è cambiato e peggio che mai neanche in 50 ed oltre anni che esistono questi organismi passati immuni da cambiamenti radicali avvenuti all'interno dei paesi che li hanno generati. In 25 anni o poco più il mondo ha avuto due guerre mondiali con decine di milioni di morti, in molto meno di 25 anni il mondo occidentale così come lo avevamo conosciuto per i 50 anni precedenti è cambiato al punto da averci fatto perdere di vista molti valori di allora ancor validi oggi. E in 25 anni quello stesso mondo non ha fatto altro che peggiorare la situazione di intere etnie che una volta erano perfettamente in grado di autosostenersi in un regime di economia dagli utili modesti ma sufficienti e che ora, vittime del guadagno incontrollato di pochi soccombono.

Altre volte su queste pagine ho avuto modo di criticare aspramente l'operato di inutili organizzazioni come la FAO o l'IFAD (qui, qui e qui) e proprio recentemente si è venuto a sapere che i soli costi dell'alloggio per il presidente dell'IFAD, il nigeriano Kanayo F. Nwanze, raggiungono la stratosferica cifra di 400.000 $ l'anno!!! Nonostante la bugiarda smentita dell'IFAD (http://www.ifad.org/governance/ifad/statement_i.htm). Se il sottoscritto col miserabile contributo di 30 € al mese all'UNICEF (ripeto, unico ente internazionale che "salvo", salvo prova contraria!) riesce a sostenere l'alimentazione di almeno 6 bambini fate il conto di quanto Kanayo possa fare autotassandosi ed "accontentandosi" di un bell'appartamento al posto del villone!!!

Ma non è solo questo che mi fa incazzare senza temere di essere ripetitivo. E' che sono nauseato da questo continuo ricorrere all'invito ad aderire ad iniziative di solidarietà rivolte a privati cittadini che se onesti contribuenti vorrebbero veder devolute davvero parte delle loro tasse in aiuti umanitari concreti. Invitare a mandare l'sms da 1 o 2 € che magari contribuisce ad arricchire lo stato della relativa quota IVA od il gestore telefonico della sua propria quota parte (!!!), invitare a sottoscrivere questa o quella campagna, questa o quella Onlus che spesso spende in pubblicità più di quanto dovrebbe invece destinare in aiuti! Le stesse Onlus nate e lasciate nascere da parte di stati inerti ed indifferenti, incapaci di realizzare anche le più semplici iniziative umanitarie e che si beano del convoglio di paccottiglia raccolto all'indomani e solo in occasione di una qualche catastrofe!

Certo. Io stesso contribuisco in vari modi (un paio di adozioni a distanza, come dicevo un piccolo aiuto attraverso l'UNICEF e qualche una tantum) ma spesso mi sembra di essere quella inutile goccia nell'oceano o di fronte ad inviti a far lo stesso sentirsi dire "non mi fido...ma sei sicuro che gli arrivino? [gli aiuti]" che poi, la maggior parte delle volte, è solo una schifosissima SCUSA per non scucire una lira e subito dopo spenderli in "gratta&vinci".

Ma nonostante questo invito chiunque mi legga a cercare di fare quanto sia di vostra capacità ed in vostra coscienza, senza porsi domande inutilmente retoriche e prive di risposte sensate perché sono le stesse fame e condizioni dei paesi del terzo e quarto mondo, o più genericamente del sud di questo nostro pianeta, ad essere insensate.




Nota: A distanza di 25 anni Jamie Fox a gennaio di quest'anno ricreò un numerosissimo gruppo di artisti, molti dei quali già presenti nel 1985, per riproporre lo stesso brano che stavolta destinava i proventi per le vittime del terremoto di Haiti. "We are the world 25 for Haiti" (qui il video).

venerdì 27 agosto 2010

L'Aquila muore. L'Aquila è morta


"L'Aquila è morta".
Queste le parole dette ai fidi centurioni quell'infausto giorno di marzo del 44 pev in occasione dell'assassinio di Giulio Cesare.

Il 19 scorso ho fatto un altro giro in moto e sono ancora una volta passato per l'Aquila. Stavolta senza perdermi come accadde a luglio a causa di strade principali chiuse per..emergenza!

Proveniendo dall'Aquila Est lungo la statale 80 e poi sulla 17 ovest che attraversa la città si superano le rotonde nuove di zecca allestite con tanto di mosaico a pietre grosse a rappresentare questo o quel simbolo (effetto G8 ovviamente, con buona pace degli isolani de La Maddalena) e si entra in città diretti su via XX settembre, quella de "La casa dello studente"...

Su in salita fino all'incrocio con la strada che fiancheggia i giardini di via Crispi e ridiscende verso la parte est della città.

Sono meno di 2 km e bastano per metterti i brividi addosso. Brividi uniti a quel nodo alla gola che ti assale quando una forte emozione si mischia ad una forte rabbia. La strada passa accanto al tristemente noto edificio de "La casa dello studente" dicevo: non lo sapevo e quello che ha attratto in quel punto la mia attenzione sono state le foto dei ragazzi morti quella notte sotto le macerie di una palazzina che non doveva crollare, quella così come tante altre. La sola vista di quella fetta rettangolare mancante nella pianta complessiva della palazzina a cui ancora si affacciano fin l'ultimo piano, porte, ballatoi, vani scala, riquadri di stanze e vite spezzate, da' il capogiro.

La strada, tristemente animata da una sorta di macabro turismo della maceria, forse inconsciamente me compreso, con gente che ci cammina e fa foto, che si sofferma a vedere i danni insieme al traffico cittadino di un giovedì pomeriggio d'agosto, nonostante l'assolata giornata da' i brividi.

Per tutta la sua lunghezza è completamente transennata su entrambi i lati: barriere alte quasi tre metri in rete d'acciao a maglia molto larga, che impediscono il passaggio di incauti pedoni sui marciapiedi; e già, cadono ogni tanto pezzi vari o possono farlo. Le palazzine, da apparentemente robusti condomini in strutture in cemento armato degli anni 60 e 70, a case forse più vecchie di un paio di decenni, sono altrettanto apparentemente sane. Ma osservate senza bisogno di gran dettagli a vista d'occhio appaiono tamponature assenti, intonaci scoppiati a mostrare tramezzi di foratini scomposti, fessure e crepe anche massicce in corrispondenza di luci di finestre, balconi semicaduti, pilastri crepati e via così fino a pilastri di base apparentemente a posto ma a cavallo di serrande di garage o negozi deformate e lesionate. INAGIBILE. E' la terribile parola per chi ha avuto vita lì dentro fino a quella notte. E sotto, lungo la strada, vetrine di esercizi commerciali, da banche a tabaccherie od umili tutto a 1 € definitivamente abbandonati.
Il motivo conduttore macabro che accompagna la vista è che quelle palazzine, quei palazzotti, quella case così come sembrano esser fatte non dovevano crollare, non avrebbero dovuto nemmeno lesionarsi!

E quelle palazzine con i fantasmi delle migliaia di famiglie che le hanno vissute sono lì, in piedi ma lesionate al punto che nessuno oserà mai anche solo pensare che forse si possono restaurare. Certo non sono mica la basilica di Colle Maggio o lo storico palazzo del comune!

E guai a gettare l'occhio nelle traverse che si arrampicano verso la sommità della città, verso il centro: lo spettacolo è ancora più desolante.

Ed in quei pochi minuti impiegati a percorrere quella strada pensavo a come potrebbe essere ricostruita una città nell'interezza del suo cuore centrale, non solo inteso come centro storico, come patrimonio artistico ma patrimonio umano da esso stesso generato ed alimentato. Quando un terremoto danneggia un piccolo centro lo si ricostruisce, non vale la pena stare a sistemare quando si fa prima a demolire del tutto. E' una questione di economia, terribile ma spietata.

Ma si può demolire una città? E quanto costerebbe ripristinarla? Che rapporto tra il valore che aveva e il valore che potrebbe avere risanandola e portandola a nuova vita?Come poterlo fare? Con quali mezzi?

E soprattutto con quali soldi? Chi si assume l'onere economico di un simile scempio?

E allora l'Aquila muore. L'Aquila è morta.
Ma contemporaneamente pensavo, di ritorno dal mio terzo viaggio in Germania, che all'alba della fine della seconda guerra mondiale, praticamente tutte le città grandi e piccole di quel paese andavano da stati quali quello del "completamente rasa al suolo" a situazioni via via meno gravi ma pur sempre drammatiche.

Eppure i tedeschi, sia all'est dominato dai russi od all'ovest sotto il controllo di americani, inglesi o francesi, si sono rimboccati le maniche e mattone per mattone, raccogliendoli dalle macerie, confrontando documenti storici, cartoline, vecchie foto e le testimonianze dei sopravvissuti, sono stati capaci di ricostruire i centri delle città esattamente com'erano prima.

A Berlino pochi mesi dopo l'aprile del 45 già circolava il primo tram, a Dresda, inutile scempio esperimento di "tempesta di fuoco" completamente devastata dal bombardamento e dall'incendio, il popolo delle macerie in due mesi aveva liberato la città ed iniziata la ricostruzione e due mesi dopo c'era già l'acqua corrente ovunque. E così Francoforte, Amburgo, Norimberga, Colonia, Stoccarda, grandi città ma anche Heidelberg, Lipsia, Ulm o Lubecca, città più piccole.

Non scrivo questo per dire che c'è sempre speranza ma proprio per distinguere, ancora una volta, che non siamo tedeschi e non sono tedeschi neanche i nostri governi il cui attuale premier, come noto a molti ma i cui tutti sono ciechi e sordi, ha soltanto saputo cavalcare l'occasione elettorale, pittare di bianco a calcina qualche muro come si faceva in Puglia sotto gli Angioini dopo una pestilenza e poi andarsene sfregandosi le mani perché qualcuno per lui avrebbe fatto affari d'oro con la borsa nera.

E l'Aquila muore. L'Aquila è morta.





COLONIA 2010COLONIA 1945


DRESDA 2010DRESDA 1945



venerdì 30 luglio 2010

Falso più IVA

Preambolo: ogni volta che mi capita di passare dalle parti di Fontana di Trevi, che sia per lavoro o meno, non posso fare a meno di notarlo...e ieri ho voluto documentare e fare qualche domanda.
Come sappiamo, in tutta Italia, soprattutto da parte delle varie polizie locali o municipali, altre volte da agenti della GdF, vengono eseguiti massicci sequestri della mercanzia in vendita su improvvisati banchetti o lenzuola stese a terra di borsettame, cintame, orologiame od occhialame vario notoriamente falsificato, spesso con estrema perizia comunque : la cosa misteriosa rimarrebbe sapere che fine fa il materiale sequestrato nutrendo personalmente dei dubbi che finisca tutto al macero.
Indipendentemente dalla questione legata al maggior o minor pietismo che possa suscitare il pensiero dell'extracomunitario privato, pur temporaneamente, del suo mezzo di sostentamento appare ovvio che risulta comunque difficile superare od arginare il problema se non con provvedimenti che avrebbero dovuto essere drastici immediatamente, ovvero sul nascere del fenomeno, e non, come al solito all'italiana, aspettare che si venga sommersi dalla spazzatura ed intervenire quando ormai sia troppo tardi (ogni riferimento è puramente casuale...). Tanto per citare i nostri cugini d'oltralpe, in Francia spiccano un po' dappertutto cartelli di avviso, per turisti e non, che ricordano che da quelle parti l'acquisto di merce falsa o falsificata è punito con sanzioni micidiali e persino con l'arresto! Tant'è che a Parigi, gli extracomunitari o semplicemente il popolo di colore delle banlieu si arrangia vendendo mini Tour Eiffel o minibusti napoleonici e non troverete mai borsette dalla nota LV stampigliata...
Ma ieri dicevo all'inizio, mi sono ancora una volta soffermato sul banchetto fisso (è lì da anni) che vende borsette, borsellini, portafogli e ciarpame vario all'incauto turista che sempre meno si farà far fesso dal solito venditore di fontane di Trevi giacchè siamo proprio da quelle parti.
Tra le tante borse o borsellini appesi od esposti, anonimi oggetti di argigianato cinese o vietnamita, ne spiccano diverse spiccatamente false o comunque falsificate: non si tratta soltanto di riproduzioni con leggere modifiche alla grafica del logo fatte per aggirare la normativa ma anche di evidenti riproduzioni false di griffe più o meno note.
La cosa veramente anomala non è solo che si tratta di un banco fisso che vende merce falsa senza che nessuno abbia mai fatto un sequestro: un esercizio che quindi paga tasse di occupazione di suolo pubblico, licenze commerciali e magari, ne dubito comunque fortemente, persino i contributi e le ferie ai soliti cingalesi che vengono schiavizzati dalle solite due o tre famiglie romane padrone dell'intero mercato cittadino di questo tipo (dalle bancarelle nei mercati rionali, ai furgoni con bibite e panini fino ai venditori di castagne). Sappiate che questi commessi ci dormono persino dentro i chioschi a fare la guardia in cambio di un posto letto.
Ma quanto è veramente incredibile è che sul banco è (giustamente) presente anche un regolarissimo registratore di cassa. Ne consegue che l'emissione (non stiamo a sindacare che magari avviene una volta su cento..) del regolare scontrino fiscale è conseguente non solo al pezzo regolare ma anche a fronte della vendita di una borsetta falsa!!! Ovvero, lo stato incassa IVA dalla vendita di un falso o comunque di merce che in altri luoghi o momenti è passibile di sequestro! E, versando altra benzina sul fuoco, nella fantascientifica ipotesi che la dichiarazione dei redditi del proprietario del banco contenga anche i proventi della vendita dei falsi lo stato incasserà anche IRPEF ed altro sempre proveniente da quota parte del commercio di merce illegalmente esposta e venduta...
Poi c'è qualcuno che strilla che sarebbe uno scandalo riaprire i bordelli perché ignominioso pensare che lo stato possa incassare proventi vari dalla prostituzione almeno quella è merce genuina e non falsa...
Da quelle parti è sempre presente una coppia di metropolitani (una volta i pizzardoni, ehm, i vigili urbani erano così chiamati) che solertemente fischiano a qualsiasi tentativo d'appropriazione indebita di monetine del ritorno lanciate nella fontana di Trevi od ai turisti che scambiano la medesima per un pediluvio o magari per una piscina convinti d'esser Mastroianni o la Ekberg. E così ieri, animato da uno spirito ironico ed un po' sarcastico ho chiesto lumi: è forse la presenza del registratore di cassa che lo rende immune e convinto d'esser nel giusto anche vendendo merce di tal guisa? A domanda risponde già è vero, strano, non potrebbe...veda...c'è una coppia di nostri colleghi amministrativi in giro, può chiedere a loro...Gli amministrativi non li ho trvati e nenche avevo tempo e voglia di cercarli: sono i vigili che tra le tante cose controllano la regolarità degli esercizi commerciali e fanno i sequestri delle tovagliate di merce venduta dai vu' cumpra'..)
E così il mistero rimane...ed anche l'amaro...
Nelle foto successive, in via delle Muratte, a due passi da Fontana di Trevi e dal bar che fa il miglior caffè con panna di Roma , il banco sotto osservazione...si vedono bene le griffe falsificate (soprattutto delle nota G) e nella seconda foto, seminascosta dalla mercanzia sulla destra del banco dietro la coppia di borse bianca e rossa il miTTico registratore di cassa...magari è pure wireless con collegamento diretto con l'ufficio delle imposte

domenica 7 febbraio 2010

La scuola è (davvero) finita



Sì è finita, ancora una volta nelle mani sbagliate.

Visto che giocano tutti per lo stesso presidente avrà forse voluto fare un po' di pubblicità alla trasmissione "Saranno famosi"; o forse avrà voluto far credere ai futuri omologatissimi elettori che ognuno di loro potrà sperare di diventare appunto famoso con una scuola apposita. Comunque stiano le cose ciò che mi ha lasciato piuttosto perplesso delle novità della riforma dell'onerevole ministra Maria Stella Gelmini è l'istituzione del cosiddetto "Liceo Coreutico e Musicale".

A parte che ho dovuto scomodare un dizionario per scoprire che diavolo vuol dire coreutico ciò a cui ho immediatamente pensato è che se un professionista vero della musica impiega minimo un decennio (con 8 ore di studio al giorno su una tastiera o con un archetto in mano) molto improbabilmente riuscirà a campare d'arte (vissi d'arte vissi d'amore lasciamolo a Puccini!) figuriamoci un siffatto diplomato...per non parlare della coreutica che sarà senz'altro utilissima a saltare, pardon, ballare sulle altalenanti note del futuro!

Molti saranno stati tratti in inganno leggendo che questo liceo altro non è che il Conservatorio ritargato. Errore! Tanto per cominciare al Conservatorio non si fa danza e poi si entra con esame di ammissione selettivo e difficilissimo non prima di aver studiato privatamente parecchi anni (è infatti a numero chiuso) e invece questo liceo statale in quanto tale aperto a chiunque lo voglia purché in possesso di licenza media. Prosit!

Da decenni avevamo già due licei "inutili": il classico e lo scientifico. Comunque non del tutto ma atti come minimo a fornire una (im)preparazione di base (in)utile per affrontare temi universitari di settore indirizzati vuoi su materie umanistiche piuttosto che scientifiche spinti dalla propria attitudine con tutte le dovute eccezioni e sfumature. Per esempio ai miei tempi si diceva che per fare medicina fosse il classico l'ideale liceo; ora ne comprendo le ragioni: perché medicina non è una scienza .

Ovviamente l'università era altrettanto aperta anche a diplomati provenienti da ogni ordine e grado di scuola del regno...pardon, dello stato.

E per tutti successi od insuccessi sarebbero (sono) stati dettati solo ed esclusivamente dalle indoli personali non certo dalla scuola di provenienza pur riconoscendo un minimo grado di facilitazione solo per alcune materie propedeutiche.

A questi due licei possiamo certo affiancare da sempre anche il famoso Liceo Artistico ma che comunque metteva in grado gli studenti a tener in mano una matita od un pennello aprendo loro orizzonti culturali ed ambiti universitari diversi per gli altri.

E i mitici ITIS (non consideratemi di parte, essendo io stesso un ex liceale, scientifico). Decine e decine di ore settimanali di studio e laboratorio. Studio non meno complesso dei licei e faticose ore di pratica. Al termine dei 5 anni con la certezza almeno di saper fare qualcosa anche se non del tutto pronti per la realtà del mondo del lavoro.

E i professionali? Che con questa riforma sono stati smembrati e snaturati in qualcosa di oscuro, più oscuro delle assurde lauree 3+2. Che cavolo vuol dire 2+2+1 con due biennii ed un ultimo anno abilitante per l'università ma non per tutte le facoltà? Perché stroncare dall'inizio eventuali cambiamenti di tendenza di uno studente?

E come ciliegina sulla torta la nostra mary star ha pensato bene che visto che le ore da 50 minuti (in realtà 55 nei licei!) sono "finte" ha deciso di portarle ad ore di 60 minuti dimenticando un piccolo particolare. Da sempre gli addetti alla compilazione dell'orario settimanale si addannano ad incastrare professori e materie nella matrice orario/settimana. E con ore da 50 minuti hanno indubbiamente a disposizione un certo numero di unità didattiche. Ora, posto che le 36 indicate dalla Gelmini come troppe volendo portarle a 32, vorrei proprio sapere quando saranno erogate le 4 unità didattiche a settimana mancanti...nei campeggi estivi istituiti per legge scimmiottando gli americani?

Ma è ovvio che la fonte non poteva essere che l'OCSE (tirato fuori quando fa comodo) che indica che in Italia si fanno troppe ore. La Gelmini ha però omesso di dire che il rapporto parla di troppe ore rispetto alla preparazione effettiva ed efficace dei nostri studenti e, ovviamente, vista la premessa che fa? Tagliamo le ore no?!? Monsieur de Lapalisse era un dilettante in confronto. Lo stesso rapporto poi dichiara vincente la Finlandia. Signori, non vorrei esser scambiato per "antico" e "campanilista" ma non mi risultano storicamente (non ho pretesa di parlare del presente) illustri esempi d'arte, cultura, scienza e chi più ne ha più ne metta da parte dei nostri concittadini (europei) finlandesi!

Una cosa mi piace(rebbe). All'ultimo anno insegnamento di una materia curricolare e non in lingua straniera. Peccato che non ci siano i docenti in grado di farlo. Ma se gli insegnanti di lingue non sanno neanche insegnare quanto dovrebbero figuriamoci uno storico che insegni storia medievale in inglese!!! Non me ne vogliano ma mi attengo alla realtà della cerchia delle mie conoscenze (figlie, nipoti e loro amici che dopo anni e anni di lingua straniera non sanno mettere insieme una frase di senso compiuto!)

Posso riconoscere l'aver correttamente individuato che da noi negli ultimi anni sono apparsi come funghi e lumache dopo la pioggia centinaia di indirizzi secondari superiori diversificati per avere chi l'uno tre ore in meno di ginnastica e due in più di esperanto e chi l'altro per esser chiuso al lunedì come i barbieri! Concordo con la ministra che c'erano trecentoventiquattrovirgolacinque licei diversi e che l'università è un altro gran casino con corsi di laurea in aramaico con sottotitoli in sanscrito.

Questa riforma mi sembra ancora più ridicola delle (mancate) altre riforme e ancora una volta il triste ed ineluttabile destino della nostra scuola è quella di non aver mai avuto una guida competente. E questa è forse la peggiore degli ultimi decenni!

La scuola è finita. Viva le vacanze!

domenica 2 agosto 2009

Comitato nuova Pompei


Eppure mi basta poi farmi quattro sane risate con Paolantoni, Salemme, Nino Taranto o Totò e mi passa tutto...scurdammece 'o passato, simme 'e Napule paisà...
Recentemente due episodi diversissimi tra loro hanno di nuovo concentrato la mia attenzione su Napoli e la napoletanità in genere: un documentario RAI su Napoli "sotterranea" che mi ha portato a scoprire cose assolutamente sconosciute ed estremamente interessanti ed una, se pur breve, permanenza napoletana per lavoro. In entrambi i casi ciò che più mi ha colpito è stato quanto c'è intorno a quanto di Napoli è indubbiamente unico al mondo: sia che questa unicità sia positiva piuttosto che assolutamente negativa.
Napoli è bellissima, su questo non c'è dubbio. Da me conosciuta abbastanza bene fin da bambino quando ci accompagnavo mio zio che ci andava per motivi di lavoro ha sempre trovato un posto particolare nel mio immaginario. La napoletanità poi è per me da sempre motivo di interesse e piacere: dalla letteratura al teatro, al cinema, non a caso il Totò riportato e più volte citato in questo blog.
Ma ogni volta che vedo certe immagini di Napoli,      che le vivo in prima persona, ogni volta che constato il lassismo, la trascuretezza, il degrado da un minimo ad un massimo con indicatori che rasentano l'inciviltà allora mi sovvengono le parole scherzose di alcuni miei conoscenti, napoletani, emigrati per lavoro, innamoratissimi ed attaccatissimi alla loro città: "abbiamo fondato il comitato Nuova Pompei...stiamo raccogliendo adesioni".
Anche pochi giorni fa, girando per Napoli dopo il lavoro, uscendo dalle meraviglie del Centro Direzionale dove dal 22mo piano degli uffici dove lavoravo si godeva un panorama mozzafiato di Napoli e del golfo tutto.
Passeggiando per le vie del centro a pochi passi vicoli maleodoranti, complice anche la calura estiva e l'afa opprimente. Esterni di edifici ammassati l'uno sull'altro ricoperti di croste ultradecennali di assenza di manutenzione, intonaci cadenti, improbabili pensiline trasformate in balconate ultracondonate. Ingressi in città con Eurostar da 1h15' da Roma (a breve 50 minuti) e paesaggi urbani fatti di murature in blocchetti di tufo lasciati "a giorno", selciati sconnessi, ovunque disordine, improvvisazione, abbandono, squallore. Situazioni tali, dietro l'angolo di ogni strada principale del bel centro storico, da far sì che l'assenza del casco su oltre il 90 percento degli utilizzatori di motocicli sia ormai...folklore! (compreso un attempato sessantenne su un fiammante Vespone sulla tangenziale!!!). Gli edifici (se così vogliamo chiamarli) adiacenti via (Nuova) Marina e oltre, fino alla Galleria della Vittoria, sono fatiscenti a dir poco.
Ricordo ancora uno delle ultime passeggiate a Napoli nel periodo prenatalizio durante il quale l'atmosfera in questa città è unica ed inimitabile: bastava allontanarsi poche decine di metri, magari per sbaglio, dal tracciato quasi obbligato delle vie dei presepi, da via Roma, da Corso Umberto, ai 4 palazzi o dalla scintillante via Toledo per travarsi costretti a difendersi e districarsi da nugoli di motorini incuranti dei pedoni e dove l'indice di pericolo crescente lo si fiutava a naso. E sì che ho girato più tranquillo in una New York notturna e semideserta!
Questa non è Napoli e questi non sono i napoletani veri si griderà a più voci! D'accordo anche perché di napoletani ne conosco tanti, a cominciare dal mio fidatissimo barbiere! Ma allora, chi sono gli abitanti di Napoli, che per la maggioranza creano queste situazioni? Se i protagonisti della soap "Un posto al sole" sono napoletani nella fiction e non, allora quelli che ogni volta che vado a Napoli vedo io, chi sono?
Lassismo, incuria, inciviltà, e 'bbasta che c'è 'sto sole...'bbasta che c'è 'stu mare...e che due palle! E soldi a palate continuano a piovere su quella città inghiottiti, spariti nel meandri sotterranei che da secoli mettono a rischio la stabilità stessa della superficie. Perché sempre e comunque regna imperterrito il chemm'e fotte della cartaccia gettata in terra (esempio minimale e paradossale) perché tanto qualcun altro raccoglie?
Comitato Nuova Pompei. Forse non c'è neanche bisogno di formarlo. Forse basta soltanto attendere e rendersi conto che quanto ha fatto il Vesuvio allora potrebbe rifarlo. Nessuna vittima per carità. Ma un nuovo substrato dal quale ripartire da zero.
Fortunatamente questo blog è pochissimo letto altrimenti sai che putiferio potrei scatenare.