venerdì 4 marzo 2011

Tripoli bel suol d'amore


La crisi creativa o meglio la mancanza di tempo e di voglia mi ha tenuto lontano da queste pagine per un mese. Nel frattempo, a parte le solite beghe nazional popolari che affollano i titoli di testa di telegiornali e giornali gli eventi salienti sono quelli che hanno riguardato e riguardano il nord Africa e, di rimbalzo, alcuni paesi più orientali...chissà, vista l'odierna notizia che la famiglia reale saudita sta valutando di concedere il voto alle donne che fosse la vigilia di una rivoluzione epocale. Poco ci credo.

Quel che più mi ha interessato e colpito è la situazione in Libia ma per motivi completamente diversi da quanto si potrebbe pensare.

La cosiddetta fantomatica comunità internazionale si è mossa, lasciamo stare con quali modi e soprattutto in quanto tempo, a baluardo della salvaguardia della libertà di autodeterminazione dei popoli.

Si parla di interventi militari, di embargo, no fly zone in stile Kossovo 1999, di aiuti umanitari, Nave San Marco è già in viaggio; Frattini per una volta fa il ministro degli Esteri e relaziona su argomenti internazionali e non sulle case monegasche di Fini; Ignazio nazionale gongola perché forse riuscirà a coronare il suo sogno di comandare un battaglione di cazzutissimi soldati nostrani di un qualche contingente ONU magari canticchiando, stavolta a ragion veduta Tripoli bel suol d'amore...

Ma in tutto questo rincorrersi di notizie e dichiarazioni mi sono chiesto: ma durante i 42 anni (è dal 1969!!!) di dittatura di Gheddafi, la comunità internazionale dove stava?



La cacciata degli italiani, i raid dei tempi di Reagan, i tentativi di affondare Lampedusa e Pantelleria da parte libica, i Mig dirottati e precipitati sulla Sila, le menzogne degli americani sulla strage di Ustica, la richiesta di risarcimento, concesso, i danni provocati dagli italiani durante la guerra, i pescherecci sequestrati e mitragliati, gli show nazionali dei caravan-serragli del colonnello dai capelli tinti grandissimo amico del vecchietto dai capelli incollati (e tinti): questi gli unici momenti in cui la cosiddetta comunità internazionale si è accorta della Libia? O peggio quando qualche barcone di disperati lascia le spiagge libiche per approdare in Italia?
Per decenni un'intera popolazione ha vissuto come al tempo dei Borboni nel Regno delle due Sicilie quando bastava uno sberleffo in un sonetto alla Pulcinella e ti sprofondavano nelle regie galere buttando a mare la chiave e nessuno ha mai fiatato. Anzi, tutt'altro.

Il nostro paese in prima persona, qualsiasi colore abbia avuto il governo del momento, ha latitato ed ha sempre vistosamente glissato sulla situazione medievale dei diritti della popolazione libica (molto peggiore dei vicini tunisini od algerini); prima vista soprattutto la ridottissima distanza che separava le nostre coste dalle batterie di missili libici, di autorevolissima fabbricazione sovietica e poi considerando i rapporti di strettissima dipendenza che abbiamo negli approvvigionamenti di petrolio e gas (un terzo del totale!): ragione quest'ultima decisamente più incisiva della prima.

Da qualche giorno invece la comunità internazionale è in fermento e pronta ad intervenire con proposte per ogni gusto e campo.

Tutti pronti ad invitare il dittatore ad andarsene in esilio...magari in una bella villa sul lago di Como con annesso giardino in cui piantare la tenda e con due bei cammelli da guardia!

Comunque vada ricordo le incisive parole di uno dei comandanti militari americani, intervistato in proposito su un ossibile intervento militare nei confronti delle milizie fedeli a Gheddafi: "a sword is a sword".

I libici tutti, diversamente governati e soprattutto autoderminanti, avrebbero potuto avere un reddito procapite paragonabile a quello dei kuwaitiani o dei cittadini degli Emirati Arabi, nonché di tutto rispetto come quello dei fratelli maggiori sauditi.

La mia modestissima opinione è che la volontà d'intervento, ora che c'è la scusa della chiamata popolare libica, è in primo luogo teso a tutelare gli enormi interessi petroliferi dei soliti paesi più ricchi del mondo nei confronti dei soliti morti di fame.

Finora hanno tollerato, e avrebbero continuato a farlo, silenziosi e complici che da quelle parti un fantoccio ridicolo, megalomane e decisamente e squilibrato; personaggio che ha arricchito se stesso ed i suoi accoliti in maniera scandalosa; ma adesso che il rischio è quello che un popolo incazzato e forse preda di facili strumentalizzazioni da parte di frange estremiste e ancor più reazionarie delle attuali

L'assoluta mancanza di unità nazionale e la frammentazione in tribù dei libici è una miscela esplosiva molto lontanamente assimilabile alla discordia ed all'atavico odio secolare delle etnie balcaniche che solo la coercizione di Tito aveva tenuto insieme; ma il parallelo crolla sapendo che nel caso del conflitto nella ex Jugoslavia gli interessi non erano affatto economici (fu una vera guerra tra poveri!) ma in modo assurdo ed anacronistico nazionalistici ed etnici.

Ad eccesione forse del solo Marocco, troppo vicino all'Europa e non solo geograficamente, in Libia e nel nord Africa gli interessi veri sono economici e di rilevanza continentale e la sempre più cosiddetta comunità internazionale non vuole correre il rischio che impianti, raffinerie, oleodotti e gasdotti, finiscano in fiamme travolti come quelli iracheni con danni incalcolabili.

La reazione dei libici di buon senso e di esasperata condizione è legittima ed auspicabile ma finirà temo in un nulla di fatto.

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